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MICHELLE (Lennon – Mc Cartney)

MICHELLE (Lennon – Mc Cartney)

MICHELLE (Lennon – Mc Cartney)

McCartney: voce, cori, chitarra ritmica, basso
Lennon: cori
Harrison: cori, chitarra ritmica, chitarra solista
Starr: batteria
Registrazione: 3 novembre 1965
Produttore: George Martin • Fonico: Norman Smith
30 dicembre 1965 (LP Rubber Soul)

Come ha ampiamente spiegato il suo autore, Paul, la genesi della canzone
risale alla fine degli anni ’50.

McCartney: “Alla Liverpool School of Arts
c’era un tizio, Austin Mitchell – uno dei tutor di John – che organizzava feste fantastiche che duravano tutta la notte. Erano occasioni per corteggiare le ragazze e bere alcolici. Mi ricordo che stavo seduto lì, con un maglione nero a collo alto e l’aria enigmatica, strimpellando con la chitarra una melodia vagamente francese, perché le ragazze si chiedessero: ‘Chi è quel tizio francese là nell’angolo?’. Facevo finta di saper parlare francese, perché all’epoca tutti volevano essere Sacha Distel o Juliette Gréco… John sapeva
che era uno dei miei trucchetti per rimorchiare. La chitarra era la prima che ho posseduto, una : quella su cui ho imparato Twenty Flight Rock, la canzone che poi mi ha guadagnato l’ammissione nei Quarrymen, e quella su cui ho composto tutte le mie prime canzoni, come I Saw Her Standing There e Michelle. Michelle era nata, inizialmente, come un esercizio in stile fingerpickin’, sul genere di Trambone di Chet Atkins. Il secondo accordo, quello su ‘my belle’, ce l’aveva insegnato, a me e a George, un chitarrista
jazz, Jim Gretty, che faceva il commesso da Frank Hessey, il negozio di Liverpool nel quale compravamo gli strumenti a rate. Quell’accordo George l’ha usato alla fine del suo assolo in Till There Was You”.

La melodia originaria di Michelle (il cui titolo, a parte il suono francese, è probabilmente una risonanza del cognome di Austin Mitchell) rimase inutilizzata per parecchi anni, finché tornò in mente a Lennon.

McCartney: McCartney: “John mi chiese: ‘Te la ricordi, quella cosa francese che facevi alle feste di Mitchell? Be’, è una buona melodia. Dovresti farcene qualcosa’”.

Nel settembre del 1965, dopo la chiusura del tour americano, Paul e Jane Asher tornarono in Portogallo, dove erano già stati a giugno, e fecero visita a Muriel Young, conduttrice radiofonica di Radio Luxembourg e presentatrice del programma televisivo per bambini “Five O’Clock Club”.

Muriel Young: “Paul era sul divano con Jane e stava cercando di trovare le parole per la canzone, che allora non aveva ancora la frase ‘Michelle, ma belle’. Lui cantava ‘Goodight, sweetheart” e ‘Hello, my dear’, cercando di trovare parole che andassero bene con la metrica”.

Ivan Vaughan, l’amico d’infanzia che presentò Paul a John nel 1957 e che era rimasto in contatto con loro, era sposato con Jan, una ragazza che insegnava francese. Quando Ivan e Jan fecero visita a Paul, nel 1965, a casa Asher, Paul chiese aiuto a Jan per il testo.

Jan Vaughan: “Mi chiese se mi veniva in mente un nome francese di donna di due sillabe e poi una descrizione che fosse in rima con il nome. Mi fece ascoltare la melodia con la chitarra, e io proposi ‘Michelle, ma belle’, che non era poi un’idea così geniale. Qualche giorno dopo mi telefonò e mi chiese se potevo tradurgli la frase ‘this are words that go together well’, e io gli spiegai che poteva essere ‘sont les mots qui vont très bien ensemble’”.

McCartney: “Jan mi insegnò un po’ di pronuncia, questo è quanto. Qualche anno dopo le mandai un assegno. Era giusto, perché in fondo è virtualmente una coautrice. E da lì sono partito per il resto del testo”.

Lennon: “Eravamo insieme, e Paul mi canticchiò le prime battute con le parole che aveva fino a quel momento. Quella di usare il francese era stata un’idea sua. ‘E adesso come procediamo?’. Di recente avevo ascoltato una canzone di Nina Simone, penso che fosse I Put A Spell On You, e lì c’è una frase che dice: ‘I love you, I love you’. Ed è quella che mi ha fatto venire in mente il middle eight per Michelle: ‘I love you, I love you, I lo-ove you…’. Il mio contributo alle composizioni di Paul era sempre quello di aggiungere
un che di blues. Lui ci metteva la leggerezza e l’ottimismo, io la malinconia, la dissonanza, le note blues”.

McCartney: “Quella frase, ‘I love you, I love you, I love you’, non c’era nella mia versione originaria. Devo a John il dieci per cento del credito, per quella”.

La conclusione della composizione di Michelle, dunque, va datata all’ottobre del 1965. La canzone fu portata in studio il 3 novembre e richiese nove ore per essere completata: il turno pomeridiano (14,30-19) e quello serale (19-23,30). Michelle fu l’unica canzone di Rubber Soul a richiedere più di quattro piste di nastro. La base ritmica (batteria e chitarre acustiche) fu suonata da Ringo, Paul e probabilmente George.

Il fatto che il tempo della canzone rallenti nella parte finale non è casuale.

George Martin: “Fu Paul a chiederlo: voleva enfatizzare il finale, e in effetti ottenne il risultato”.

La parte di basso è una di quelle di cui Paul va più orgoglioso.

McCartney: “La ricordo come uno dei grandi momenti della mia vita. Non la dimenticherò mai. Era una cosa alla Bizet che fece svoltare la canzone”.

Furono poi sovraincise un’altra chitarra acustica e la chitarra solista di Harrison. George Martin, intervistato nel 1993 per un programma della televisione svedese a lui dedicato e intitolato “Den femte Beatlen” (“Il quinto Beatle”), ha rivelato che l’assolo di chitarra di Michelle fu una sua composizione.

George Martin: “Scrissi le note e dissi a George: io le suonerò al pianoforte, tu falle insieme a me con la chitarra, all’unisono”.

McCartney: “Fu facile da mixare. Non ci furono decisioni da prendere: era già stato tutto pensato durante la composizione e la registrazione. In mezz’ora fu tutto pronto”.

Michelle, che ricevette il Grammy Award come “Canzone dell’anno” nel 1967, non fu mai eseguita dal vivo né presentata dai Beatles in occasioni promozionali. McCartney cominciò a includerla nelle scalette dei suoi concerti da solista già nel 1993.

In particolare, la eseguì il 1° agosto 2009 a Washington, dedicandola alla nuova first lady Michelle Obama; l’anno seguente, ricevendo alla Casa Bianca il Gershwin Prize For Popular Song, la cantò di fronte alla moglie del presidente, seduta di fronte a lui in prima fila.
Introducendola, Paul disse: “Questa è una canzone che desideravo molto cantare qui alla Casa Bianca: spero che il presidente mi perdoni”.

 

Estratto da “Il libro bianco dei Beatles” di F. Zanetti – Ed. Giunti

Autore del Post

Ernesto Macchioni

Il mare in tempesta fu improvvisamente colpito ai fianchi da un milione di tonnellate di olio. Fu così che venne alla luce Ernesto Macchioni in un'inaspettata giornata d'estate in pieno novembre 1961. La finestra fu finalmente aperta, Ernesto si affacciò e venne invaso da un fiume di luce e salmastro. L'infanzia la passò a cercare di capire se era meglio saper giocare a pallone o ascoltare la musica. Scelse la seconda ipotesi, senza rendersi conto di quanto si sarebbe complicato la vita. Il mare lo guardava perplesso. Faceva le scuole medie quando imparò a suonare la chitarra. Divenne amico intimo di Francesco Guccini, Francesco De Gregori, Lucio Battisti, cercando di scacciare l'inopportuna presenza di Claudio Baglioni. Erano amici fidati, a loro non importava se non sapevi giocare a calcio. Il mare scuoteva la testa. Alle superiori si illuse che il mondo era facile e cambiò religione diventando comunista. Bussarono alla porta di casa gli Inti-illimani e li fece entrare. (Battisti lo nascose nell'armadio). Claudio Lolli chiese "permesso" e lo fece accomodare. Pink Floyd e Genesis erano degli abitué ormai da tempo. La casa era piena di gente. Sua madre offriva da bere a tutti (ma non riuscì mai a capire cosa ci faceva quel ragazzo riccioluto rintanato fra i vestiti). Il mare aspettava. Venne l'ora provvisoria del buon senso e del "mettisufamiglia". La chitarra si era nel frattempo trasformata in un pianoforte. La casa era grande adesso e, oltre ai figli, poteva contenere anche vecchi giganti come Chet Baker e Miles Davis, lo zio Keith Jarrett e il nipotino Pat Metheny. La moglie offriva da bere a tutti, compreso Lucio Battisti che si era da tempo tolto la polvere dell'armadio di dosso. Qualcuno aveva infranto i sogni e il muro di Berlino, scoprendo che era fatto di carta come loro. Il mare si fece invadente e, stanco di aspettare, entrava anche in casa nei momenti più inopportuni. Era una folla. Quando Ernesto decise di far entrare anche Giacomo Puccini, Giuseppe Verdi e Gabriel Fauré la situazione cominciò a farsi insostenibile. Soprattutto quando il nostro protagonista scoprì che tutti, ma proprio tutti, compreso Francesco Guccini, sapevano giocare a pallone. Era un caos indefinibile vederli giocare fra le stanze, scoprire che De Gregori poteva benissimo entrare in sintonia con Giacomo Puccini e servirgli un assist da campionato del mondo preciso sulla testa. E tutto sotto lo sferzante vento di libeccio che infuriava in tutta la casa. Il mare si godeva le partite con un braccio sulla spalla di Ernesto, in totale stato confusionale. Quando in casa entrò Wolfang Amadeus Mozart la casa scoppiò. Ernesto lo trovarono sorridente fra le macerie. Lo videro togliersi i calcinacci dalle spalle, prendere un pallone e cominciare a palleggiare (un po' impacciato a dire il vero). Qualcuno giura di aver visto Lucio Battisti, con indosso una giacca di Ernesto, allontanarsi allegramente a braccetto con Giuseppe Verdi. Il mare, un po' invecchiato, respirava adagio sulla battigia.

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