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THE WORD (Lennon – Mc Cartney)

THE WORD (Lennon – Mc Cartney)

McCartney: voce, basso, pianoforte
Lennon: voce, chitarra ritmica
Harrison: voce, chitarra solista
Starr: batteria, maracas,
George Martin: armonium

Registrazione: 10 novembre 1965
Produttore: George Martin • Fonico: Norman Smith
30 dicembre 1965 (LP Rubber Soul)

Ascoltata in mondovisione il 25 giugno e pubblicata su disco il 17 luglio 1967, All You Need Is Love è considerata al tempo stesso l’inno e il canto funebre del movimento hippy e psichedelico che visse la sua stagione di gloria nella mitizzatissima “Summer of Love”. A onor del vero, va detto che i Beatles avevano espresso il basilare concetto di “amore universale” più di un anno e mezzo prima, in questa canzone relativamente poco nota ma già precorritrice dell’uso della parola love in senso sociale e non sentimentale.
Probabilmente non se ne resero pienamente conto nemmeno i suoi autori, che scrivendola, pare, stavano soprattutto cercando di dimostrare una capacità compositiva più relativa alla tecnica che al contenuto letterario.

McCartney: “Scrivere una buona canzone usando una sola nota – come Long Tall Sally – è in effetti molto difficile. Era da un po’ di tempo che ci sforzavamo di riuscirci. Ci siamo andati vicini con The Word” (1965).

Lennon: “Leggete le parole. Siamo nel periodo della marijuana. È amore. È una questione di amore e pace. La parola è ‘amore’, giusto?” (1980).

Va anche ricordato, peraltro, che Rubber Soul è un album ampiamente segnato dall’uso di una sostanza stupefacente.

Harrison: “È il primo in cui siamo stati fumatori di marijuana professionali”. Sempre prudente e diplomatico, Paul ha puntualizzato e precisato.

McCartney: “Di solito, comunque, non fumavamo sul lavoro. Interferiva con le nostre capacità creative, perché annebbiava la mente”.

Però, una volta finito di scrivere The Word, John e Paul celebrarono a modo loro.

McCartney: “Fumammo un po’ d’erba, poi scrivemmo il testo della canzone su un foglio e lo decorammo ad acquerello: un albero, disegni astratti, righe colorate. Non avevamo mai fatto prima una cosa del genere”.

Nel 1966 Yoko Ono si presentò a casa di Paul chiedendogli il manoscritto del testo di una sua canzone da regalare a John Cage per il suo compleanno (che non poteva essere il cinquantesimo, come sostiene Steve Turner: Cage era nato il 5 settembre 1912). Paul rifiutò, John invece le diede la sua copia acquerellata del testo di The Word, attualmente conservata alla Northwestern University di Chicago.

Secondo alcune interpretazioni, il testo di The Word conterrebbe rimandi al Vangelo secondo Giovanni (“In principio era il Verbo…”); in effetti, alcune frasi hanno un esplicito tono messianico (“Io sono qui per mostrare a tutti la Luce”).

Lennon: “The Word l’abbiamo scritta insieme, ma è in gran parte mia”.

Scritta probabilmente nell’ottobre del 1965, la canzone fu portata ad Abbey Road nella penultima delle quindici sedute di registrazione dedicate all’album Rubber Soul, seduta che durò dalle 21 alle 4 di mattina. Buona parte di quel tempo fu dedicato alla realizzazione di The Word. Dopo qualche prova, i Beatles cominciarono a registrare la base ritmica, arrivando alla terza take prima di ritenersi soddisfatti: la suonarono Paul al pianoforte, John alla chitarra ritmica, George alla chitarra solista e Ringo alla batteria. Le sovraincisioni: le armonie vocali di John, Paul e George, una volta nel registro naturale e una volta in falsetto; un altro falsetto (Paul) contemporaneamente alle maracas (Ringo, due volte) e all’armonium (suonato da George Martin); infine, la voce solista di John, registrata due volte.

La complessa struttura di The Word, specialmente per quanto riguarda le parti vocali, fu una delle ragioni per cui la canzone non venne mai riproposta dal vivo dai Beatles.

Estratto da “Il libro bianco dei Beatles” di F. Zanetti – Ed. Giunti

Autore del Post

Ernesto Macchioni

Il mare in tempesta fu improvvisamente colpito ai fianchi da un milione di tonnellate di olio. Fu così che venne alla luce Ernesto Macchioni in un'inaspettata giornata d'estate in pieno novembre 1961. La finestra fu finalmente aperta, Ernesto si affacciò e venne invaso da un fiume di luce e salmastro. L'infanzia la passò a cercare di capire se era meglio saper giocare a pallone o ascoltare la musica. Scelse la seconda ipotesi, senza rendersi conto di quanto si sarebbe complicato la vita. Il mare lo guardava perplesso. Faceva le scuole medie quando imparò a suonare la chitarra. Divenne amico intimo di Francesco Guccini, Francesco De Gregori, Lucio Battisti, cercando di scacciare l'inopportuna presenza di Claudio Baglioni. Erano amici fidati, a loro non importava se non sapevi giocare a calcio. Il mare scuoteva la testa. Alle superiori si illuse che il mondo era facile e cambiò religione diventando comunista. Bussarono alla porta di casa gli Inti-illimani e li fece entrare. (Battisti lo nascose nell'armadio). Claudio Lolli chiese "permesso" e lo fece accomodare. Pink Floyd e Genesis erano degli abitué ormai da tempo. La casa era piena di gente. Sua madre offriva da bere a tutti (ma non riuscì mai a capire cosa ci faceva quel ragazzo riccioluto rintanato fra i vestiti). Il mare aspettava. Venne l'ora provvisoria del buon senso e del "mettisufamiglia". La chitarra si era nel frattempo trasformata in un pianoforte. La casa era grande adesso e, oltre ai figli, poteva contenere anche vecchi giganti come Chet Baker e Miles Davis, lo zio Keith Jarrett e il nipotino Pat Metheny. La moglie offriva da bere a tutti, compreso Lucio Battisti che si era da tempo tolto la polvere dell'armadio di dosso. Qualcuno aveva infranto i sogni e il muro di Berlino, scoprendo che era fatto di carta come loro. Il mare si fece invadente e, stanco di aspettare, entrava anche in casa nei momenti più inopportuni. Era una folla. Quando Ernesto decise di far entrare anche Giacomo Puccini, Giuseppe Verdi e Gabriel Fauré la situazione cominciò a farsi insostenibile. Soprattutto quando il nostro protagonista scoprì che tutti, ma proprio tutti, compreso Francesco Guccini, sapevano giocare a pallone. Era un caos indefinibile vederli giocare fra le stanze, scoprire che De Gregori poteva benissimo entrare in sintonia con Giacomo Puccini e servirgli un assist da campionato del mondo preciso sulla testa. E tutto sotto lo sferzante vento di libeccio che infuriava in tutta la casa. Il mare si godeva le partite con un braccio sulla spalla di Ernesto, in totale stato confusionale. Quando in casa entrò Wolfang Amadeus Mozart la casa scoppiò. Ernesto lo trovarono sorridente fra le macerie. Lo videro togliersi i calcinacci dalle spalle, prendere un pallone e cominciare a palleggiare (un po' impacciato a dire il vero). Qualcuno giura di aver visto Lucio Battisti, con indosso una giacca di Ernesto, allontanarsi allegramente a braccetto con Giuseppe Verdi. Il mare, un po' invecchiato, respirava adagio sulla battigia.

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