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THINK FOR YOURSELF (Harrison)

THINK FOR YOURSELF (Harrison)

McCartney: voce, basso
Lennon: voce, organo
Harrison: voce, chitarra ritmica, chitarra solista
Starr: batteria, maracas, tamburino

Registrazione: 8 novembre 1965
Produttore: George Martin • Fonico: Norman Smith
30 dicembre 1965 (LP Rubber Soul)

Se teniamo per buona la sua dichiarazione a Larry Kane, questa canzone – la quinta composizione di Harrison a essere incisa dai Beatles, dopo Don’t Bother Me, I Need You e You Like Me Too Much, e tre settimane dopo If I Needed Someone – dovrebbe essere stata composta fra agosto e ottobre del 1965. Non che George sia stato generoso di informazioni, su questo suo brano: e anche nell’autobiografia I Me Mine (1980) sembrava non ricordarsene granché bene.

Harrison: “A giudicare dal testo dev’essere stata scritta pensando a ‘qualcuno’ in particolare, ma con tutto il tempo che è passato proprio non ricordo chi fu a ispirarmi questa canzone! Probabilmente il governo”.

A dispetto dell’indeterminatezza del testo, che sembra far pensare che destinataria della bisbetica reprimenda sia una ragazza, Think For Yourself non ha contenuti  sentimentali ma sociali e politici, per cui si iscrive nel “nuovo corso” beatlesiano inaugurato da Nowhere Man. Quando la canzone fu portata ad Abbey Road, il suo titolo era Won’t Be There With You, e come tale ne venne registrata, senza parti cantate, una take della base ritmica con George alla chitarra, Paul al basso e Ringo alla batteria. La prima
sovraincisione preparata fu quella delle voci e delle armonie vocali, cantate contemporaneamente da George, John e Paul; anche se, stranamente, non venne usata una pista libera del nastro già utilizzato per la base ritmica ma venne impiegato un nastro diverso, poi etichettato come: “potrebbe essere utilizzato più avanti” (vedremo dove in effetti lo fu). Si decise invece di registrare separatamente le parti vocali dei tre cantanti, e John fu quello che incontrò le maggiori difficoltà. È rimasta documentata su nastro la sua frustrazione.

Lennon: “Mi spiace, a volte in questi casi mi sento peggio che inutile, davvero. Cynthia lo sa. Ne parlo spesso con lei, quando torno a casa. Le dico: ‘Sai, Cynthia, a volte proprio non riesco a beccare la nota’”.

Le parti vocali – sia la solista sia le armonie – vennero poi registrate una seconda volta; in seguito toccò al tamburino e alle maracas (Ringo), all’organo Hammond (John) e al basso.

Harrison: “Per il basso di Think For Yourself Paul usò il fuzzbox. Quando Phil Spector stava registrando Zip-A-Dee-Doo-Dah [di Bob B. Soxx And The Blue Jeans, 1962], il fonico sovraccaricò il microfono del chitarrista
e il suono ne uscì molto distorto. Spector disse: ‘Lascialo così, è forte’. Qualche anno dopo qualcuno cominciò a copiare quel suono, e così inventò il fuzzbox. Noi ne avevamo uno, provammo a usarlo col basso e il suono era proprio bello”.

Il fuzzbox usato dai Beatles in Think For Yourself era stato costruito dai tecnici della EMI (Ken Townsend, ingegnere: “Era un aggeggio elettronico che ti permetteva di ottenere una distorsione controllata”), ma già ne esisteva una versione commerciale: il Gibson Maestro Fuzztone, quello usato da Keith Richards dei Rolling Stones in Satisfaction, giugno 1965.

A sovraincisioni concluse, la canzone aveva cambiato titolo in Think For Yourself ed era pronta per i mixaggi.
Delle due canzoni di Harrison incluse in Rubber Soul, fu If I Needed Someone a essere inclusa nelle scalette delle esibizioni live; Think For Yourself non fu mai eseguita dal vivo né proposta dai Beatles in occasioni promozionali.

Nel film di animazione Yellow Submarine, quando i Beatles arrivano a Pepperland risvegliano il sindaco “pietrificato” cantandogli un frammento di sei secondi di Think For Yourself tratto dal nastro etichettato “potrebbe essere utilizzato più avanti”. Erano passati tre anni, in effetti! Grazie a questa brevissima presenza nella colonna sonora del film, l’intera canzone fu poi inclusa in Yellow Submarine Songtrack (1999), l’album pubblicato in occasione della riproposta del film in DVD.

Estratto da “Il libro bianco dei Beatles” di F. Zanetti – Ed. Giunti

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Ernesto Macchioni

Il mare in tempesta fu improvvisamente colpito ai fianchi da un milione di tonnellate di olio. Fu così che venne alla luce Ernesto Macchioni in un'inaspettata giornata d'estate in pieno novembre 1961. La finestra fu finalmente aperta, Ernesto si affacciò e venne invaso da un fiume di luce e salmastro. L'infanzia la passò a cercare di capire se era meglio saper giocare a pallone o ascoltare la musica. Scelse la seconda ipotesi, senza rendersi conto di quanto si sarebbe complicato la vita. Il mare lo guardava perplesso. Faceva le scuole medie quando imparò a suonare la chitarra. Divenne amico intimo di Francesco Guccini, Francesco De Gregori, Lucio Battisti, cercando di scacciare l'inopportuna presenza di Claudio Baglioni. Erano amici fidati, a loro non importava se non sapevi giocare a calcio. Il mare scuoteva la testa. Alle superiori si illuse che il mondo era facile e cambiò religione diventando comunista. Bussarono alla porta di casa gli Inti-illimani e li fece entrare. (Battisti lo nascose nell'armadio). Claudio Lolli chiese "permesso" e lo fece accomodare. Pink Floyd e Genesis erano degli abitué ormai da tempo. La casa era piena di gente. Sua madre offriva da bere a tutti (ma non riuscì mai a capire cosa ci faceva quel ragazzo riccioluto rintanato fra i vestiti). Il mare aspettava. Venne l'ora provvisoria del buon senso e del "mettisufamiglia". La chitarra si era nel frattempo trasformata in un pianoforte. La casa era grande adesso e, oltre ai figli, poteva contenere anche vecchi giganti come Chet Baker e Miles Davis, lo zio Keith Jarrett e il nipotino Pat Metheny. La moglie offriva da bere a tutti, compreso Lucio Battisti che si era da tempo tolto la polvere dell'armadio di dosso. Qualcuno aveva infranto i sogni e il muro di Berlino, scoprendo che era fatto di carta come loro. Il mare si fece invadente e, stanco di aspettare, entrava anche in casa nei momenti più inopportuni. Era una folla. Quando Ernesto decise di far entrare anche Giacomo Puccini, Giuseppe Verdi e Gabriel Fauré la situazione cominciò a farsi insostenibile. Soprattutto quando il nostro protagonista scoprì che tutti, ma proprio tutti, compreso Francesco Guccini, sapevano giocare a pallone. Era un caos indefinibile vederli giocare fra le stanze, scoprire che De Gregori poteva benissimo entrare in sintonia con Giacomo Puccini e servirgli un assist da campionato del mondo preciso sulla testa. E tutto sotto lo sferzante vento di libeccio che infuriava in tutta la casa. Il mare si godeva le partite con un braccio sulla spalla di Ernesto, in totale stato confusionale. Quando in casa entrò Wolfang Amadeus Mozart la casa scoppiò. Ernesto lo trovarono sorridente fra le macerie. Lo videro togliersi i calcinacci dalle spalle, prendere un pallone e cominciare a palleggiare (un po' impacciato a dire il vero). Qualcuno giura di aver visto Lucio Battisti, con indosso una giacca di Ernesto, allontanarsi allegramente a braccetto con Giuseppe Verdi. Il mare, un po' invecchiato, respirava adagio sulla battigia.

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