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Sapore di mare

Sapore di mare

Sapore di mare

Come avrete già capito dal titolo odierno (si, i titoli li scelgo sempre molto pertinenti, grazie a quelli di voi che me l’hanno fatto spesso notare) e dal calendario, dal meteo, dalle foto dei piedi dei vostri contatti Instagram sempre in spiaggia, da oggi #POPCORN andrà (brevemente) in vacanza.

Non perchè io debba immediatamente partire per ferie rilassanti in terre caraibiche (ANZI…), ma soprattutto per disintossicarvi un po’ dalla miriade di scempiaggini che avete letto in questi mesi. Sì, proprio come dice Barbara D’Urso (con la differenza che lei ai Caraibi ci va davvero, e che le mie sono scempiaggini comunque più divertenti).  

Volevo ringraziare tutti, ma veramente tutti, per questi miei primi sei mesi in WiP, e mandare un abbraccio speciale a voi, affezionati lettori, a cui (e ne ignoro la ragione, a parte che se guardate anche i programmi di Barbara…) sembra interessino le boiate che scrivo.

Ma, in fondo, come disse il poeta: “trova qualcuno a cui piaci per come sei, e digli di farsi curare”. Perciò, fatevi certamente curare, ma intanto grazie, grazie e grazie.

La recensione di oggi è una richiesta di una lettrice, e delle sue foto di gambe-wurstel al mare (moda che spero passi presto, mia cara). Era il 1983, l’Italia viveva una delle sue stagioni più felici, l’estate era sinonimo di lunghe vacanze in villeggiatura. Carlo Vanzina (coadiuvato dall’immancabile fratello Enrico) firmava Sapore di mare”, uno di quei film capaci di cogliere lo spirito del tempo.

La trama

Nell’estate del 1964, a Forte dei Marmi, si intrecciano le vicende di un gruppo di giovani villeggianti. Conosciamo così i fidanzati Gianni e Selvaggia, lui intellettualoide rachitico, lei di una bellezza al contempo acerba e provocante; i ricchi fratelli milanesi Luca e Felicino, più grandi e leader della compagnia; il napoletano Paolo e la sorella Marina; i toscani marchesini Pucci, e la matura signora Balestra, sposata al solito cumenda, che suscita qualche prurito nel timido Gianni, grazie all’indubbio fascino.

Nel gioco delle coppie che si instaura, Marina si innamora di Luca, mentre Paolo cerca disperatamente la bella inglesina Susan (nel sospetto dei genitori attaccati alla tradizione), che però gli preferisce il vuoto Felicino. L’estate finisce, e il ritorno a casa è pieno di speranze.

Incontrandosi di nuovo dopo vent’anni, per caso, negli stessi luoghi, faranno i conti con quanto è rimasto delle ormai lontane promesse: scopriranno che solo una è stata veramente mantenuta, e di tutto il resto non rimangono che ricordi spesso amari.

L’opera più riuscita

Tra le opere (si fa per dire) della ditta Vanzina, questa è certamente la più riuscita, perché, da un lato, sfrutta abilmente l’elemento passatista e, dall’altro, ha il pregio di una certa freschezza nel racconto. Non appartengo alla fazione dei vanziniani, ma questo è un prodotto privo dell’enfasi pecoreccia in cui cadono molte di queste pellicole. Una commedia generazionale che fa ancora sorridere. Un sorriso diverso, levigato dall’età, che ci riporta indietro per raccontare gioie e delusioni di chi passava i mesi estivi in Versilia a metà degli anni Sessanta.

Rivisto a distanza di tempo, pur mantenendo inalterato il suo granitico basamento da commedia, appare un tantino malinconico per via d’un reparto musicale e di una dimensione temporale che ben rende l’idea della caducità delle nostre vite, destinate ad appassire troppo in fretta, senza permetterci di assaporarne i giorni migliori.

Oltre alla calda voce narrante di Pino Locchi, che ci accompagna per tutta la storia (e che sovente spiega l’ovvio e il superfluo), come colonna sonora, il film infatti si avvale di un repertorio di canzoni degli anni Sessanta che evocano un sentimento nostalgico per quella magica epoca perduta: questo è uno degli aspetti più interessanti, soprattutto per chi ama il vintage.

Tale evidente retrogusto è il suo punto di forza: pensate al personaggio di Marina (una Marina Suma nel suo ruolo migliore), al suo carattere inquieto, e alla storia d’amore con Luca che durerà solo il tempo di un’estate. E poi rivederla vent’anni dopo, nel 1982, serenamente sposata, mentre Luca, ancora Don Giovanni stagionato, si rende bruscamente conto del suo immaturo libertinismo, e di quanto ha perduto a lasciare Marina, probabilmente l’amore della sua vita.

Pietra angolare di certo cinema vacanziero (definizione non offensiva, al contrario) ben sorretto da attori calati (non si tratta di gioco di parole se menziono il bravo Calà) ottimamente nei rispettivi ruoli. Un film che non poteva fallire. E infatti fece boom. Sapienti business-men, i figli di Steno predisporranno le famosissime varianti invernali, che non ho mai amato alla follia.

Un’operazione intelligente e di grande impatto emotivo, che rende dimenticabili anche i più vistosi errori di regia e le più grossolane pecche della sceneggiatura. A trentacinque anni dalla sua uscita, “Sapore di mare” è comunque ancora un fulgido esempio di cinema nostrano, capace di emozionare e scavarsi una piccola nicchia nel cuore dello spettatore, che il tempo non può cancellare.

Sapore di noi

Attraverso una narrazione semplice e diretta, ambientata in luoghi reali dove si articolano le storie di personaggi comuni, i Vanzina dipingono il ritratto di una fetta di storia, raccontando le storie di chi l’ha vissuta. La ricostruzione della memoria individuale dei protagonisti attraverso le loro storie d’amore estive diventa memoria collettiva di un Paese in cui l’estate che pare essere durata troppo poco cede il passo a un gelido inverno.

Nel semplice, stereotipato ma efficace cerchio dei personaggi ci sono molti elementi costitutivi della nostra società, che ancora oggi non facciamo fatica a distinguere. Dagli abbienti industriali del nord rappresentati dalla famiglia Carraro (e dal solito fenomenale Ugo Bologna, uno dei più grandi caratteristi del nostro cinema) ai più umili e sanguigni meridionali, in cerca di un sorriso e un pezzo di sogno dopo un anno di sacrifici. E poi l’annoiata borghesia di mezza età, l’intellettualismo del personaggio di Gianni Ansaldi, il grottesco snobismo dei marchesini Pucci e il sempreverde fascino straniero, con il corpo e il volto di Karina Huff.

Un universo di personaggi discordanti, che trovano però un punto d’incontro nella magia dell’estate. Insomma, un film che è parte integrante della nostra memoria collettiva e testimonianza diretta di un’epoca felice e sfavillante del nostro disastrato Paese.

Ci batteva il cuore

In un ideale parallelo con quelle che sono le stagioni della vita, “Sapore di mare” racconta le varie fasi dell’estate e, di riflesso, della gioventù di ognuno di noi. Dall’euforia per le vacanze appena cominciate, con il loro carico di aspettative e illusioni, al pieno rigoglio della stagione più bella dell’anno, in cui le attrazioni e le passioni maturano con lo stesso passo della natura circostante. Per poi passare, mestamente, alla fine di agosto, con la brusca interruzione dei sogni e l’inevitabile rientro alla vita reale, e all’inverno della mezza età, quando le decisioni e le leggerezze compiute in gioventù tornano all’improvviso a presentare severamente il loro conto. Difficile non emozionarsi mentre sullo schermo si raccontano storie frivole ma condivisibili, sulle note di capolavori intramontabili.

Mattatore è senza dubbio un incontenibile Jerry Calà, che con il suo irresistibile personaggio da tenero e goliardico piacione diventa il filo conduttore delle vicende della spiaggia e racchiude in sé il senso della pellicola, che soprattutto nella fase finale è in perfetto equilibrio fra ricordo e rimpianto e fra passione e mestizia. Difficile dimenticare la bellezza fresca e tipicamente balneare della Selvaggia di Isabella Ferrari.

Anche se, su tutti, domina la scena la signora Robinson dei Parioli, una Virna Lisi splendida che condensa in qualche battuta tutta l’inadeguatezza delle quarantenni che non sanno che strada prendere (“Ho letto che quarant’anni è una gran bella età”, “Eh, sì… L’ho letto anch’io… So’ tutte fregnacce!”), con un epilogo vent’anni dopo, di rara malinconia (“Ci batteva il cuore. Eh, sì! Mi sembra di ricordare che ci batteva il cuore”).

Celeste nostalgia

Più di ogni altra cosa, “Sapore di mare” sa essere ancora seducente proprio grazie ai sinceri ricordi che lo attraversano. L’Italia degli anni Sessanta, quella del boom, così affascinante e così lontana. La colonna sonora composta da brani mitici e voci che hanno fatto sognare il nostro Paese (si è capito che li adoro, soprattutto alla serata revival con il mitico Jerry che torna in Capannina?).

E poi quel finale azzeccatissimo, sulle note della straordinaria “Celeste nostalgia” di Riccardo Cocciante, in cui Jerry Calà sfodera lo sguardo più intenso ed emozionante della sua carriera. Uno struggente momento in cui convivono rimorsi e rimpianti per una gioventù lontana e ormai irrecuperabile, vissuta nella ricerca del brivido vacuo e passeggero, a spese di quello che avrebbe potuto essere il vero grande amore.

Una memorabile raffigurazione di ciò che poteva essere e non è stato. Il tempo non può restituire quanto si è sciaguratamente trascurato e lasciato, ma può concedere un ultimo silenzioso e appassionato confronto.

E adesso, amici, è proprio attraverso quest’ultimo appassionato confronto che vi auguro tanta spensieratezza per la bella stagione. Come direbbe il nostro Luca sul finale, questo articolo vale per tutti quelli che non vi scriverò quest’estate. Ma tranquilli, ci risentiremo presto. A proposito, siete sempre i più belli.

Autore del Post

Simona Van de Kamp

Creatura mitologica, per metà prova a fare l'avvocato, per metà prova a fare la scrittrice. Diretta e pungente, la odierete tutta, al 100%. Il blog e la radio sono due sogni che si avverano. Ha messo la testa a posto, ma non ricorda dove.

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