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YOU WON’T SEE ME (Lennon – Mc Cartney)

(Lennon – Mc Cartney)

McCartney: voce, basso, pianoforte
Lennon: cori, tamburino
Harrison: cori, chitarra solista
Starr: batteria, charleston
Mal Evans: organo

Registrazione: 11 novembre 1965
Produttore: George Martin • Fonico: Norman Smith
30 dicembre 1965 (LP Rubber soul)

Anche se meno affannosamente rispetto all’anno precedente, quando la necessità di chiudere la lavorazione di Beatles For Sale li aveva costretti a registrare in fretta un po’ di cover, l’esigenza di completare le registrazioni di Rubber Soul spinse comunque i Beatles a mettere in agenda per l’11 novembre una seduta di registrazione di tredici ore.

Anche se meno affannosamente rispetto all’anno precedente, quando la necessità di chiudere la lavorazione di Beatles For Sale li aveva costretti a registrare in fretta un po’ di cover, l’esigenza di completare le registrazioni di Rubber Soul spinse comunque i Beatles a mettere in agenda per l’11 novembre una seduta di registrazione di tredici ore.

Fra le canzoni portate ad Abbey Road l’11 novembre, You Won’t See Me era una delle più recenti. Scritta da Paul a Wimpole Street, in casa Asher, probabilmente pochi giorni prima di essere registrata, è una delle composizioni i cui testi riflettono lo stato di crisi della relazione sentimentale di McCartney con Jane Asher, come We Can Work It Out e I’m Looking Through You. Musicalmente You Won’t See Me riflette la passione del suo autore per il sound della Tamla-Motown.

McCartney: “Ha un forte sapore Motown. E risente del lavoro di James Jamerson. Era il bassista della Motown, un musicista fantastico, che creava meravigliose linee di basso melodiche. A fare cose del genere all’epoca c’eravamo io, lui e Brian Wilson, in città lontanissime fra loro – Londra, Detroit e Los Angeles – ma continuamente influenzandoci a vicenda”.

MacDonald: “You Won’t See Me è una canzoncina di tre accordi basata sul successo del momento dei Four Tops, It’s The Same Old Song, il cui debito con l’originale resta evidente.

John fu estremamente laconico quando nel 1980 gli fu chiesto di indicare chi fra lui e McCartney avesse scritto la canzone. Lennon: “Paul”.
Ovviamente Paul conferma, anche se in toni meno drastici.

McCartney: “Per quel che mi ricordo, è mia al cento per cento, ma sono pronto a riconoscere un credito a John perché c’è sempre la possibilità che mi abbia aiutato a scegliere fra qualche diversa possibilità su cui ero indeciso”.

Due takes della base ritmica – Paul al piano, George alla chitarra, Ringo alla batteria e John al tamburino – bastarono per ottenere quella buona per le sovraincisioni, a dispetto del fatto che fosse abbastanza evidentemente in rallentamento fra l’inizio e la fine. Le sovraincisioni riguardarono la voce
solista di Paul (due volte) e il suo basso, i cori di John e George (compresi gli “ooh, la la la” in falsetto, già usati il 22 ottobre per Nowhere Man), gli interventi di rinforzo di charleston (Ringo) e la singola nota di organo Hammond tenuta nell’ultima strofa. Di quest’ultimo compito fu incaricato Mal Evans, il roadie tuttofare del gruppo, che venne ringraziato con un credito in copertina. Chiusa la canzone, i Beatles passarono ad occuparsi di Girl.

Paul la includerà per la prima volta nelle scalette dei suoi live da solista nel 2004.

Estratto da “Il libro bianco dei Beatles” di F. Zanetti – Ed. Giunti

Autore del Post

Ernesto Macchioni

Il mare in tempesta fu improvvisamente colpito ai fianchi da un milione di tonnellate di olio. Fu così che venne alla luce Ernesto Macchioni in un'inaspettata giornata d'estate in pieno novembre 1961. La finestra fu finalmente aperta, Ernesto si affacciò e venne invaso da un fiume di luce e salmastro. L'infanzia la passò a cercare di capire se era meglio saper giocare a pallone o ascoltare la musica. Scelse la seconda ipotesi, senza rendersi conto di quanto si sarebbe complicato la vita. Il mare lo guardava perplesso. Faceva le scuole medie quando imparò a suonare la chitarra. Divenne amico intimo di Francesco Guccini, Francesco De Gregori, Lucio Battisti, cercando di scacciare l'inopportuna presenza di Claudio Baglioni. Erano amici fidati, a loro non importava se non sapevi giocare a calcio. Il mare scuoteva la testa. Alle superiori si illuse che il mondo era facile e cambiò religione diventando comunista. Bussarono alla porta di casa gli Inti-illimani e li fece entrare. (Battisti lo nascose nell'armadio). Claudio Lolli chiese "permesso" e lo fece accomodare. Pink Floyd e Genesis erano degli abitué ormai da tempo. La casa era piena di gente. Sua madre offriva da bere a tutti (ma non riuscì mai a capire cosa ci faceva quel ragazzo riccioluto rintanato fra i vestiti). Il mare aspettava. Venne l'ora provvisoria del buon senso e del "mettisufamiglia". La chitarra si era nel frattempo trasformata in un pianoforte. La casa era grande adesso e, oltre ai figli, poteva contenere anche vecchi giganti come Chet Baker e Miles Davis, lo zio Keith Jarrett e il nipotino Pat Metheny. La moglie offriva da bere a tutti, compreso Lucio Battisti che si era da tempo tolto la polvere dell'armadio di dosso. Qualcuno aveva infranto i sogni e il muro di Berlino, scoprendo che era fatto di carta come loro. Il mare si fece invadente e, stanco di aspettare, entrava anche in casa nei momenti più inopportuni. Era una folla. Quando Ernesto decise di far entrare anche Giacomo Puccini, Giuseppe Verdi e Gabriel Fauré la situazione cominciò a farsi insostenibile. Soprattutto quando il nostro protagonista scoprì che tutti, ma proprio tutti, compreso Francesco Guccini, sapevano giocare a pallone. Era un caos indefinibile vederli giocare fra le stanze, scoprire che De Gregori poteva benissimo entrare in sintonia con Giacomo Puccini e servirgli un assist da campionato del mondo preciso sulla testa. E tutto sotto lo sferzante vento di libeccio che infuriava in tutta la casa. Il mare si godeva le partite con un braccio sulla spalla di Ernesto, in totale stato confusionale. Quando in casa entrò Wolfang Amadeus Mozart la casa scoppiò. Ernesto lo trovarono sorridente fra le macerie. Lo videro togliersi i calcinacci dalle spalle, prendere un pallone e cominciare a palleggiare (un po' impacciato a dire il vero). Qualcuno giura di aver visto Lucio Battisti, con indosso una giacca di Ernesto, allontanarsi allegramente a braccetto con Giuseppe Verdi. Il mare, un po' invecchiato, respirava adagio sulla battigia.

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