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WE CAN WORK IT OUT (Lennon – Mc Cartney)

WE CAN WORK IT OUT (Lennon – Mc Cartney)

McCartney: voce, basso
Lennon: voce, chitarra acustica ritmica, armonium
Harrison: tamburino
Starr: batteria

Registrazione: 20 e 29 ottobre 1965
Produttore: George Martin • Fonico: Norman Smith
3 gennaio 1966 (singolo; sull’altro lato: Day tripper)

Nel luglio del 1964 Paul McCartney acquistò una casa per suo padre Jim. Era una villetta in finto stile Tudor, chiamata Rembrandt, che gli costò 8750 sterline e si trovava in Baskervyle Road a Heswall, nel Cheshire. Nella sala da pranzo della villa c’era un pianoforte, sul quale capitò frequentemente a Paul di provare nuove canzoni alle quali stava lavorando.
Proprio in quella casa – però non al pianoforte ma in una delle cinque stanze

da letto, e con la chitarra – Paul lavorò sull’idea iniziale di We Can Work It Out. Per quanto riguarda la data di composizione, è ragionevole presumere che la canzone sia nata nel mese di settembre e sia stata completata a casa di Lennon, a Weybridge, nelle prime settimane di ottobre, dopo la registrazione di Day Tripper. Probabilmente il testo di We Can Work It Out, così come quello di I’m Looking Through You e quello di You Won’t See Me, è frutto del periodo di crisi sentimentale fra Paul e Jane Asher, che aveva deciso di lasciare Londra – contro il parere di McCartney – per andare a Bristol a preparare un tour teatrale con la Bristol Old Vic Company McCartney: “Quei testi sono abbastanza autobiografici. Spesso è utile parlare con qualcuno per chiarirsi le idee: ti risparmia la spesa dello psicanalista”.

Dopo aver iniziato la canzone, Paul la elaborò insieme a John.

Lennon: “È di Paul, ma il middle eight è mio” (1972). McCartney: “L’ho scritta in un tempo abbastanza veloce, un po’ country&western. Avevo l’idea, il titolo e un paio di strofe; la portai a John per finirla e scrivemmo insieme il middle eight”.

Lennon: “La prima metà è di Paul, il middle eight è mio. Venne a casa mia con la prima parte della canzone e io me ne uscii con
‘Life is very short, and there’s no time for fussing and fighting, my friend’. La parte di Paul è ottimistica e propositiva, la mia è spazientita e insofferente”

We Can Work It Out – che molto probabilmente era già stata fatta ascoltare agli altri Beatles e a George Martin in forma di demo – fu portata ad Abbey Road il 20 ottobre e messa in lavorazione nel turno pomeridiano, dalle 14,30 alle 18,30. Dopo parecchie discussioni, arrivò l’idea risolutiva.

McCartney: “Fu George a proporre di suonare il middle eight a tempo di valzer, come un valzer tedesco”.

Dopo averla mimata il 1° e il 2 novembre per “The Music Of Lennon & McCartney”, i Beatles la ripresero il 23 novembre negli studi di Twickenham, dove realizzarono alcuni filmati, in bianco e nero e con l’audio in playback.

We Can Work It Out fu eseguita dal vivo solo durante il tour britannico del dicembre 1965, che si concluse con l’ultima esibizione in concerto dei Beatles nella loro città natale. Il gruppo non la riprenderà più, ma Paul McCartney la includerà frequentemente nei suoi live da solista a partire dal 1991.

 

Estratto da “Il libro bianco dei Beatles” di F. Zanetti – Ed. Giunti

Autore del Post

Ernesto Macchioni

Il mare in tempesta fu improvvisamente colpito ai fianchi da un milione di tonnellate di olio. Fu così che venne alla luce Ernesto Macchioni in un'inaspettata giornata d'estate in pieno novembre 1961. La finestra fu finalmente aperta, Ernesto si affacciò e venne invaso da un fiume di luce e salmastro. L'infanzia la passò a cercare di capire se era meglio saper giocare a pallone o ascoltare la musica. Scelse la seconda ipotesi, senza rendersi conto di quanto si sarebbe complicato la vita. Il mare lo guardava perplesso. Faceva le scuole medie quando imparò a suonare la chitarra. Divenne amico intimo di Francesco Guccini, Francesco De Gregori, Lucio Battisti, cercando di scacciare l'inopportuna presenza di Claudio Baglioni. Erano amici fidati, a loro non importava se non sapevi giocare a calcio. Il mare scuoteva la testa. Alle superiori si illuse che il mondo era facile e cambiò religione diventando comunista. Bussarono alla porta di casa gli Inti-illimani e li fece entrare. (Battisti lo nascose nell'armadio). Claudio Lolli chiese "permesso" e lo fece accomodare. Pink Floyd e Genesis erano degli abitué ormai da tempo. La casa era piena di gente. Sua madre offriva da bere a tutti (ma non riuscì mai a capire cosa ci faceva quel ragazzo riccioluto rintanato fra i vestiti). Il mare aspettava. Venne l'ora provvisoria del buon senso e del "mettisufamiglia". La chitarra si era nel frattempo trasformata in un pianoforte. La casa era grande adesso e, oltre ai figli, poteva contenere anche vecchi giganti come Chet Baker e Miles Davis, lo zio Keith Jarrett e il nipotino Pat Metheny. La moglie offriva da bere a tutti, compreso Lucio Battisti che si era da tempo tolto la polvere dell'armadio di dosso. Qualcuno aveva infranto i sogni e il muro di Berlino, scoprendo che era fatto di carta come loro. Il mare si fece invadente e, stanco di aspettare, entrava anche in casa nei momenti più inopportuni. Era una folla. Quando Ernesto decise di far entrare anche Giacomo Puccini, Giuseppe Verdi e Gabriel Fauré la situazione cominciò a farsi insostenibile. Soprattutto quando il nostro protagonista scoprì che tutti, ma proprio tutti, compreso Francesco Guccini, sapevano giocare a pallone. Era un caos indefinibile vederli giocare fra le stanze, scoprire che De Gregori poteva benissimo entrare in sintonia con Giacomo Puccini e servirgli un assist da campionato del mondo preciso sulla testa. E tutto sotto lo sferzante vento di libeccio che infuriava in tutta la casa. Il mare si godeva le partite con un braccio sulla spalla di Ernesto, in totale stato confusionale. Quando in casa entrò Wolfang Amadeus Mozart la casa scoppiò. Ernesto lo trovarono sorridente fra le macerie. Lo videro togliersi i calcinacci dalle spalle, prendere un pallone e cominciare a palleggiare (un po' impacciato a dire il vero). Qualcuno giura di aver visto Lucio Battisti, con indosso una giacca di Ernesto, allontanarsi allegramente a braccetto con Giuseppe Verdi. Il mare, un po' invecchiato, respirava adagio sulla battigia.

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