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L’orto

Tempo fa in quanto giornalista vado a un’assemblea provinciale di Rifondazione comunista in cui si parla di moschee ovunque, statue equestri di Carlo Giuliani e altre scemenze. Mi annoio molto e, da vecchio leone liberale, a volte vorrei tirare fuori la Beretta che porto sempre con me e stendere un paio di quei minchioni. A un certo punto noto che tra i convenuti c’è una ragazza graziosa. Nulla di incredibile, lontana anni luce dal mio ideale di donna (Tosca D’Aquino), ma per essere una ‘compagna’ non è male, al netto di gonnone da zingara e piedi sporchi. A fine assemblea la avvicino, mi presento e sfodero una frase a effetto: “Dieci, cento, mille Nassirya!”. Lei, Loredana, arrossisce e mi sorride. Un attimo dopo accetta che le dia un passaggio verso casa. Sta poco fuori città in una bella casa piena di gatti malati. Mentre mi prepara un té io comincio a sbottonarmi preparandomi a un rapporto che reputo imminente. Eppure non succede, perché facendo due chiacchiere emerge, sì, che Loredana ha un sacco di idee terribili sul sociale e i neri, ma è anche una persona piena di profondi dubbi e inquietudini, di interrogativi, di spiritualità, tutta roba che va al di là del goloso stereotipo che mi figuravo di dominare alla svelta nell’ennesima riedizione di un mio personalissimo Circeo. Insomma, ogni progetto suprematista crolla e diventiamo amici stile Luzi e Bassignani. Ci frequentiamo spesso e un bel giorno lei mi porta nel suo giardino, metà adibito a discarica di elettrodomestici, l’altra – mi dice sorniona – a orto sinergico. Mi spiega cos’è: praticamente si tratta di piantare vegetali in modo che si sostengano l’un l’altro, anche moralmente. È un qualcosa di estremamente complesso e giocoso. Affascinato, chiedo a Loredana di insegnarmi e lei accetta molto volentieri. Io in cambio le faccio piccole riparazioni e le do cinquecento euro al mese. Una sera che siamo intenti a progettare il mio super terrapieno, Loredana mi fa un discorso davvero bello e non banale – a suo modo concreto – sul senso (“oscuro e smarrito”) del tempo e della natura. Ad ascoltarla mi sento più intelligente e mi illudo di aver lasciato una volta tanto la testa di cazzo che sono al sesto piano del mio loft ai Parioli. Mi illudo… appunto. “Dai basta ti sto annoiando, concentriamoci sull’orto…”, mi fa. “Ma no, che dici, è bello ascoltarti”, assicuro. “Dai dai che c’è tanto da fare… mi fa piacere aiutarti. Qua in zona siamo pochissimi. Anzi, siamo solo in due, in tre con te se cominci”. “Chi lo fa oltre a te?”. “Una ragazza che sta in zona fiume, si chiama Alessia Fabiani. A volte ci sentiamo per scambiarci i semi”. “Alessia Fabiani? Una abbastanza alta, lineamenti dolci, occhioni”. “Sì sì, la conosci?”. “No, dicevo così per dire, combinazione c’ho preso!”. “Ahahah”. “Ahahah”. E mentre rido già la bava avvolge l’orrida cotenna del mio cuore. “Dai – propone Loredana – quasi quasi la sento e una sera ci vediamo in trio e facciamo il punto… gli orticoltori sinergici al gran completo”. “Magari…”.

Il venerdì sera successivo ci ritroviamo tutti e tre da Loredana. Alessia Fabiani è proprio… Alessia Fabiani. Un paio di chili in più, qualche capello in meno, un cesareo fatto da un boia, ma è sempre lei, splendida e provocante anche dismessi da tempo i panni della ragazza calendario e della Letterina. “Ma tu davvero non sai chi è?”, chiedo alla mia amica quando Alessia va un attimo in bagno. “Come non so chi è? È Alessia, la ragazza che fa il sinergico, scemo!”. Resto basito, poi penso a tutte le volte che Loredana mi ha detto che lei non ha mai avuto la tv in casa e capisco che è l’unica comunista che lo dice e che è anche vero. La serata scorre piacevole all’insegna dell’orticoltura. Alessia è timida e dolce e non parla mai del suo passato nello show business. Prima di dividerci e andare a nanna, faccio alla Fabiani questa battutina: “Si dice che il problema in Italia sia che ognuno pensi al suo orticello, però io sono contento di pensare al mio orticello… sinergico!”. Lei ride – prima di tutto con gli occhi – e mi lascia il suo numero. La saluto con un bel bacino sulle guanciotte ambrate, poi con una fredda stretta di mano auguro la buonanotte aanche a Loredana: “Ciao grazie”.

Qualche giorno più tardi sento Alessia e ci organizziamo per una visita al suo orto nel fine settimana. Arrivo da lei pieno di gioia e desiderio. “Buongiorno signor Paris!”, mi accoglie. “Ma che signor Paris – replico -, va benissimo Carlo, solo Carlo!”. Mi guida al suo orto, la seguo indovinando le forme del suo magnifico sedere appena nascoste dalla salopette verde. Arriviamo al bancale: è incredibile. Dieci volte più rigoglioso, variopinto e sano di quello di Loredana. Una meraviglia, una foresta trasudante vita dalla quale ti aspetteresti uscisse una tigre di Ligabue. “Dio, che spettacolo!”, urlo. “Grazie…”, dice, facendosi timida. Mi si avvicina, le prendo una mano. “Ma come fai ad avere un orto così bello?”, le domando. “Beh… qua sotto riposa un amico speciale e mi piace pensare che viva nei fiori e nei frutti che questa terra da”. “Un amico? Seppellito qui sotto?”. “Sì…”. Piange, la stringo forte. “Chi era?”, le chiedo. “Il Gadano”. “Ma perché, è morto?”. “Sì… poverino… 52 anni. È morto lo scorso autunno”, mi spiega. “Ma in tv – osservo – non hanno detto nulla. Non un servizio, non un ricordo, niente”. “Sai com’è – mi dice – in Italia se non sei di sinistra sembra che devi chiedere scusa”.

Autore del Post

Niccolò Re

Niccolò Re nasce a Sarzana (Sp), dove attualmente vive, il 21 maggio 1986. Maturità scientifica, Laurea in Cinema, nel 2012, un po' per caso, intraprende il mestiere di giornalista, che svolge tutt'ora presso la testata online Città della Spezia. Tra i suoi hobby il calcio, la musica, la storia, l'antropologia. Ama gli animali e ha un bellissimo e simpatico cane di nome Camillo. Dal 2016 convive con l'economista Irene Tinagli.

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