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Uomini d’arme

Come sempre la sveglia suona alle sei. Pospongo. Me ne resto a letto ancora mezz’ora sculettando a pancia in giù. Poi mi alzo e affronto il gelo tagliente della mia povera baracca. Sul pigiama di lana grezza infilo la vestaglia “marca chiazze e buchi”, – come simpaticamente la chiamo io – ma il freddo non molla, perché a volte, il freddo, oltre che fuori, è dentro. Passo veloce di fronte allo specchio, senza guardare, perché vedrei la solita figura stanca di un uomo non più giovane e non ancora vecchio (53-54 anni). Mi scaldo un po’ di caffellatte avanzato dalla cena e faccio zuppetta con dei pezzetti di pane nero. Succhio i bocconi schifato e mastico bene per non strozzarmi. A ogni sbadiglio sento tirare le aderenze di una pleurite curata male. Lancio tazze e posate in giardino, metto un cappottone di pelle ed esco diretto alla stazione ferroviaria, come sempre. Attraverso la città in un attimo, ché ho ancora un bel passo, dei bei polpacci. Ed eccomi arrivato a destinazione, senza alcuna ragione, o con tutte le ragioni del mondo. Due passi nei giardini, un cenno ai soliti volti, il tiepido conforto dei servizi igienici, dove un cortese senzatetto mi presta il suo spazzolino. Cerco invano qualche spicciolo in biglietteria, poi vado al binario. C’è una gran folla che attende il regionale delle sette per Pisa. Mi accorgo che da qualche minuto mi guardo e mi riguardo con uno più o meno della mia età, un uomo ben vestito, lo direi un avvocato. Non mi sembra proprio di conoscerlo, eppure continuiamo a contemplarci. Poi di colpo mi fa: “Quattordicesimo Artiglieri Don Giussani?”. “Oddio – lo riconosco -, Giuliani!”. “Fammi rammentare – azzarda -, De Girolam….Di Giro…Girolam”. “Corroborati, Felice Corroborati!”, lo illumino. Ci sorridiamo felici, scatta un inevitabile e fraterno abbraccio. “Prendiamo qualcosa, partirò col treno successivo”, mi fa. Accetto. È bello quando la magia della vita decide di sorprenderti, soprattutto in momenti non semplici. Facciamo l’amore nel sottopassaggio, poi ci dirigiamo verso il bar. Giuliani, che ora fa il procuratore sportivo – ricordo bene la sua passione per l’atletica, e quant’era forte nel salto in lungo! -, mi offre un’abbondante colazione continentale. Mi osserva mentre la consumo avidamente mentre sorseggia il suo espresso e fuma una Nazionale dietro l’altra, da vero signore. Insieme ricordiamo la Campagna d’Africa, le sue carambole e delizie, lo splendore un po’ incosciente della più bella avventura che dei ragazzi di vent’anni potessero desiderare. Sono le nove meno dieci, andiamo alla cassa per saldare, faccio per mettere mano alla tasca del pigiama, giusto per educazione, ma Giuliani mi ferma, già con il borsello in mano. In quell’istante entra il fornaio con il secondo approvvigionamento di paste della mattinata. Un uomo corpulento e di mezza età, odoroso di farina, miele e tuorli. Ci fissa, ci scruta. “Che desidera?”, gli fa Giuliani perentorio. Il fornaretto continua a guardarci. “Allora? Che vuole?”, sbotta il mio commilitone facendo un passo verso il panificatore. E questi, un attimo prima di prendersi uno sganassone sul quel muso da imbambolato, ci domanda: “Ventunesimo Granatieri Eporediesi?”. Dio mio, Crollalanza! E’ proprio lui! Con trent’anni e trenta chili più, sul volto la farina tipo zero invece delle sabbie libiche, indosso l’umile veste del panificatore in luogo dell’uniforme da tenente. Insiste per saldare lui il nostro conto, poi ci accomodiamo e insieme ricordiamo la battaglia di Tripoli, la beffa di Buccari, la saga di Shannara. Ci invita a vedere la sua attività artigianale e a conoscere la famiglia. Ci incamminiamo felici come dei bambini… felici come dei compagni d’arme. Lungo la via vediamo un gruppo di monelli che insidia un anziano elegante. Lo hanno buttato a terra e lo minacciano con un trapano da ceramista. “Dai noi soldi, se tu fa bravo poi noi ti amaza!” gli dicono, del tutto privi del senso della trattativa. Interveniamo e, forti dei nostri trascorsi militari, mettiamo in fuga i briganti senza tanti problemi tranne che purtroppo Crollalanza muore accoltellato. Io e Giuliani aiutiamo il vecchio a rialzarsi. “Come si sente, signore?”, gli domandiamo. Lui alza la testa, i nostri occhi si incrociano. E in un istante ecco che si rinnova la magia dell’agnizione. “Signor ambasciatore!”. “Oh, cari ragazzi!”. Quell’ottantenne che aiutiamo a sollevarsi altri non è che l’ex ambasciatore italiano a Nairobi, Giuseppe Dovizia di Particolari, con il quale cento e cento volte ci siamo fruttuosamente confrontati ai bei tempi delle peripezie africane. Ci proponiamo di portare sua Eccellenza al pronto soccorso, ma ella rifiuta e si ricompone alla grande. Ci prendiamo una gazosa a un baracchino e andiamo di ricordo in ricordo… veniamo a sapere che l’ambasciatore, rimasto vedovo, si è da poco risposato con una donna di cinquant’anni più giovane conosciuta negli ultimi anni kenyoti. “Abbiamo anche avuto una bimba, Giulia Martina, che è bellissima e proprio oggi compie due mesi. Mi piacerebbe farvela conoscere, ragazzi miei, anche subito”. E così mezz’ora dopo siamo a pranzo da lui a Villa Perniciosi, la sua dimora versiliese. Ci presenta Ayana, splendida moglie negra, poi ci mostra la piccola che sonnecchia nella culla. “Che ve ne pare?”, ci domanda, innamorato della bimba. “Visto di meglio trombato di peggio”, dico io, ed ecco lì sinceramente ho sbagliato.

Autore del Post

Niccolò Re

Niccolò Re nasce a Sarzana (Sp), dove attualmente vive, il 21 maggio 1986. Maturità scientifica, Laurea in Cinema, nel 2012, un po' per caso, intraprende il mestiere di giornalista, che svolge tutt'ora presso la testata online Città della Spezia. Tra i suoi hobby il calcio, la musica, la storia, l'antropologia. Ama gli animali e ha un bellissimo e simpatico cane di nome Camillo. Dal 2016 convive con l'economista Irene Tinagli.

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