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Becoming Lino Toffolo (parte terza)

Becoming Lino Toffolo (parte terza)

QUI la parte seconda.

Era il 25 aprile, il giorno della fantomatica ‘Liberazione’ (Da che, poi…). Passai a prendere mister Maifredi alle sette. Lo trovai che gorgogliava in un tazzone di caffelatte. Lo avevo sentito anche in mattinata, ma ovviamente non si ricordava nulla. Gli rammentai della partita, lo lavai, lo profumai, lo vestii a puntino e lo caricai in macchina che era una principessa. “Gigi, sei pronto per la panchina?”. “Zerto”. Avrebbe guidato la Nazionale cantanti contro la Nazionale attori. In mezz’ora arrivammo allo Stadio Olimpico, brulicante di fans. Ci venne incontro Massimo Ghini. “Francesco Pionati?”, mi fece. Annuii. “Il direttore, Roberto, mi ha detto di dirti di mettermi a tua completa disposizione”. Il noto attore romano mi allungò il suo biglietto e poi scortò me e Gigi negli spogliatoi, dove già ci attendevano diversi elementi che il mister avrebbe avuto a disposizione. Enrico Ruggeri, Lucio Battisti, Mino Reitano, Neffa, Gatto Panceri, Paolo Vallesi e il fortissimo Luca Barbarossa. Io avrei fatto da assistente allenatore. “Sono anche io un cantante… canto quando sono sotto la doccia!”, scherzai, per rompere il ghiaccio. Mister Maifredi cominciò a spiegare ai presenti la sua idea di calcio, gli schemi che avremmo adottato, le tattiche, le strategie sui calci piazzati. Ce la metteva tutta, ma biascicava, si inceppava. A un certo punto, parlando di contropiede, si addormentò di colpo, come gli capitava sempre più spesso. A Neffa scappò una risatina beffarda e compiaciuta. Lo presi per la collottola e lo cacciai fuori dallo spogliatoio. “Levami dalle palle questo coglione”, dissi a Ghini, che stava fumando nel tunnel. Gli altri cantanti mi fecero i complimenti per tanta risolutezza, e forse per il timore, in caso di squallide intemperanze, di fare la stessa fine del signor Giovanni Pellino da Scafati. Eravamo lì per aiutare mister Maifredi, non per farci beffe di lui e della sua malattia rara.

Alle nove meno un quarto scendemmo in campo per il riscaldamento pre gara. Gigi aveva deciso di schierare dal primo minuto la seguente formazione (modulo 4-3-3): Gianni Bella; Mino Reitano, Gatto Panceri, Bugo, Gianni Fiorellino; a centrocampo i Tazenda; in attacco Luca Barbarossa, Lucio Battisti ed Enrico Ruggeri. A disposizione: Sandro Giacobbo, Enzo Carella, Pino dei Ragazzi Italiani, Attilio dei Ragazzi Italiani, l’anziano Andrea Mingardi, Francesco Guccini e Pierangelo Bertoli. Tribuna per Paolo Vallesi. Purtroppo, quando vidi entrare la Nazionale attori ebbi una brutta sorpresa: il dottor Zaccaria, organizzatore dell’evento, aveva scelto come allenatore l’odioso Nedo Sonetti. Con lo sguardo cercai e trovai il direttore tra il pubblico. Si alzò e mi sorrise, ma io lo squadrai con severità. “Che?!”, sussurrò sorpreso. “Nulla”, feci io. Avrei dovuto chiedere prima. Roberto si rasserenò e tornò ad accomodarsi accanto alla sua bella Monica. Non restava altro da fare che battere il tremendo Sonetti. Ma non era mica facile. L’undici della Nazionale attori era molto più forte del nostro e, come al solito, inquinato da ragazzi appartenenti ad altri ambiti professionali. Questo l’undici iniziale dei nostri avversari: il plastico Vanni Bramati in porta, difesa a quattro con l’affidabile Flavio Albanese, l’esperto Enzo Iacchetti, l’ordinato Luca Sofri e la freccia mancina Elio Germano; davanti alla difesa, la grinta di Peppe Zarbo e il fosforo di Ettore Bassi; sulla trequarti, da destra a sinistra, ecco il muscoloso Edo Soldo, il tecnico Franco Di Mare e l’inarrestabile Corrado Tedeschi, con noti trascorsi nelle giovanili della Sampdoria. Davanti, quel tizzone ardente di Francesco Paolantoni. La forza della selezione attori era confermata anche dal fatto che mister Sonetti potesse permettersi il lusso di tenere in panchina gente come Max Novaresi, Igor Righetti e Stefano Masciarelli.

La partita andava in onda su Rai Uno con telecronaca di Massimo Caputi e commento tecnico di Giuliana Sgrena. Massimi Ghini presentò l’evento di fronte al numeroso pubblico dell’Olimpico. Lo affiancava la nota conduttrice Arianna Ciampoli, radiosa. “Stasera non conta il risultato – assicurava Ghini -, stasera il gol più bello sarà raccogliere fondi per mister Maifredi, per capire qual è questa malattia – questa stronza! – che lo sta divorando. Quindi anche da casa dateci dentro con le donazioni cazzarola!”. E mentre il prolifico attore romano diceva queste cose, dalla panchina Sonetti schiumava competitività. “E taglia horto, si gioha non si gioha? Ovvìa… Dai ‘he gli si fa male”, ringhiava, del tutto scevro dallo spirito solidale della serata. Si distraeva un attimo dalla sua ferocia solo per dare un’occhiata alla fidanzata Chiara Francini in tribuna. Lei, complice e volgare, bianca come una madonna rinascimentale, dava a intendere di vivere solo per darsi al tecnico piombinate.
La partita finalmente ebbe inizio. Arbitrava il penoso comico Lucio Caizzi. Ci trovammo subito assediati. Al secondo giro di lancette Francesco Paolantoni serpeggiò tra Bugo e Panceri siglando l’uno a zero. Un istante più tardi il comico partenopeo raddoppiò di testa su un cross perfetto di Corrado Tedeschi. Mister Maifredi bestemmiò contro Bugo, beffato in elevazione nonostante la modesta stazza del centravanti nemico, e per lo sforzo ebbe un piccolo aneurisma dal quale si riprese alla mezz’ora del primo tempo, quando ormai eravamo sotto sette a zero. Sonetti, elettrizzato, ci sfotteva con ridanciano disprezzo. Purtroppo gli attori erano davvero di un altro pianeta e noi stavamo giocando particolarmente male. Per di più, il debole direttore di gara Caizzi consentiva ai nostri avversari di giocare duro, intimorito com’era da personalità forti come quelle di Sofri jr. e Di Mare.
Il primo tempo terminò undici a zero. Nelle interviste a bordo campo a favore di telecamera, mentre io, Barbarossa, Battisti e i Ragazzi Italiani, nonostante l’imbarcata, ci sforzavamo di sorridere e ricordavamo ai telespettatori di mandare sms benefici, gli attori si vantavano della prestazione, non dedicavano nemmeno una parola a mister Maifredi e al suo dramma e addirittura – Elio Germano in primis – ci provavano con la timida e cattolica Ciampoli, imbarazzandola mentre lei cercava semplicemente di strappare qualche battuta di stampo umanitario.

Negli spogliatoi Mister Maifredi era furioso. Strigliò ben bene la truppa. Mi chiese di mettere al muro Enrico Ruggeri – a suo dire il più deludente – e io eseguii, ma l’ex leader dei Decibel reagì stendendomi con un destro e guadagnandosi le mie immediate scuse. Il mio naso zampillante sangue e muco fece tanto ridere i ragazzi e lo spirito di squadra tutto sommato ne giovò. Tornammo quindi in campo con il sorriso, ma questo non contribuì a cambiare le cose, tant’è che nei primi dieci minuti della ripresa incassammo altri quattro gol: tripletta di Franco Di Mare e incornata vincente di Max Novaresi, entrato al posto di nessuno, una superiorità numerica concessa dal timoroso direttore di gara. Insomma, la situazione non faceva che peggiorare. “Il punto è che la partita così è già chiusa, non c’è più gusto a vederla, la gente a casa cambierà canale e non donerà più soldi per il suo amico”, disse una voce femminile alle mie spalle. Mi voltai. La Ciampoli. Dio, quanto era bella! Mi porse del ghiaccio per il naso. “Grazie dott.ssa Ciampoli”. Mi sorrise e le vennero quelle sue note fossette da brava ragazza marchigiana. “Torno in postazione!”, disse, e volò via. Restai in estasi finché il boato dell’Olimpico non sottolineò l’hattrick di Ettore Bassi. Mannaggia. La splendida Ciampoli aveva proprio ragione. Chi se la guarda una partita già bella e finita? Dovevamo fare qualcosa, e subito. Mi consultai col mister, purtroppo arrossato e quasi catatonico. “Fai entrare Ravaneli, dai…”, vaneggiò, per poi addormentarsi di colpo. Ero disperato, non sapevo che fare. Mi scosse una voce suadente. “Dottore, faccia entrare me”. Era Pierangelo Bertoli. Con la carrozzina s’era spinto al mio fianco per chiedermi di fare ingresso in campo. “Per piacere Bertoli, non peggioriamo le cose, siamo seri”. Far entrare un diversamente abile non mi sembrava certo il modo migliore per recuperare il risultato. “La prego, non la deluderò, si fidi”, continuò, ma io lo pregai di farla finita. In quel mentre Mino Reitano ebbe il solito collasso cardiaco e gli avversari segnarono con due palloni balzando dal 19 al 21 a zero. Ma sì, l’ingresso del Bertoli non poteva certo peggiorare le cose. E gli andava riconosciuta una certa caparbietà, diversamente dagli altri panchinari, che sbuffavano e non vedevano l’ora di tornare a casa. “Ma sì, dai, entra. Gigi facciamo entrare Bertoli, ok?”. Il mister singhiozzò, lo presi per un sì. Il cantautore di sinistra piombò in campo mentre i sanitari portavano fuori Reitano in barella. “Forza Mino, non te ne andrai certo oggi, ma fra due anni, per una patologia oncologica”, scherzò Ghini nella breve intervista, prendendoci clamorosamente.
Venti minuti al fischio finale. Ennesimo attacco degli attori. Mister Sonetti voleva a tutti costi sfondare dalla parte del neo entrato Bertoli. “Assinistra! Assinistra!”, urlava. Così la palla filò da Bassi a Tedeschi. Sovrapposizione sulla fascia mancina di Elio Germano, imbeccato con un preciso filtrante dallo showman genovese. L’attore progressista affrontò Bertoli. “Puntalo, ecchescivole, un lo vedi che gli è un diversamente abile!”, lo spronava Sonetti. Germano lo saltò guadagnando il fondo, pronto per il cross verso la testa prelibata di Francesco Paolantoni o per la zampata del velino Edo. Ma ecco che, un attimo prima che Germano la mettesse in mezzo, Bertoli, attardato di quattro metri, cominciò a darci dentro con le sue braccia enormi, incendiando l’erba con le ruote della carrozzina. Raggiunse Germano un attimo prima del cross, travolgendolo, amputandone gli arti inferiori e consentendo così a Gatto Panceri di spazzare. “Disabile di merda! Animale”, gli gridarono dagli spalti Nicola Piovani, Domenico Procacci e Giovanna Melandri, coinquilini e grandi amici di Elio Germano, che rantolava in fin di vita contro i cartelloni pubblicitari Calzedonia. Lucio Caizzi fece per fischiare fallo, ma Bertoli lo prese di mira e come una biga impazzita lo assassinò. Il pubblico andò in visibilio, mentre da casa i telespettatori ritrovavano interesse. Un attimo dopo il cantautore sassuolese ripartì alla carica menomando nell’ordine il Zarbo, Bassi, Iacchetti, Edo e addirittura il portiere Vanni Bramati, che provò invano a scappare, campione di codardia e di botte a sua moglie Miriam ne ‘La squadra’. Ormai sostenuto dall’intero stadio, Bertoli esortò i colleghi cantanti a cercare la rimonta. Ma mentre li spronava, il trequartista avversario Franco Di Mare sfilò la Beretta a uno steward e freddò il paraplegico ex Br con tre colpi di pistola al petto, come un Klinghofer qualsiasi, per poi fuggire a bordo della sua auto blu. Tutto questo a dieci minuti dal termine. Di fronte a una Nazionale attori decimata e nel commosso ricordo di Pierangelo, i cantanti passarono all’offensiva. Arrivarono i primi gol. Zampata sottoporta di Barbarossa, doppietta di Battisti da fuori area, rigore conquistato e realizzato da Gatto Panceri, tripletta di Ruggeri e così via. Un attimo prima del novantesimo alzai gli occhi al tabellone: 24 a 21 per noi gente del mondo della musica! Abbracciai forte mister Maifredi, in coma farmacologico dal 22esimo della ripresa. “Ragazzi calma, pensiamo a contenere, rispettiamo l’avversario!”, gridai, e Sonetti mi infamò dandomi del vigliacco difensivista. Allo scoccare del novantesimo, Ghini entrò in campo e sbracciando sancì la fine della partita ringraziando tutti per la bellissima serata di sport, sangue e solidarietà. Mister Sonetti ci giurò vendetta, poi prese la Francini – immancabile pacca sul culo a favore di paparazzi – e scappò a Capalbio. Per me, il povero mister Maifredi e la Nazionale cantanti fu festa grande. Giro di campo con la salma del grande Bertoli in spalla, targa ricordo dalle mani del direttore Zaccaria, telefonata gigiona col presidente della Repubblica Everardo Dalla Noce.

Più tardi Massimo Ghini venne nello spogliatoio per comunicarci l’esito della serata. Era andata davvero bene: oltre 700mila lire di incasso, alle quali andavano aggiunte circa 200mila lire di donazioni dei telespettatori. Un bel gruzzolo che ci avrebbe senz’altro consentito di saperne di più sulla malattia di mister Maifredi. Soddisfatto, presi in braccio Gigi, salutai i ragazzi e ringraziai di cuore Zaccaria. Il direttore mi diede appuntamento in azienda per lavorare a ‘Guidolin’ e poi di fronte a tutti allungò cinquanta euro all’anchorman Ghini. Mi sarebbe piaciuto dire ciao alla Ciampoli, ma mi spiegarono che era corsa a dormire perché la mattina andava a messa presto, come tutte le brave ragazze dell’Italia centrale. Arrivato al parcheggio, vidi Battisti che, borsone a tracolla, fumava assieme al suo paroliere Pasquale Panella, per me un idolo assoluto. Infilai mister Maifredi in auto e mi feci pavidamente avanti. “Signor Panella, mi scusi, posso salutarla?”. Il paroliere annuì e mi strinse la mano. “Che piacere conoscerla!”, gli dissi. E lui, cordiale: “Negli ovili stuzzica le frittatine ammansuetite!”. E io che pensavo che almeno nel quotidiano si esprimeva normale! What a fuck!

Autore del Post

Niccolò Re

Niccolò Re nasce a Sarzana (Sp), dove attualmente vive, il 21 maggio 1986. Maturità scientifica, Laurea in Cinema, nel 2012, un po' per caso, intraprende il mestiere di giornalista, che svolge tutt'ora presso la testata online Città della Spezia. Tra i suoi hobby il calcio, la musica, la storia, l'antropologia. Ama gli animali e ha un bellissimo e simpatico cane di nome Camillo. Dal 2016 convive con l'economista Irene Tinagli.

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