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In morte di Jimi Hendrix

jimi hendrix

In morte di Jimi Hendrix

È una notte di settembre del 1970. A Londra la bionda Monika, l’ultima fiamma di Jimi  Hendrix, contrariata si rimette alla guida per accompagnare Jimi alla festa a cui la sua rivale, la nera e sensuale Devon lo aveva invitato. Qui il musicista chiacchiera con gli amici lamentandosi dei tanti problemi di affari che lo assillano e assume almeno una tavoletta di anfetamine; si tratta del Durophet, le Black Bombers che un anno prima avevano ucciso il suo amico Brian Jones. Una mezz’ora dopo Monika suona il campanello chiedendo di Hendrix. Un’altra ospite, Stella Douglas, amica di Jimi, dietro suo suggerimento le risponde di tornare più tardi. Secondo Angie Burdon, moglie di Eric Burdon degli Animals, quando Monika torna un quarto d’ora dopo, la Douglas usa con lei un tono così assertivo da risultare maleducata.

Jimi Hendrix e la pattinatrice tedesca Monika Danneman

Ma la donna non si dà per vinta e insiste per parlare con il suo ragazzo; lui sembra molto infastidito da una tale invadenza, al punto che gli altri ospiti alla festa si affacciano alla finestra ed urlano a Monika di lasciarlo in pace, ma alla fine Jimi cede e parla brevemente al citofono con la sua fidanzata, dopodiché abbandona la festa, verso le 3 del mattino, senza salutare nessuno. Dopo essere tornati nell’appartamento, Monika prepara due panini al tonno e intorno alle 4 Hendrix, alle prese con l’insonnia provocata dalle anfetamine, le chiede dei sonniferi, dei tranquillanti tedeschi molto forti chiamati Vesparax.

Jimi Hendrix “Smoking” taken in early 1967 in Gered’s Masons Yard studio in London.

Anche lei di nascosto ne prende uno intorno alle 6:00, con lui ancora sveglio che non la smette di parlare, e va a letto. Quando si sveglia verso le 10 finalmente lo vede dormire accanto a lei. Accortasi di aver finito le sigarette, esce per andare a comprarle, e quando torna intorno alle 11, Jimi sta ancora dormendo profondamente, anzi a ben vedere gli esce qualcosa dalla bocca… Monika prova a svegliarlo in ogni modo, ma il musicista è inconsapevole e non risponde. Per fortuna respira ancora. Allora alle 11:18 chiama l’ambulanza, che arriva dopo dieci minuti. Nel frattempo la ragazza nota nel letto, vicino a Jimi, la scatola di Vesparax: ne mancano nove, la decima è caduta sul pavimento. E la posologia è di mezza pasticca.

Al loro arrivo, i due infermieri trovano la porta aperta. Il fuoco del gas è acceso, le tende tirate, la stanza è buia. Quando accendono la luce, si trovano davanti una scena orribile: c’è un corpo immobile disteso supino sul letto, in una vasta pozza di vomito nero e marrone. Tantissimo vomito, sulle coperte, sul cuscino, ovunque. A loro sembrano tonnellate di vomito. Lui ne è ricoperto e le sue vie respiratorie sono completamente occluse, la lingua è riversa. Dopo aver verificato che il giovane non respira, i due infermieri provano a sentirgli il polso. Per un attimo mostra un lampo di luce negli occhi, ma poi più niente, più nessuna risposta: per loro è morto. Pochi minuti dopo arriva la polizia, chiamata dagli infermieri. Sono le 11.35 circa quando il corpo esanime di Hendrix viene trasportato più velocemente possibile al pronto soccorso dell’ospedale St. Mary Abbot’s di Kensington. L’ambulanza arriva a destinazione in dieci minuti circa. Un’ora dopo viene effettuata l’autopsia: nel referto si parla di morte per soffocamento dopo aver ingurgitato il proprio vomito. Si fa menzione anche di una intossicazione da barbiturici, Vesperax e Seconal, e della compresenza di una discreta quantità di alcol e anfetamine, che evidentemente aveva dato luogo a un mix letale. Il medico legale, Dottor Martin Seifert, dopo aver analizzato il corpo dell’artista americano, rilascia una dichiarazione ufficiale: «Jimi Hendrix è stato ricoverato nel reparto rianimazione e immediatamente monitorato e assistito. Il tracciato era piatto. Non dava segni di vita. Ho provato a praticare il massaggio cardiaco per cercare di rianimarlo ma l’ho fatto solo come procedura di routine: Hendrix era già morto».

Disegno di Sergio Giobbi

Il coroner di West London Thurston conferma il primo referto, aggiungendo che «non è possibile stabilire se la morte sia stata casuale o in qualche modo provocata».

Un altro medico, il Dr. John Bannister, analizza il cadavere prima dell’autopsia. «Ricordo che era freddo e aveva un colorito bluastro. Dalla bocca e dal naso fuoriusciva vino rosso. Anche il foulard che aveva al collo era inzuppato di vino. Abbiamo cercato di rianimarlo per circa mezz’ora senza alcun risultato».

Alle 12:45 di venerdì 18 settembre 1970, all’età di 27 anni, Jimi Hendrix viene dichiarato morto. Dopo che il suo corpo viene imbalsamato, è rimesso in volo per Seattle secondo il volere della famiglia, così come lui aveva cinicamente previsto: “Se tornerò a Seattle sarà in una cassa da morto”, aveva confidato al manager e promoter Chuck Wein qualche mese prima di morire. Michael Lydon sul “New York Times” scrive: “Jimi Hendrix era più di una star. Era un geniale musicista nero: chitarrista, cantante, compositore di fulgida potenza drammatica. Era capace di tradurre in vere e proprie gesta sonore le sue straordinarie idee. Il suo desiderio d’avventura non conosceva limiti. Era selvaggio, appassionato e graffiante ed elargiva con straordinaria magnanimità la bellezza a cui dava vita”. Il 1° ottobre, in una tiepida giornata di sole, dopo la messa funebre in forma privata in una piccola chiesa battista, James Marshall Hendrix viene sepolto al cimitero di Greenwood a Renton, Washington, vicino alla tomba di sua madre Lucille. La famiglia e gli amici si spostano in una lenta processione di ventiquattro limousine. Più di duecento persone partecipano ai funerali, tra cui diversi musicisti, come i membri originali della Experience: il batterista Mitch Mitchell e il bassista Noel Redding, così come Miles Davis, John Hammond e Johnny Winter. Ma il funerale non assomiglia neanche lontanamente a quello che il musicista avrebbe desiderato: “Alla mia morte ci sarà una jam, puoi giurarci. Voglio che tutti diano il massimo e si sballino. E conoscendomi, finirò per cacciarmi nei guai al mio stesso funerale. Il volume sarà alto, e ci sarà la nostra musica. Non voglio canzoni dei Beatles, ma qualche pezzo di Eddie Cochran e parecchio blues. Roland Kirk verrà di certo, e farò di tutto perché non manchi Miles Davis, sempre che abbia voglia di passare. Per una cosa così varrebbe quasi la pena morire!”. Come il suo amato Jimi, anche la sua amante di sempre Dolly Dagger morì poco dopo in circostanze misteriose. E anche la bionda Monika alla fine si suiciderà.

Jimi Hendrix & Devon Wilson

Pare che pochi mesi dopo la scomparsa del suo uomo la selvaggia Devon si sia immersa sempre di più nel nero vortice dell’eroina e della prostituzione, fino a volar giù da una finestra all’ottavo piano del Chelsea Hotel, dove viene rinvenuta sdraiata per terra con un ago infilato nel braccio. Non è difficile immaginare cosa abbia esclamato Jimi quando l’abbia raggiunto. “Hey, Dolly Dagger, anche qua!”, tradendo con un ghigno una malcelata contentezza.

 

Tratto da “Rock’n’roll Noir – I misteri, le relazioni e gli amori del Club 27” di Elisa Giobbi (Arcana).

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