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Lettera alle Eminenze dell’Accademia della Crusca

Lettera alle Eminenze dell’Accademia della Crusca

Lettera alle Eminenze dell’Accademia della Crusca

Il Mulino che vorrei, Chiusdino, (SI)
24 febbraio 2016

Gentilissime Eminenze dell’Accademia della Crusca

ma potrei dire Illustri e Autorevoli  –  mi chiamo Antonio B. e venni al mondo in quel di Málaga nel 1960. Da qualche anno a questa parte ho deciso di trasferire me stesso e la mia attività nel vostro splendido paese, al fine di arricchirne il patrimonio dolciario e di gratificare lo spirito del popolo italiano. Inutile dire che, vuoi per l’innata indole al sarcasmo del suddetto popolo, vuoi per le mie financo eccessive arditezze linguistiche, a tutt’oggi non ne ho ricevuto che beffe e umiliazioni (ma potrei dire dileggi, irrisioni, sfottò, gabbi, tiri birboni). Tornando al perché della presente lettera alle Eminenze, stamattina bevevo il mio consueto caffellatte, sfogliando quotidiani com’è d’uopo fare per me che vengo dall’estero, per mantenermi aggiornato sulle novità di società e costume. lettera alle eminenzeEbbene, sfogliando ho appreso che Voi (Gentilissimi ma potrei dire Egregi, Eminenti, Autorevoli) avete valutato “bello e chiaro” il neologismo petaloso coniato dal piccolo Matteo dalla provincia di Ferrara, aggiungendo che un termine, per entrare a far parte del vocabolario, deve essere capito e utilizzato da molte persone. Petaloso ad esempio può essere usato in una frase come “Guarda questo fiore quant’è petaloso.”
Prima di tutto ne approfitto per congratularmi sentitamente col piccolo Matteo, ma vorrei rendere noto un fatto increscioso (increscioso esiste già, vero?). Circa due anni fa, durante la lieta occasione di una colazione con un’amica, coniai il termine inzupposo, per altro da lei approvato e apprezzato. Pensate che ridemmo tanto che ci andò il latte nel naso!
Comunque, nel momento in cui venne diffuso il video in cui giudicavo inzupposo il biscotto – del resto, qual è la migliore caratteristica per un biscotto da prima colazione, se non quella di assorbire latte e ammorbidirsi in un’esplosione di sapore? – si generò una beffa di cui ancora porto addosso cicatrici che al confronto quelle che mi restano quando mi scotto con il forno, sembrano pori della pelle (e io faccio regolarmente la pulizia del viso, quindi non mi tocca il fastidioso problema dei pori dilatati) e pure Crozza mi fa l’imitazione. lettera alle eminenzeC’è da dire che non era la prima volta, visto che il dileggio nacque principalmente dal fatto che sono in buoni rapporti con la gallina Rosita, il mio animale da compagnia e che non contento di sottrarle le uova (per arricchire il Vostro patrimonio dolciario) le rompo l’anima tutto il giorno con le mie paturnie e lei ha pure la pazienza di darmi retta.
Mi domando, Gentilissimi (ma potrei dire Egregi, Eminenti, Autorevoli), è giustizia questa?
Io sono felice per il piccolo Matteo, ma proprio non posso fare a meno di dolermi per me e per le mie arditezze. Come sperimentatore della lingua quale sono, ho tenuto fede alla risposta da Voi fornita al mio piccolo collega e sentendo ripetere da due anni inzupposo in ogni dove (tanto che pure l’amica mia non l’ho più vista manco per un caffè e Rosita sta seriamente pensando di tornare a Málaga), ho fatto un salto sul Vostro Autorevole (ma potrei dire Importante, Influente, Prestigioso) sito web convinto che, una volta digitato il neologismo di cui rivendico la paternità, avrei visualizzato una pagina riportante storia e significato, con il mio nome scritto in grassetto. Invece il sito web ha avuto l’ardire di indirizzarmi alla pagina del termine inzuppato, sostenendo che inzupposo non esiste. Ma dico io, ma vi pare corretto? Inzuppato sta a significare qualcosa di compiuto. Inzupposo indica invece qualcosa che si presta all’essere inzuppato, esattamente un passo prima. Persino Rosita ha colto la differenza al volo.
Non mi soffermerei neanche troppo – se non fosse per tutta questa amarezza, che per me che faccio dolci è come la kryptonite per Superman – sul fatto che il piccolo Matteo ha ricevuto il pubblico plauso del Matteo grande e della ministra Giannini su twitter e che su internet gira l’hashtag #petaloso. Vi assicuro che avrei voluto essere il primo a complimentarmi con il ragazzo, proprio per questo sentito sostegno alla sperimentazione linguistica, ma aprire il Vostro pregevole sito web questa mattina mi ha tolto di sentimento.
Se vi dicessi quante volte mi sento fischiare le orecchie perché qualcuno da qualche parte nel mondo dice inzupposo dovreste inventare una nuova parola per indicare il numero.
Tipo novantamilacinquilioniventiduecentottantadieci.
Dunque concludo, Egregi, valutate l’uso che ho fatto della lingua italiana mentre scrivevo questa lettera (che poi è una bozza, c’ho messo neanche il tempo di cottura di un Nascondino) e prendete in considerazione l’ipotesi di inserire inzupposo nel vocabolario. Piazzatevi di fronte a una cuccuma di latte la mattina e fate la zuppa. Gustate quel buon sapore di farina, uova e nostalgia e vedrete che inzupposo verrà da sé.
Non potete fermare il progresso, quindi mettetevi nei miei panni.
Tra l’altro la parannanza è parecchio comoda.

Con immutata e immutabile stima,

Antonio B.

P.s. dalla lettera non si desume, ma sono anche bello, quindi ci terrei che nel vocabolario venisse inserita una mia foto. Ne allego una di quando Rosita era tornata a Málaga per qualche settimana e io m’ero lasciato un po’ andare per la tristezza, anche se avevo fatto amicizia con il gabbiano Pedro e suo cugino Segundo.

lettera alle eminenze

Nuovamente.

Questa lettera mi è giunta per sbaglio stamattina perché Antonio B. ha scritto male l’intestazione, quindi provvederò personalmente a girarla agli Accademici della Crusca.
Nel frattempo colgo l’occasione per congratularmi anche io con il piccolo Matteo.
Viva la fantasia al potere!

Francesca Gaudenzi

Francesca Gaudenzi

Ho sempre preferito la parola scritta a qualsiasi altra forma di comunicazione. Se le altre bimbe deliziavano gli zii con canzoncine e racconti dettagliati di vita quotidiana, io piantavo il muso e cercavo le parole. Studiavo le reazioni della gente, ne osservavo i gesti, le espressioni del volto, associavo il tutto a un contesto e cercavo di dargli una forma, così, cercando cercando, le parole sono arrivate. Da sei anni curo una rubrica sulla rivista Strumenti Musicali in cui mi occupo di donne e musica, ho un blog personale e da quest’anno inizio la mia avventura con i ragazzi di WiP Radio.

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