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LITTLE CHILD (Lennon – Mc Cartney)

LITTLE CHILD (Lennon – Mc Cartney)

B22404LITTLE CHILD

 (Lennon – Mc Cartney)

McCartney: voce, basso, pianoforte – Lennon: voce, chitarra ritmica, armonica a bocca – Harrison: chitarra solista – Starr: batteria.
Registrazione: 11, 12 settembre e 3 ottobre 1963
Produttore: George Martin – Fonico: Norman Smith

 

 

“Uno dei tentativi miei e di Paul di scrivere una canzone per qualcun altro. Questo probabilmente era per Ringo”. Così John Lennon definì sbrigativamente Little child, che peraltro finì per essere cantata dai suoi autori.

Mc Cartney: “Little child era una canzone di mestiere. Avevo in mente Whistle my love nella versione di Elton Hayes. A volte le canzoni nascevano da un’ispirazione, e la seguivi. Altre volte invece la situazione era ‘Dai forza due ore per scrivere la canzone per Ringo del prossimo album’. E le canzoni per Ringo dovevano essere piuttosto semplici. Lui non aveva una grande estensione vocale, ma se gli davi delle cose carine le interpretava con brio e con buoni risultati. E dovevano essere storie in cui si potesse  riconoscere, altrimenti diventava un problema”.

E infatti Ringo non se la sentì di cantare Little child, ragion per cui furono John e Paul a farsene carico.

La canzone di cui parla Paul è appunto Whistle my love: una canzone della colonna sonora del film La storia di Robin Hood diretto nel 1952 da Ken Annakin.

Mai eseguita dal vivo, mai ripresa in nessun modo dai Beatles né in gruppo né come solisti, Little child è sostanzialmente una canzone minore del canone Beatlesiano.

Mac Donald: “Con la sua falsa ritrosia, le sue moine, le sue millanterie e le sue allusioni, lo sbrigativo corteggiamento di Little child evoca il popolaresco galateo sessuale della gioventù di Liverpool. Anche quando compongono solo per mestiere, Lennon e Mc Cartney riescono a sollevarsi dalla media grazie alla loro acuta capacità di osservazione”.

 

Autore del Post

Ernesto Macchioni

Il mare in tempesta fu improvvisamente colpito ai fianchi da un milione di tonnellate di olio. Fu così che venne alla luce Ernesto Macchioni in un'inaspettata giornata d'estate in pieno novembre 1961. La finestra fu finalmente aperta, Ernesto si affacciò e venne invaso da un fiume di luce e salmastro. L'infanzia la passò a cercare di capire se era meglio saper giocare a pallone o ascoltare la musica. Scelse la seconda ipotesi, senza rendersi conto di quanto si sarebbe complicato la vita. Il mare lo guardava perplesso. Faceva le scuole medie quando imparò a suonare la chitarra. Divenne amico intimo di Francesco Guccini, Francesco De Gregori, Lucio Battisti, cercando di scacciare l'inopportuna presenza di Claudio Baglioni. Erano amici fidati, a loro non importava se non sapevi giocare a calcio. Il mare scuoteva la testa. Alle superiori si illuse che il mondo era facile e cambiò religione diventando comunista. Bussarono alla porta di casa gli Inti-illimani e li fece entrare. (Battisti lo nascose nell'armadio). Claudio Lolli chiese "permesso" e lo fece accomodare. Pink Floyd e Genesis erano degli abitué ormai da tempo. La casa era piena di gente. Sua madre offriva da bere a tutti (ma non riuscì mai a capire cosa ci faceva quel ragazzo riccioluto rintanato fra i vestiti). Il mare aspettava. Venne l'ora provvisoria del buon senso e del "mettisufamiglia". La chitarra si era nel frattempo trasformata in un pianoforte. La casa era grande adesso e, oltre ai figli, poteva contenere anche vecchi giganti come Chet Baker e Miles Davis, lo zio Keith Jarrett e il nipotino Pat Metheny. La moglie offriva da bere a tutti, compreso Lucio Battisti che si era da tempo tolto la polvere dell'armadio di dosso. Qualcuno aveva infranto i sogni e il muro di Berlino, scoprendo che era fatto di carta come loro. Il mare si fece invadente e, stanco di aspettare, entrava anche in casa nei momenti più inopportuni. Era una folla. Quando Ernesto decise di far entrare anche Giacomo Puccini, Giuseppe Verdi e Gabriel Fauré la situazione cominciò a farsi insostenibile. Soprattutto quando il nostro protagonista scoprì che tutti, ma proprio tutti, compreso Francesco Guccini, sapevano giocare a pallone. Era un caos indefinibile vederli giocare fra le stanze, scoprire che De Gregori poteva benissimo entrare in sintonia con Giacomo Puccini e servirgli un assist da campionato del mondo preciso sulla testa. E tutto sotto lo sferzante vento di libeccio che infuriava in tutta la casa. Il mare si godeva le partite con un braccio sulla spalla di Ernesto, in totale stato confusionale. Quando in casa entrò Wolfang Amadeus Mozart la casa scoppiò. Ernesto lo trovarono sorridente fra le macerie. Lo videro togliersi i calcinacci dalle spalle, prendere un pallone e cominciare a palleggiare (un po' impacciato a dire il vero). Qualcuno giura di aver visto Lucio Battisti, con indosso una giacca di Ernesto, allontanarsi allegramente a braccetto con Giuseppe Verdi. Il mare, un po' invecchiato, respirava adagio sulla battigia.

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