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DON’T BOTHER ME (Harrison)

DON’T BOTHER ME (Harrison)

Don't Bother Me sheet musicDON’T BOTHER ME

 (Harrison)

McCartney: basso, legnetti – Lennon: chitarra ritmica, tamburino – Harrison: voce, chitarra – Starr: batteria, bongo.
Registrazione: 11 e 12 settembre 1963
Produttore: George Martin – Fonico: Norman Smith

Dal 19 al 24 agosto i Beatles furono impegnati in una seria di esibizioni. Il 23 agosto venne pubblicaot il 45 giri She loves you. E in un giornoimprecisato compreso fra il 19 e il 24 agosto George Harrisono scrisse la sua prima canzone: Don’t bother me.

Harrison (dall’autobiografia I me mine): “Don’t bother me è la prima canzone che ho scritto, una prova per vedere se ne ero capace. L’ho scritta in un albergo di Bournemouth dove stavamo nel 1963 per una serie di concerti estivi. Ero a letto malato, e forse è questo il motivo per cui la canzone è finita col diventare Don’t bother me (Non mi rompete).”

Esiste quasi incredibilmente una documentazione sonora dell’avvenimento, registrata in uno dei cosiddetti Alf Bicknel tapes. Alf Bicknell, autista dei Beatles dal 1964 al 1966, ricevette in dono da John Lennon cinque bobine di nastri incise dai Beatles con un registratore portatile. Fra quel materiale variegato ed eccentrico ce n’è uno che documenta il tentativo di composizione di Harrison. la canzone è riconoscibile, benché più lenta e strascicata della versione poi incisa su disco e praticamente priva di un testo articolato, sostituito da mugolii e fischi, il tutto di una qualità sonora scadentissima.

 

Harrison: “Imparai un po’ di cose dagli altri, dal punto di vista privilegiato di chi stava seduto nella stessa automobile mentre John e Paul scrivevano una loro canzone. Non credo che Don’t bother me sia una canzone particolarmente buona, può darsi che non sia nemmeno una canzone con tutti i crismi, ma almeno mi ha fatto capire che tutto ciò di cui avevo bisogno era continuare a scrivere, e forse avrei finito con lo scrivere qualcosa di buono. E’ una sensazione che provo ancora oggi: ‘Mi auguro di scrivere qualcosa di buono’. Tutto è relativo. E, comunque, mi ha procurato un lavoro”.

Autore del Post

Ernesto Macchioni

Il mare in tempesta fu improvvisamente colpito ai fianchi da un milione di tonnellate di olio. Fu così che venne alla luce Ernesto Macchioni in un'inaspettata giornata d'estate in pieno novembre 1961. La finestra fu finalmente aperta, Ernesto si affacciò e venne invaso da un fiume di luce e salmastro. L'infanzia la passò a cercare di capire se era meglio saper giocare a pallone o ascoltare la musica. Scelse la seconda ipotesi, senza rendersi conto di quanto si sarebbe complicato la vita. Il mare lo guardava perplesso. Faceva le scuole medie quando imparò a suonare la chitarra. Divenne amico intimo di Francesco Guccini, Francesco De Gregori, Lucio Battisti, cercando di scacciare l'inopportuna presenza di Claudio Baglioni. Erano amici fidati, a loro non importava se non sapevi giocare a calcio. Il mare scuoteva la testa. Alle superiori si illuse che il mondo era facile e cambiò religione diventando comunista. Bussarono alla porta di casa gli Inti-illimani e li fece entrare. (Battisti lo nascose nell'armadio). Claudio Lolli chiese "permesso" e lo fece accomodare. Pink Floyd e Genesis erano degli abitué ormai da tempo. La casa era piena di gente. Sua madre offriva da bere a tutti (ma non riuscì mai a capire cosa ci faceva quel ragazzo riccioluto rintanato fra i vestiti). Il mare aspettava. Venne l'ora provvisoria del buon senso e del "mettisufamiglia". La chitarra si era nel frattempo trasformata in un pianoforte. La casa era grande adesso e, oltre ai figli, poteva contenere anche vecchi giganti come Chet Baker e Miles Davis, lo zio Keith Jarrett e il nipotino Pat Metheny. La moglie offriva da bere a tutti, compreso Lucio Battisti che si era da tempo tolto la polvere dell'armadio di dosso. Qualcuno aveva infranto i sogni e il muro di Berlino, scoprendo che era fatto di carta come loro. Il mare si fece invadente e, stanco di aspettare, entrava anche in casa nei momenti più inopportuni. Era una folla. Quando Ernesto decise di far entrare anche Giacomo Puccini, Giuseppe Verdi e Gabriel Fauré la situazione cominciò a farsi insostenibile. Soprattutto quando il nostro protagonista scoprì che tutti, ma proprio tutti, compreso Francesco Guccini, sapevano giocare a pallone. Era un caos indefinibile vederli giocare fra le stanze, scoprire che De Gregori poteva benissimo entrare in sintonia con Giacomo Puccini e servirgli un assist da campionato del mondo preciso sulla testa. E tutto sotto lo sferzante vento di libeccio che infuriava in tutta la casa. Il mare si godeva le partite con un braccio sulla spalla di Ernesto, in totale stato confusionale. Quando in casa entrò Wolfang Amadeus Mozart la casa scoppiò. Ernesto lo trovarono sorridente fra le macerie. Lo videro togliersi i calcinacci dalle spalle, prendere un pallone e cominciare a palleggiare (un po' impacciato a dire il vero). Qualcuno giura di aver visto Lucio Battisti, con indosso una giacca di Ernesto, allontanarsi allegramente a braccetto con Giuseppe Verdi. Il mare, un po' invecchiato, respirava adagio sulla battigia.

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