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IT WON’T BE LONG (Lennon – Mc Cartney)

IT WON’T BE LONG (Lennon – Mc Cartney)

081814browimageIT WON’T BE LONG

 (Lennon – Mc Cartney)

McCartney: cori, basso – Lennon: voce, chitarra ritmica – Harrison: cori, chitarra solista – Starr: batteria.
Registrazione: 30 luglio 1963
Produttore: George Martin – Fonico: Norman Smith

Quattro 45 giri con tutti brani inediti e due album all’anno: questo era il piano di uscite discografiche concordato fra George Martin e Brian Epstein per i Beatles.

Il gruppo e Martin dovevano essere molto convinti che gli “yeah – yeah” di She loves you e di I’ll get you avrebbero fatto presa sugli acquirenti di dischi, tanto da riutilizzarli immediatamente (qui l’esclamazione “yeah” è usata cinquantasei volte, stavolta in forma di chiamata e risposta, un po’ come era pensata all’origine She loves you). Lennon andava particolarmente fiero del gioco di parole be long/belong.

Mc Cartney: “A scuola avevo studiato letteratura e mi interessavano i giochi di parole e le onomatopee. John non aveva studiato letteratura ma aveva letto molto e bene, e anche lui era interessato a quelle cose”.

Lennon: “Per quello che attraeva il pubblico non era l’intelligenza dei Beatles, era la musica dei Beatles. Fu solo dopo che un tizio del Times scrisse che in It won’t be long c’erano delle cadenze eolie che la gente delle classi medio – alte cominciò ad ascoltare la nostra musica: perché qualcuno l’aveva etichettata”.

Mac Donald: “Il pezzo vira da una stridula ruvidità twist-beat – Lennon potrebbe aver preso le mosse da The loco-motion, il ballabile di successo di Little Eva del 1962 – alla delicata eleganza in stile Miracles del “middle eight”, con una delle settime maggiori “da barbiere”, sentimentali e popolaresche, predilette dal gruppo”.

Autore del Post

Ernesto Macchioni

Il mare in tempesta fu improvvisamente colpito ai fianchi da un milione di tonnellate di olio. Fu così che venne alla luce Ernesto Macchioni in un'inaspettata giornata d'estate in pieno novembre 1961. La finestra fu finalmente aperta, Ernesto si affacciò e venne invaso da un fiume di luce e salmastro. L'infanzia la passò a cercare di capire se era meglio saper giocare a pallone o ascoltare la musica. Scelse la seconda ipotesi, senza rendersi conto di quanto si sarebbe complicato la vita. Il mare lo guardava perplesso. Faceva le scuole medie quando imparò a suonare la chitarra. Divenne amico intimo di Francesco Guccini, Francesco De Gregori, Lucio Battisti, cercando di scacciare l'inopportuna presenza di Claudio Baglioni. Erano amici fidati, a loro non importava se non sapevi giocare a calcio. Il mare scuoteva la testa. Alle superiori si illuse che il mondo era facile e cambiò religione diventando comunista. Bussarono alla porta di casa gli Inti-illimani e li fece entrare. (Battisti lo nascose nell'armadio). Claudio Lolli chiese "permesso" e lo fece accomodare. Pink Floyd e Genesis erano degli abitué ormai da tempo. La casa era piena di gente. Sua madre offriva da bere a tutti (ma non riuscì mai a capire cosa ci faceva quel ragazzo riccioluto rintanato fra i vestiti). Il mare aspettava. Venne l'ora provvisoria del buon senso e del "mettisufamiglia". La chitarra si era nel frattempo trasformata in un pianoforte. La casa era grande adesso e, oltre ai figli, poteva contenere anche vecchi giganti come Chet Baker e Miles Davis, lo zio Keith Jarrett e il nipotino Pat Metheny. La moglie offriva da bere a tutti, compreso Lucio Battisti che si era da tempo tolto la polvere dell'armadio di dosso. Qualcuno aveva infranto i sogni e il muro di Berlino, scoprendo che era fatto di carta come loro. Il mare si fece invadente e, stanco di aspettare, entrava anche in casa nei momenti più inopportuni. Era una folla. Quando Ernesto decise di far entrare anche Giacomo Puccini, Giuseppe Verdi e Gabriel Fauré la situazione cominciò a farsi insostenibile. Soprattutto quando il nostro protagonista scoprì che tutti, ma proprio tutti, compreso Francesco Guccini, sapevano giocare a pallone. Era un caos indefinibile vederli giocare fra le stanze, scoprire che De Gregori poteva benissimo entrare in sintonia con Giacomo Puccini e servirgli un assist da campionato del mondo preciso sulla testa. E tutto sotto lo sferzante vento di libeccio che infuriava in tutta la casa. Il mare si godeva le partite con un braccio sulla spalla di Ernesto, in totale stato confusionale. Quando in casa entrò Wolfang Amadeus Mozart la casa scoppiò. Ernesto lo trovarono sorridente fra le macerie. Lo videro togliersi i calcinacci dalle spalle, prendere un pallone e cominciare a palleggiare (un po' impacciato a dire il vero). Qualcuno giura di aver visto Lucio Battisti, con indosso una giacca di Ernesto, allontanarsi allegramente a braccetto con Giuseppe Verdi. Il mare, un po' invecchiato, respirava adagio sulla battigia.

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