WiP Radio
SHE LOVES YOU (Lennon – Mc Cartney)

Beatles_She_Loves_YouSHE LOVES YOU

 (Lennon – Mc Cartney)

McCartney: voce, basso – Lennon: voce, chitarra ritmica – Harrison: voce, chitarra solista – Starr: batteria.
Registrazione: 1 luglio 1963
Produttore: George Martin – Fonico: Norman Smith

Mc Cartney: “John e io abbiamo scritto She loves you insieme. Eravamo in furgone a Newcastle. Avevo in mente una canzone a domanda e risposta, in cui qualcuno cantava she loves you e gli altri rispondevano yeah yeah. Convenimmo che era un’idea scadente e infatti lo era, ma almeno ci diede spunto per una canzone intitolata She loves you. Quindi la scrivemmo poi nella stanza d’albergo, in poche ore. Avevamo uno spettacolo a Newcastle e poiché ore prima ci dicemmo. bene facciamoci una sigaretta e scriviamo una canzone. Ed è così che cominciò She loves you. Mi ricordo noi due seduti sui letti gemelli, nella luce del pomeriggio”.

Il giorno seguente, giovedì, i Beatles non avevano spettacoli; passarono da Liverpool e nella casa di Forthlin Road, Paul e John, completarono la scrittura della canzone.

Mc Cartney: “Era sera, mio padre stava guardando la televisione e fumava le sue Players; noi due eravamo affaccendati a portare aq termine la canzone. Poi andammo in salotto e la suonammo per mio padre. “Papà che ne pensi?” Rispose: “Molto carina ragazzao ma in giro ce ne sono già abbastanza di questi americanismi. Non potreste cantare She loves yopu. Yse! Yes! Yes!?” Ci accasciammo a terra dicendo: “No papà non capisci!” E’ una delle storie che racconto sempre su mio padre. Per uno della classe operaia, quella era una cosa abbastanza borghese da dire, in effetti. Ma lui era così”.

George Martin: “Ero seduto sul mio solito sgabello e John e Paul mi fecero ascoltare  She loves you, con George che faceva i cori. Secondo me la canzone era forte e mi colpì l’accordo finale, una strana cosa alla Glenn Miller. Loro ne erano entusiasti: “Roba mai sentita prima!” dicevano. Ovvio che io lo sapevo, che non era precisamente così”.

Norman Smith: “Stavo sistemando il microfono e ho buttato l’occhio al testo della canzone che c’era sul leggio. “She loves you yeah, yeah, yeah. She loves you yeah, yeah, yeah. She loves you yeah, yeah, yeah.” Mio Dio!, ho pensato, che testo! Questa sarà una delle canzoni che non mi piaceranno. Ma quando hanno cominciato a cantarla, ero al mixer e ho cominciato a saltellare”.

Mc Cartney: “Anche questo era un testo costruito sui pronomi personali, lei, tu, io. Ma penso che la caratteristica interessante sia che, sostanzialmente, era un messaggio consegnato per conto di un altro. Non era più “Io”; usciva dallo schema “ti amo” o “amami”, si riferiva a una terza persona, il che costituiva un cambiamento: “l’ho vista e lei mi ha detto di dirti che ti ama” prendevamo un po’ le distanze ed era una novità”.

Lennon: “Fu un’idea di Paul: anziché cantare di nuovo “ti amo”, inserivamo un personaggio esterno. Questo genere di dettaglio adesso è evidente nelle sue canzoni: lui scrive le storie di qualcun altro, io sono più incline a scrivere di me”.

She loves you riproponeva gli “whooo!” in falsetto – rubati agli Isley Brothers – che per un po’ furon uno dei marchi di fabbrica dei Beatles. Soprattutto però proponeva per la prima volta quegli “yeah-yeah-yeah” che erano tanto dispiaciuti a Jim Mc Cartney ma che daranno il nome a un intero fenomeno della musica pop – da noi detto “yé yé” – della prima metà degli anni ’60.

Lennon: “Ci abbiamo cacciato dentro di tutto, pensando a quando Elvis aveva fatto All shook up: fu quella la prima volta che sentii: “Uh huh”, “Oh yeah”, e “Yeah yeah” tutti nella stessa canzone”.

She loves you è convenzionalmente considerata ( e con buoine ragioni) la canzone che fece esplodere la beatlesmania. E’ la prima canzone a essere ufficialmente accreditata a “Lennon – Mc Cartney” ed è il 45 giri dei beatles più venduto di sempre. E’ stato anche il singolo più venduto di sempre in Gran Bretagna fino al 1977.

Mc Donald: “Celebre la mossa visivamente accattivante di Mc Cartney e Harrison che cantandoli scuotevano le loro pettinature a caschetto. Quando i Beatles mostrarono questa loro gag ai loro colleghi in tournée, suscitarono ilarità. Lennon, però, insistete che avrebbe funzionato e, come si è visto, aveva ragione”.

Autore del Post

Ernesto Macchioni

Il mare in tempesta fu improvvisamente colpito ai fianchi da un milione di tonnellate di olio. Fu così che venne alla luce Ernesto Macchioni in un'inaspettata giornata d'estate in pieno novembre 1961. La finestra fu finalmente aperta, Ernesto si affacciò e venne invaso da un fiume di luce e salmastro. L'infanzia la passò a cercare di capire se era meglio saper giocare a pallone o ascoltare la musica. Scelse la seconda ipotesi, senza rendersi conto di quanto si sarebbe complicato la vita. Il mare lo guardava perplesso. Faceva le scuole medie quando imparò a suonare la chitarra. Divenne amico intimo di Francesco Guccini, Francesco De Gregori, Lucio Battisti, cercando di scacciare l'inopportuna presenza di Claudio Baglioni. Erano amici fidati, a loro non importava se non sapevi giocare a calcio. Il mare scuoteva la testa. Alle superiori si illuse che il mondo era facile e cambiò religione diventando comunista. Bussarono alla porta di casa gli Inti-illimani e li fece entrare. (Battisti lo nascose nell'armadio). Claudio Lolli chiese "permesso" e lo fece accomodare. Pink Floyd e Genesis erano degli abitué ormai da tempo. La casa era piena di gente. Sua madre offriva da bere a tutti (ma non riuscì mai a capire cosa ci faceva quel ragazzo riccioluto rintanato fra i vestiti). Il mare aspettava. Venne l'ora provvisoria del buon senso e del "mettisufamiglia". La chitarra si era nel frattempo trasformata in un pianoforte. La casa era grande adesso e, oltre ai figli, poteva contenere anche vecchi giganti come Chet Baker e Miles Davis, lo zio Keith Jarrett e il nipotino Pat Metheny. La moglie offriva da bere a tutti, compreso Lucio Battisti che si era da tempo tolto la polvere dell'armadio di dosso. Qualcuno aveva infranto i sogni e il muro di Berlino, scoprendo che era fatto di carta come loro. Il mare si fece invadente e, stanco di aspettare, entrava anche in casa nei momenti più inopportuni. Era una folla. Quando Ernesto decise di far entrare anche Giacomo Puccini, Giuseppe Verdi e Gabriel Fauré la situazione cominciò a farsi insostenibile. Soprattutto quando il nostro protagonista scoprì che tutti, ma proprio tutti, compreso Francesco Guccini, sapevano giocare a pallone. Era un caos indefinibile vederli giocare fra le stanze, scoprire che De Gregori poteva benissimo entrare in sintonia con Giacomo Puccini e servirgli un assist da campionato del mondo preciso sulla testa. E tutto sotto lo sferzante vento di libeccio che infuriava in tutta la casa. Il mare si godeva le partite con un braccio sulla spalla di Ernesto, in totale stato confusionale. Quando in casa entrò Wolfang Amadeus Mozart la casa scoppiò. Ernesto lo trovarono sorridente fra le macerie. Lo videro togliersi i calcinacci dalle spalle, prendere un pallone e cominciare a palleggiare (un po' impacciato a dire il vero). Qualcuno giura di aver visto Lucio Battisti, con indosso una giacca di Ernesto, allontanarsi allegramente a braccetto con Giuseppe Verdi. Il mare, un po' invecchiato, respirava adagio sulla battigia.

Commenti