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TWIST AND SHOUT (Bert Russell – Phil Medley)

TWIST AND SHOUT (Bert Russell – Phil Medley)

TWIST AND SHOUT

 (Bert Russell – Phil Medley)

McCartney: cori, basso, – Lennon: voce, chitarra ritmica – Harrison: cori, chitarra solista, – Starr: batteria. 

Registrazione: 11 febbraio 1963 
Produttore: George Martin – Fonico: Norman Smith

Bert Russell, figlio di immigrati russi, era nato a New York nel 1929 e aveva studiato musica fin da piccolo. Dopo un periodo di lavoro come strumentista nei night club di Cuba, tornò a New York e intraprese l’attività di compositore. La sua prima composizione da professionista si intitolava Twist and shout ed era un brano dalle atmosfere latineggianti che cercava di saltare sul carro della moda nascente del twist. Russell decise di affidare la canzone agli Isley Brothers, un gruppo rhythm and blues ansioso di ritrovare quel successo da classifica che aveva già avuto nel 1959 con Shout.

11 febbraio 1963: sono le dieci di sera, l’ora in cui la seduta di registrazione deve chiudere. I Beatles sono in studio dalle dieci del mattino e finora hanno registrato tredici canzoni, ma George Martin ne vuole ancora una. Chiama un timeout e tutti scendono nel bar-mensa di Abbey Road per una riunione volante. Caffè, biscotti, latte caldo per John, che quel giorno è molto raffreddato. Si discute, anche animatamente. Norman Smith ricorda. “Qualcuno suggerì di registrare Twist and shout, con John alla voce solista. Ma a quel punti erano tutti molto stanchi, dopo dodici ore di lavoro. John, in particolare, era quasi allo stremo, poi fece un gargarismo con il latte e andò al microfono. I Beatles, fingendo che il personale dello studio fosse il pubblico di un locale, attaccarono il pezzo.

Chris Neal (fonico): “John si spogliò fino alla cintola e tirò fuori una prestazione vocale stupefacente”. Entusiasti e quasi sorpresi, come ben dimostra l'”hey!” conclusivo di McCartney, i Beatles si resero conto di aver fatto centro. Quel perfezionista di Geoerge Martin volle che si registrasse un’altra take, ma John, che pure la portò a termine, era ormai completamente afono.

Lennon: “Quell’ultima canzone quasi mi ammazzò. La mia voce non fu più la stessa per parecchio tempo, ogni volta che inghiottivo sentivo la carta vetrata in gola. Mi sono sempre vergognato molto di quell’esecuzione, so che posso cantare meglio di così”. George Martin: “Non so come hanno potuto farlo. Abbiamo registrato tutto il giorno e più si andava avanti e meglio cantavano e suonavano”. Chris Neal: “La mattina dopo, Norman Smith e io portammo in giro il nastro per farlo ascoltare a tutti gli addetti dello studio, chiedendo: “Hey che ne dite eh?”” Inusualmente elogiativo MacDonald: “Niente di così intensamente vitale era mai stato registrato prima in uno studio di incisione di musica pop inglese”. La registrazione di quella sera rimase intatta ed è quella che si ascolta nella versione definitiva del disco, senza interventi o sovraincisioni.

Twist and shout restò a lungo nel repertorio live dei Beatles. È la canzone che Lennon all’esecuzione alla Royal Command Performance del 4 novembre 1966 presentò con le famose parole: “…quelli seduti nei posti economici battano le mani a tempo, gli altri potrebbero per favore far tintinnare i loro gioielli?”.

Autore del Post

Ernesto Macchioni

Il mare in tempesta fu improvvisamente colpito ai fianchi da un milione di tonnellate di olio. Fu così che venne alla luce Ernesto Macchioni in un'inaspettata giornata d'estate in pieno novembre 1961. La finestra fu finalmente aperta, Ernesto si affacciò e venne invaso da un fiume di luce e salmastro. L'infanzia la passò a cercare di capire se era meglio saper giocare a pallone o ascoltare la musica. Scelse la seconda ipotesi, senza rendersi conto di quanto si sarebbe complicato la vita. Il mare lo guardava perplesso. Faceva le scuole medie quando imparò a suonare la chitarra. Divenne amico intimo di Francesco Guccini, Francesco De Gregori, Lucio Battisti, cercando di scacciare l'inopportuna presenza di Claudio Baglioni. Erano amici fidati, a loro non importava se non sapevi giocare a calcio. Il mare scuoteva la testa. Alle superiori si illuse che il mondo era facile e cambiò religione diventando comunista. Bussarono alla porta di casa gli Inti-illimani e li fece entrare. (Battisti lo nascose nell'armadio). Claudio Lolli chiese "permesso" e lo fece accomodare. Pink Floyd e Genesis erano degli abitué ormai da tempo. La casa era piena di gente. Sua madre offriva da bere a tutti (ma non riuscì mai a capire cosa ci faceva quel ragazzo riccioluto rintanato fra i vestiti). Il mare aspettava. Venne l'ora provvisoria del buon senso e del "mettisufamiglia". La chitarra si era nel frattempo trasformata in un pianoforte. La casa era grande adesso e, oltre ai figli, poteva contenere anche vecchi giganti come Chet Baker e Miles Davis, lo zio Keith Jarrett e il nipotino Pat Metheny. La moglie offriva da bere a tutti, compreso Lucio Battisti che si era da tempo tolto la polvere dell'armadio di dosso. Qualcuno aveva infranto i sogni e il muro di Berlino, scoprendo che era fatto di carta come loro. Il mare si fece invadente e, stanco di aspettare, entrava anche in casa nei momenti più inopportuni. Era una folla. Quando Ernesto decise di far entrare anche Giacomo Puccini, Giuseppe Verdi e Gabriel Fauré la situazione cominciò a farsi insostenibile. Soprattutto quando il nostro protagonista scoprì che tutti, ma proprio tutti, compreso Francesco Guccini, sapevano giocare a pallone. Era un caos indefinibile vederli giocare fra le stanze, scoprire che De Gregori poteva benissimo entrare in sintonia con Giacomo Puccini e servirgli un assist da campionato del mondo preciso sulla testa. E tutto sotto lo sferzante vento di libeccio che infuriava in tutta la casa. Il mare si godeva le partite con un braccio sulla spalla di Ernesto, in totale stato confusionale. Quando in casa entrò Wolfang Amadeus Mozart la casa scoppiò. Ernesto lo trovarono sorridente fra le macerie. Lo videro togliersi i calcinacci dalle spalle, prendere un pallone e cominciare a palleggiare (un po' impacciato a dire il vero). Qualcuno giura di aver visto Lucio Battisti, con indosso una giacca di Ernesto, allontanarsi allegramente a braccetto con Giuseppe Verdi. Il mare, un po' invecchiato, respirava adagio sulla battigia.

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