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Sweat Shop, riconsideriamo il Fast Fashion | Lifestyle Factory

Sweat Shop, riconsideriamo il Fast Fashion | Lifestyle Factory

Sweat Shop, riconsideriamo il Fast Fashion

Quante di noi, intendo giovani donne della costa toscana, hanno gioito quando è stata annunciata l’apertura del negozio H&M a Livorno? Ok, forse “gioito” è troppo, ma sicuramente un brividino lungo la schiena ci deve essere stato al pensiero delle maxi offerte che solitamente trovavamo negli store delle grandi città e che da quel momento sarebbero state a portata di portafoglio. Resistere al 3×2 è sempre stato un problema, persino al supermercato, figurarsi quando hai la possibilità di riempirti l’armadio con pochi euro, praticamente “ciao sto in paradiso, lasciatemi qui”. H&M, come Zara, Topshop, Primark e tanti altri, adoperano la strategia del “Fast Fashion”: vengono riproposti, in tempi brevi, i trend presentati alla Fashion Week dalle grandi case di moda, con la differenza che le spese di produzione sono forzatamente ribassate con conseguente scarsa qualità di manifattura e di materiali; ciò permette alle grandi masse l’acquisto dei capi di tendenza a prezzi bassissimi. Insomma, noi sentiamo di aver vinto alla lotteria e così diventa accessorio chiedersi i motivi per cui abbiamo speso così poco, d’altronde il cotone è sempre cotone quanto mai vorrai pagarlo, le cuciture non sono precise, ma chissene, chi le vede? Non c’è nemmeno la solita “puzza di cinese” che ci fa sospettare l’utilizzo di materiali pseudo cancerogeni, quindi acquisto approvato. Già perché la produzione non è in Cina (dove c’è stato un progressivo aumento dei salari dei lavoratori delle multinazionali) ma in Cambogia. È in questo paese che il quotidiano norvegese Aftenposten ha deciso di girare il docu-reality “Sweat Shop”, letteralmente “fabbrica sfruttatrice”, scegliendo come protagonisti tre giovani blogger norvegesi e chiedendo loro di trascorrere un mese intero fianco a fianco ai lavoratori cambogiani. Stessi turni massacranti di 18 ore, stesse condizioni igieniche non adeguate, paghe da fame, notti passate a dormire in stanzoni fatiscenti accanto a centinaia di altri dipendenti. Più che naturali le conseguenti crisi di pianto, la stanchezza cronica e problemi di salute di ogni genere. Dopo aver constatato la verità di una realtà più che disumana, il giornale ha chiesto ai tre ragazzi di non divulgare alcuni contenuti riguardanti parti del documentario, parzialmente tagliato per non incorrere problemi legali con la stessa H&M, ma una di loro, Anniken Jørgensen, di soli 17 anni, si è rifiutata di rimanere in silenzio: “È incredibilmente frustrante che una grande catena di abbigliamento abbia così tanto potere da spaventare e condizionare il più importante quotidiano della Norvegia. Non c’è da meravigliarsi: il mondo è così. Ho sempre pensato che nel mio paese ci fosse libertà di espressione. Mi sbagliavo“. Così tramite il suo blog, i video, e i social è riuscita a capovolgere le scommesse che la davano perdente contro la multinazionale, tanto da dare inizio ad una riuscitissima campagna di boicottaggio in tantissimi paesi europei e di tutto il mondo. Ma non finisce qui. È riuscita ad avere un colloquio direttamente nella sede centrale di H&M a Stoccolma dove i responsabili le hanno assicurato di aver preso provvedimenti affinché i diritti dei lavoratori fossero totalmente rispettati, senza dimenticare di dichiarare “L’immagine ritratta di H&M, nel programma web-TV è imprecisa e nessuno degli stabilimenti visitati nel programma produce capi di abbigliamento per H&M. Né i produttori né le ragazze ci hanno contattato per chiedere informazioni quando hanno registrato il programma. Ma è importante che i nostri clienti e gli azionisti abbiano un corretto quadro della nostra azienda e delle responsabilità che si prendiamo. Abbiamo da molti anni fatto dei grandi sforzi nei paesi di produzione esistenti per migliorare le condizioni di lavoro e rafforzare i diritti dei lavoratori. H&M ha uno dei più alti standard di sostenibilità nell’industria al mondo nei confronti dei propri fornitori. È da sempre nella nostra visione aziendale che i lavoratori dell’industria tessile debbano vivere con i propri salari. Tutto ciò è evidenziato anche nel nostro codice di condotta“.

Se siano stati presi effettivi provvedimenti non possiamo saperlo, certamente il nostro dovere, se crediamo ancora nella giustizia, è quello di promuovere un acquisito consapevole dei prodotti e, con le nostre scelte di massa, spostare l’attenzione sulle realtà produttive che intraprendono la via etica.

Autore del Post

Fedra Guglielmi

Blogger di WiP Radio con la sua rubrica "Lifestyle Factory".

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