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L’informazione fai da te

giaguaro

L’informazione fai da te.

C’era una volta il giornale, quello che mandava odore di inchiostro e macchiava le dita nelle ore mattutine, c’era (e c’è ancora) il giornale da bar, di solito “il Tirreno” e la “Gazzetta dello Sport”,  che passavano di mano in mano, si macchiavano di caffè e di crema dei bomboloni e alla sera, ridotti ad un ammasso cartaceo lurido e peloso, finivano ingloriosamente nella rumenta. C’era poi mamma Rai, seguita da Matrigna Mediaset dagli anni Ottanta, nel piano del miracolo berlusconiano, con il cavaliere–palazzinaro che colpì l’immaginario collettivo con i cappelloni di Dallas. Preistoria? Sì, un’età paleolitica di non molti anni fa. Oggi i giornali stanno inesorabilmente declinando, un declino che neanche le edizioni online riescono a contenere, malgrado un élite più agguerrita continui a comprare il giornale, come una “preghiera laica” fra cornetto e cappuccino. Ma di cosa informa, soprattutto la stampa locale che fa la sua parte importante nell’editoria? Quale è l’accesso possibile per cittadini e associazioni che vogliono far conoscere e comunicare le proprie attività, le loro opinioni, aldilà delle solite astiose lettere al direttore? Come possiamo interagire noi cittadini con la stampa? E soprattutto cosa interessa alla stampa? A quest’ultima domanda è possibile rispondere “vendere!” e di questo non dobbiamo parlare con moralismo: di impresa si tratta. Il problema è cosa faccio per vendere e qui cade l’innocenza della stampa: in realtà, seguendo spesso la scia della televisione trash, si cerca il piccolo evento di cronaca da dilatare al massimo, si cerca il fatto che crei apprensione, con l’albanese o il rom di turno che va sempre bene, ossia si cerca di dare, come dicono in molti, quello che vuole la “ggente”, facendo finta di non capire che si tratta di un circolo vizioso, ossia io cerco di dare quello che vuole la gente, l’opinione pubblica ne è influenzata e alla fine vuole proprio quello. Hai visto?! Sì, dirà subito al solito “professorone” preoccupato, te l’avevo detto, senza intuire in malafede che la richiesta della “ggente” è stata creata apposta. Così il giornalismo d’inchiesta va progressivamente sparendo, aldilà di qualche caso sporadico, perché troppo “complesso” da capire, così come in tv l’inchiesta viene confinata a certi programmi come quello di Riccardo Iacona, a favore di certi talk show in cui vince chi interrompe di più e scuote meglio il capo in segno di negazione di fronte alle telecamere. Non a caso i giornali sono più che pieni di inezie politiche, si registra anche un respiro del politico locale di turno (al contrario di altri paesi europei dove i politici locali appaiono sui giornali ad ogni morte di papa). Ecco che invece, di fronte a informazioni che spesso riteniamo, a torto o a ragione, importanti, soprattutto per quanto riguarda  le associazioni, il giornale locale non ci soddisfa, occorre sempre la telefonata all’amico dell’amico del giornalista, con la speranza che vengano pubblicate anche poche righe, in un rapporto che appare spesso di sudditanza informativa.

E allora che fare? Allora occorre cavalcare le sterminate praterie del web, vincere le ultime resistenze che ci fanno stare sulle montagne rocciose della carta stampata. Ossia creare un blog, usare i social network, creare un gruppo Facebook ad esempio che “pensi in rete”, che confronti esperienze diverse. Certo non avrà la stessa “potenza” del giornale, ma, attenzione, può avere una diffusione ben più ampia a livello globale, almeno fra quelli che conoscono la tua lingua. Soprattutto permette di raggiungere persone nelle fasce giovanili, ma non solo, che magari non si fermano neanche all’edicola, ma soprattutto che non troverebbero la “tua” notizia su quel giornale. È chiaro che è sempre più complicato dominare l’informazione in rete, devi saper navigare nell’oceano, talvolta, paradossalmente, ci naviga meglio proprio chi è stato ed è lettore della carta stampata e che sa discernere e valutare. Tuttavia appare l’unica alternativa, magari senza abbandonare neanche il vecchio caro giornale, non fosse altro che per il contatto fisico, per il frusciare della carta. Resta un piccolo dubbio: che succede se io voglio passare dal virtuale al reale ossia trasformare l’informazione virtuale in formazione? Un esempio, se io organizzo un evento e voglio diffondere la notizia e ottengo mille visualizzazioni e “mi piace” e poi nel “reale” partecipano quattro gatti? A prescindere dal fatto che questo succede anche con i giornali, il problema si pone. E allora si comprende che il media è un mezzo, uno strumento, al limite un’occasione, mai un fine, altrimenti non riusciremo mai a trasformare i “mi piace” in vita vera, attiva. E comunque, pollice verso l’alto!

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