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Io compro, tu compri… Dal tre per due al partito di plastica.

Io compro, tu compri… Dal tre per due al partito di plastica.

“Compra e godi” è uno slogan che viene da lontano (e porta lontano), dagli anni del miracolo economico, quando l’Italia è passata progressivamente dal soprabito rivoltato all’usa e getta, dal vecchio tavolo di legno e marmo (oggi avidamente ricercato) allo splendente tavolo di formica.

Non si tratta di rimpiangere un mitico tempo delle lucciole, perché la miseria mordeva e non c’era tempo per i chiari di luna e la campagna era il luogo di zappa e vanga e non di agriturismo, tuttavia è dai mitici anni Sessanta che dobbiamo partire se vogliamo capire come l’italiano si sia progressivamente trasformato in consumatore sempre più passivo. Certo allora era ancora forte l’appartenenza politica e l’identità religiosa, c’erano i due partiti–chiesa, la Dc e il Pci, chi vi militava ricorda le lunghe e fumose (di sigaretta) discussioni, anche quelle noiosissime sui bilanci partecipati: altro che Porto Alegre dove sono andati anni fa molti nostri politici per farsi spiegare come si fa a discutere con la popolazione i bilanci comunali quando potevano chiedere, con maggior profitto, al nonno comunista o democristiano. Ma il tarlo iniziava ad entrare nella testa degli italiani: le nuove cattedrali del consumo ti offrivano il tutto e subito, anche se spesso i magri bilanci familiari non erano all’altezza dei desideri, mentre l’ideologia e la religione offrivano una lontana prospettiva utopistica o la ricompensa, tocchiamo ferro!, dell’aldilà.

Anche il comunista diventava consumista o meglio comunista-consumista con tutte le contraddizioni del caso: se ne era accorto già Giorgio Bocca quando, da inviato speciale, girava per l’Italia ricercando gli effetti del miracolo economico e toccava con mano il fatto che piccole realtà rosse come Carpi e Poggibonsi non differissero da simili piccole realtà bianche nella ricerca di un benessere basato sul consumo.

Tuttavia c’erano ancora molti anticorpi, il ricordo di pane e cipolla era ancora troppo recente per abbandonarsi mani e piedi al consumismo, non c’era la variante dello spreco di massa , dell’accumulo di derrate. Il supermercato era ancora tale e non era ancora divenuto il sostituto della piazza, il luogo di ritrovo domenicale come avviene ormai in molte zone del paese dove si celebra il rituale dell’acquisto, il rito del tre per due.

Le varie crisi hanno fatto il resto, se il comunismo è morto e il cattolicesimo sta male, resta il moloch del “compra e godi”, della felicità individuale a portata di mano e senza lo sforzo di fare la rivoluzione il che era francamente chiedere troppo,ma neanche quello dell’impegno o della testimonianza. Il modello è sempre più, a partire dagli anni Ottanta, quello della televisione dell’audience, della lava colorata che invade le nostre teste, di una merce di facile consumo, che ci vede sempre più passivi, al massimo si può muovere un dito e schiacciare il pulsante del telecomando, ultima grande libertà liberale, per fuggire dalle isole dei famosi (?). Ed anche la politica ha finito per frammentarsi progressivamente per ridursi a cazzeggio a “Porta a porta”, altro che dibattiti fumosi (di sigaretta) nelle sezioni, fino al caso limite del partito di plastica nato da una convention pubblicitaria ad uso e consumo di chi proponeva la ricchezza facile e il benessere a portata di mano: proprio come il “compra e godi” del supermercato. E in questa caricatura di società affluente il povero (se qualcuno accetta ancora questa definizione da libro Cuore) è solo un consumatore sfortunato, che veste da sfigato perché, appunto, è povero e si limita a guardare e desiderare una vita migliore, ma senza ribellarsi in alcun modo perché non fa tendenza, la ribellione non fa audience e non si può vendere neanche al tre per due. Meglio comprarsi il telefonino migliore e votare per il più ricco, che ha buon gusto, che veste bene (ma non la bandana, per pietà!) e magari mi porta anche fortuna.

In questo modo anche la politica è diventata in parte immagine da vendere: via le vecchie grisaglie, i vestiti ancien regime di democristiani e comunisti, Togliatti che quando mise la prima volta una cravatta rossa pensarono tutti ad un cambiamento della linea del partito. Tutto diventa icona da vendere, sia pure metaforicamente, anche le immagini dei politici, i loro tic, le loro manie.

benigni

Di fronte alla politica–immagine l’impegno vincolante ad una dimensione solidaristica della società viene quindi meno,si pensa che pagare le tasse e votare a sinistra basti ad assolverci e per l’Italia, paese principe dell’evasione fiscale, è già un progresso. La redistribuzione è tutta qui, ma il coinvolgimento individuale, il famoso e fumoso dibattito dei partiti di sinistra dove è finito? Attenzione, il problema della solidarietà e della partecipazione tocca tutti, anche chi vota a destra, altrimenti si finisce per concepire una società manichea in cui “noi” tentiamo di essere buoni e “loro”, i cattivi, pensano solo al profitto, una caricatura do società in cui alla fine tutti sarebbero perdenti. Però… però il tarlo di essere diventati consumatori passivi, anche in politica, ci rode e maggiormente per chi vota quei partiti che avevano fatto della partecipazione volontaristica una bandiera. Il rischio è quello che ci possiamo trovare di fronte partiti nuovi di zecca, agguerriti e un po’ arroganti, ma senz’anima, pur senza avere troppe nostalgie per la cosiddetta ‘prima repubblica’. Come ha scritto il sociologo Ilvo Diamanti, che non può essere certo accusato di qualunquismo, “questi partiti, con qualche eccezione, non hanno una vita democratica. Non promuovono la partecipazione. Sono oligarchie. Partiti personali. Senza società e senza territorio. A loro agio nei salotti tivù”. Se è così e purtroppo lo temiamo, per piacere, aridatece Berlinguer!

Tiziano Arrigoni

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Io compro, tu compri… Dal tre per due al partito di plastica. by Tiziano Arrigoni is licensed under a Creative Commons Attribution-NonCommercial-NoDerivs 4.0 International
Tiziano Arrigoni

Tiziano Arrigoni

Massetano - follonichese - piombinese - solvayno, insomma della Toscana costiera, con qualche incursione fiorentina, Tiziano Arrigoni è un personaggio dalle varie attività: scrittore di storia e di storie, pendolare di trenitalia, ideatore di musei, uomo di montagna sudtirolese ed esperto di Corsica, amante di politica - politica e non dei surrogati, maremmano d'origine e solvayno d'adozione, ecc. ecc... ma soprattutto uno che, come dice lui, fa uno dei mestieri più belli del mondo, l'insegnante (al Liceo Scientifico "E.Mattei" di Solvay) e, parlando e insegnando cose nuove, trova ispirazione e anche "incazzature", ma più la prima, dai suoi ragazzi di ieri e di oggi.

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