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Un rovescio fortunato

Un rovescio fortunato

Un rovescio fortunato

Chi disse: “Preferisco avere fortuna che talento” percepì l’essenza della vita. La gente ha paura di ammettere quanto conti la fortuna nella vita. Terrorizza pensare che sia così fuori controllo. A volte, in una partita, la palla colpisce il nastro e per un attimo può andare oltre o tornare indietro. Con un po’ di fortuna va oltre, e allora si vince. Oppure no, e allora si perde.

Con queste parole si apre il film “Match Point” (2005), grande ritorno sullo schermo per Woody Allen, di cui vi voglio parlare oggi.

Premetto che sono da sempre una fan del regista (nonostante alcune cadute di stile negli anni), ma vi dico che questo lascia il segno sul serio. Probabilmente il migliore del decennio 2000 – 2009, solo apparentemente diverso dal solito. Delirante e pessimista come solo i suoi film sanno essere.

La metafora del titolo è il “Punto partita”, quello che nel gioco del tennis decide, a seconda che la pallina cada al di qua o al di là della rete, chi vince e chi perde. Così è nella vita: il Caso o la Dea bendata sono il vero discrimine, altro che intelligenza, bontà o ciascuno artefice del proprio destino. Il gioco dell’esistenza è in realtà privo di regole, e non c’è battaglia che si possa ingaggiare per farsi amico il Destino, che spesso sembra premiare i peggiori.

La trama

Chris Wilton è un giovane ex tennista irlandese appena approdato a Londra. Proviene da una famiglia modesta, ma è avvenente, ha buoni gusti e cultura, per cui viene subito assunto come insegnante in un prestigioso club di tennis riservato all’alta società. Qui, conosce e stringe amicizia con Tom Hewett, rampollo di una ricca famiglia, che prova per lui immediata simpatia (complice la passione di entrambi per l’opera lirica), e lo inserisce nel proprio ambiente.

Il giovane cattura immediatamente le simpatie dei genitori di Tom e della sorella Chloe, della quale (tiepidamente) si innamora e che sposa, mentre il suocero gli prospetta una brillante e rapida carriera da manager nella sua azienda.

Sarà l’incontro con (la tutt’altro che tiepida) Nola Rice, attricetta di scarso successo e fidanzata di Tom, a mettere a rischio tutta la fortuna che Chris ha costruito. Di questa una vita agiata, piacevole al di là di ogni aspettativa, infatti egli non riesce più a fare a meno, al punto di essere pronto a qualsiasi cosa pur di difenderla.

Un sensazionale Woody

Dalla commedia al noir, Woody Allen stupisce con l’eleganza della rigorosa costruzione di “Match point”. Presentato fuori concorso alla cinquantottesima edizione del Festival di Cannes, e trentaseiesima pellicola per il regista newyorkese, mostra delle novità per tutti coloro che conoscono e apprezzano la sua filmografia. Questo è il primo film ambientato completamente al di fuori della Grande Mela e privo delle analisi ironiche sulle nevrosi quotidiane, sulle ipocondrie e sui dilemmi esistenziali che hanno da sempre caratterizzato la sua opera.

Dismesse le vesti comiche metropolitane, rivela un quadro amaro e disincantato: la passione acceca, rende paurosamente vulnerabili ed egoisti, sconfinando nella follia. Quando la carne prevale, la mente si lascia bagnare da una pioggia torrenziale tra alti campi di grano, fino a che l’amore di sé non rispunta prepotentemente fuori, occultando ogni possibile amore per l’altro ed ogni impronunciabile segreto.

Raffinato, ma anche profondamente umano e pieno di pulsioni nonché di cattivi sentimenti, “Match Point” è una sorpresa: Allen dà vita ad un film decisamente straordinario, attraverso cui il suo lavoro assurge ad un ruolo differente che in passato. Cinema di genere, ma anche tragedia personale, questa pellicola brilla per consegnare allo spettatore una morale tanto vera quanto drammatica.

Bisogna imparare a nascondere lo sporco sotto al tappeto – afferma Chris – altrimenti se ne viene travolti“. È il preludio all’imprevedibilità dell’agire umano, implicato in mille sfaccettature. L’impatto emotivo della pellicola denota la volontà di ricercare nell’animo umano ogni possibile sfumatura, ora variando i temi sul dilemma, ora sull’inganno, per vedere sino a che punto un uomo si può spingere nelle sue convinzioni ed accettare le conseguenze delle proprie azioni.

Regia e sceneggiatura prive di sbavature, abili nello svelare il dispiegarsi degli eventi, muovono come vuote pedine personaggi appartenenti ad una glaciale aristocrazia.

Il protagonista, un affascinante Jonathan Rhys Meyers, è una summa crescente di abilità, passioni, nevrosi. Ottima l’interpretazione, e fondamentale il ruolo: un mix grottesco di attrazione – detrazione che volgerà al chiaro solo nel finale. Una sensualissima Scarlett Johansson, cui dona tantissimo il bianco, corrompe e corrode il set con diabolica consapevolezza.

Le citazioni

Il risultato è un film perfettamente calibrato, che mette in scena vicende conosciute, già sentite per i diversi richiami letterari e per i precedenti cinematografici. Alcune trovate tipiche di Allen permangono e funzionano, ricco com’è il film di citazioni, da Dostoevskij a Sofocle (“La sorte migliore per gli uomini sarebbe non essere mai nati”).

Non è un caso che in una delle prime scene Chris sia intento nella lettura di “Delitto e Castigo” (all’interno del quale sembra quasi muoversi il protagonista di un romanzo di Maupassant), particolare sostanziale che dona una chiara chiave di lettura per lo sviluppo e la conclusione dell’opera. Il “castigo” potrebbe significare la salvezza, essere indicatore di una possibilità di giustizia nel mondo. Eppure, sembra che nel mondo di Chris anche questa sia svanita.

Eccezionale l’uso della lirica: da Donizetti a Rossini, passando per Bizet. Verdi accarezza ogni sequenza-chiave, sottolineando efficacemente l’atmosfera di tutto il dramma. Dal “Trovatore” al “Macbeth”, da “L’Elisir d’amore” a “La Traviata”. Qualcuno ha addirittura associato due protagonisti: come Violetta ha dovuto sacrificare il suo amore, e quindi il suo sogno, per accontentare le ragioni della famiglia di Alfredo e muore consumata dallo strazio, così il nostro maestro di tennis, pur in abiti moderni ma non privo di sensibilità e intelligenza, deve sacrificare il suo sogno, di speranza e di integrità.

La quotidiana partita a tennis con la fortuna

In fondo, il gioco è piuttosto semplice. Prendete un uomo (apparentemente) equilibrato, ma che non ha nulla. Dategli tutto, e immettetelo in un contesto di benessere. Infine, mescolate tutte le sue carte in tavola, sbattendolo in una situazione di estremo disagio, e restate a osservare. La contorta, e fragile, natura umana farà tutto il resto.

Non un giudizio morale, quindi, come avveniva nel precedente capolavoro “Crimini e misfatti” (1989), ma la semplice analisi di una storia come tante, con particolare attenzione, però, al ruolo che la fortuna può avere nella vita di tutti. Perché i momenti decisivi, i “Match point” della nostra esistenza, dipendono dal caso.

C’è una rete in mezzo al campo e una lenta parabola della morale precipita sul nastro, rimbalzando e (de)cadendo dalla parte che il destino pensiamo abbiano scelto per noi.

Non è da tutti mostrare una pallina da tennis che rimbalza sul “net” nella prima inquadratura e tenere il pubblico sulle spine fino alla fine, prima di dirci da quale lato del campo cadrà. Strada facendo, la pallina da tennis si fa anello, chiudendo circolarmente il film, divenendo emblema della vicenda stessa e del suo senso più profondo.

A volte, è vero, la palla va oltre la rete, consegnandoci la vittoria senza alcun merito, ma nulla arriva gratis. Bisogna essere sempre lucidi e spietati. Chi vuole il fine, vuole anche il mezzo. “Match point” cela, sotto la patinata messa in scena, una sconsolata riflessione sulla natura umana, lontanissima da ogni possibile redenzione.

Autore del Post

Simona Van de Kamp

Creatura mitologica, per metà prova a fare l'avvocato, per metà prova a fare la scrittrice. Diretta e pungente, la odierete tutta, al 100%. Il blog e la radio sono due sogni che si avverano. Ha messo la testa a posto, ma non ricorda dove.

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