WiP Radio
DRIVE MY CAR (Lennon – Mc Cartney)

DRIVE MY CAR (Lennon – Mc Cartney)

McCartney: voce, basso, pianoforte
Lennon: voce
Harrison: cori, chitarra solista
Starr: batteria, campanacci, tamburino

Registrazione: 13 ottobre 1965
Produttore: George Martin • Fonico: Norman Smith
30 dicembre 1965 (LP Rubber Soul)

È un’altra delle canzoni che hanno avuto come luogo di nascita Kenwood, la casa di St George’s Hill a Weybridge, nel Surrey, che John Lennon acquistò per ventimila sterline il 15 luglio 1964 e nella quale abitò a partire dall’estate di quell’anno, dopo aver speso altre quarantamila sterline per la ristrutturazione.

McCartney: “Andai a casa di John con in mente una melodia piuttosto buona ma un testo decisamente orribile, tipo ‘I can give you diamond rings, I can give you golden rings, I can give you anything’. John disse: ‘Aagh!’. Non gli piaceva, ovviamente. Quel testo era disastroso, e lo sapevo anch’io. Il fatto è che a volte per ricordarti una melodia ci metti sopra delle parole qualsiasi, le prime che ti vengono in mente, magari prese da altre canzoni. Sai che poi le dovrai sostituire, ma una volta che una frase ti si è insinuata nelle orecchie diventa difficile liberarsene. La parola rings, in particolare, è letale: fa sempre rima con things, e sapevo che era una pessima idea. Quello fu uno di quei casi in cui rischiammo di chiudere la seduta con un nulla di fatto. Anche a John non veniva in mente niente di meglio, sicché stavamo per gettare la spugna e lasciarla lì, quella canzone, senza finirla. Allora dissi a John: ‘Facciamo così, rilassiamoci qualche minuto, beviamo una tazza di tè e fumiamoci una sigaretta’. E poco dopo arrivò l’illuminazione: ‘Drive my car’ ‘you can drive my car’, che ci aprì uno scenario nuovo. Chi pronuncia la frase? Cosa intende dire? Sta proponendo un lavoro da autista o cos’altro? Di colpo ci apparvero l’eroina della storia, una ragazza, e il luogo in cui la storia avveniva, Los Angeles, fra automobili, autisti, Cadillac decappottate, e il testo
si sviluppò in maniera un po’ ambigua, cosa che ci piaceva. ‘In realtà non ce l’ho, un’automobile, ma quando ne avrò una tu saresti un autista perfetto…’, che è anche un’allusione sessuale, ‘saresti un amante perfetto’. ‘Drive my car’ è una vecchia espressione del blues che sta per ‘facciamo sesso’. Un po’ di senso dell’umorismo si fece strada e ci tirò fuori dalla situazione di stallo. A quel punto il testo praticamente si scrisse da solo. Succede spesso, una volta che hai trovato l’idea giusta”.

John attribuì la canzone a Paul. Lennon: “Fu lui a trovare la frase ‘Drive my car’ e ad aggiungere i ‘beep beep’in studio”. Paul diede credito anche a John. McCartney: “L’idea originaria era mia,
il testo l’abbiamo scritto insieme, quindi direi settanta per cento per me e trenta per lui”.

La canzone, probabilmente completata pochi giorni prima, fu protagonista della seconda seduta di registrazione per il nuovo album, che si tenne il 13 ottobre e richiese poco più di cinque ore di lavoro, dalle 19 a mezzanotte e un quarto: fu la prima volta che i Beatles “sforarono” la mezzanotte ad Abbey Road, fatto che in seguito diventerà abituale. Cominciarono discutendo l’arrangiamento, che McCartney aveva portato in studio già praticamente deciso.

Furono registrate quattro takes della base ritmica, l’ultima delle quali, l’unica completa, fu poi utilizzata per le sovraincisioni: George alla chitarra elettrica, Paul al basso, Ringo alla batteria. John non suonò nessuno strumento. Le sovraincisioni furono numerose: due di tamburino (Ringo), le voci di Paul e John in simultanea, il pianoforte (Paul), il campanaccio (Ringo), le armonie vocali (Paul, John e George) e una seconda voce di John, una chitarra solista slide (Paul).

I Beatles non eseguirono mai Drive My Car dal vivo , né la utilizzarono per apparizioni promozionali. Una (inquietante) simulazione animata dei Beatles che la suonano in scena in Giappone nel 1966 è inclusa nel videogioco “The Beatles: Rock Band”. Paul McCartney inserì la canzone nelle scalette dei suoi live da solista nel 1993, e la cantò in coppia con George Michael al “Live 8 UK” del 2 luglio 2005 a Londra, in Hyde Park.

 

Estratto da “Il libro bianco dei Beatles” di F. Zanetti – Ed. Giunti

Autore del Post

Ernesto Macchioni

Il mare in tempesta fu improvvisamente colpito ai fianchi da un milione di tonnellate di olio. Fu così che venne alla luce Ernesto Macchioni in un'inaspettata giornata d'estate in pieno novembre 1961. La finestra fu finalmente aperta, Ernesto si affacciò e venne invaso da un fiume di luce e salmastro. L'infanzia la passò a cercare di capire se era meglio saper giocare a pallone o ascoltare la musica. Scelse la seconda ipotesi, senza rendersi conto di quanto si sarebbe complicato la vita. Il mare lo guardava perplesso. Faceva le scuole medie quando imparò a suonare la chitarra. Divenne amico intimo di Francesco Guccini, Francesco De Gregori, Lucio Battisti, cercando di scacciare l'inopportuna presenza di Claudio Baglioni. Erano amici fidati, a loro non importava se non sapevi giocare a calcio. Il mare scuoteva la testa. Alle superiori si illuse che il mondo era facile e cambiò religione diventando comunista. Bussarono alla porta di casa gli Inti-illimani e li fece entrare. (Battisti lo nascose nell'armadio). Claudio Lolli chiese "permesso" e lo fece accomodare. Pink Floyd e Genesis erano degli abitué ormai da tempo. La casa era piena di gente. Sua madre offriva da bere a tutti (ma non riuscì mai a capire cosa ci faceva quel ragazzo riccioluto rintanato fra i vestiti). Il mare aspettava. Venne l'ora provvisoria del buon senso e del "mettisufamiglia". La chitarra si era nel frattempo trasformata in un pianoforte. La casa era grande adesso e, oltre ai figli, poteva contenere anche vecchi giganti come Chet Baker e Miles Davis, lo zio Keith Jarrett e il nipotino Pat Metheny. La moglie offriva da bere a tutti, compreso Lucio Battisti che si era da tempo tolto la polvere dell'armadio di dosso. Qualcuno aveva infranto i sogni e il muro di Berlino, scoprendo che era fatto di carta come loro. Il mare si fece invadente e, stanco di aspettare, entrava anche in casa nei momenti più inopportuni. Era una folla. Quando Ernesto decise di far entrare anche Giacomo Puccini, Giuseppe Verdi e Gabriel Fauré la situazione cominciò a farsi insostenibile. Soprattutto quando il nostro protagonista scoprì che tutti, ma proprio tutti, compreso Francesco Guccini, sapevano giocare a pallone. Era un caos indefinibile vederli giocare fra le stanze, scoprire che De Gregori poteva benissimo entrare in sintonia con Giacomo Puccini e servirgli un assist da campionato del mondo preciso sulla testa. E tutto sotto lo sferzante vento di libeccio che infuriava in tutta la casa. Il mare si godeva le partite con un braccio sulla spalla di Ernesto, in totale stato confusionale. Quando in casa entrò Wolfang Amadeus Mozart la casa scoppiò. Ernesto lo trovarono sorridente fra le macerie. Lo videro togliersi i calcinacci dalle spalle, prendere un pallone e cominciare a palleggiare (un po' impacciato a dire il vero). Qualcuno giura di aver visto Lucio Battisti, con indosso una giacca di Ernesto, allontanarsi allegramente a braccetto con Giuseppe Verdi. Il mare, un po' invecchiato, respirava adagio sulla battigia.

Commenti