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AMY: storia di un naufragio per cuori di tenebra

AMY: storia di un naufragio per cuori di tenebra

AMY: storia di un naufragio per cuori di tenebra

Le programmazioni teatrali sono ormai in dirittura d’arrivo. Nell’attesa che le mura dei teatri vadano in vacanza, e lascino definitivamente libere le scene di vagare nelle arene e negli spazi aperti – e questo blog ci sarà per raccontarvele –, ci tenevo a scrivere di uno degli ultimi spettacoli a cui ho avuto il piacere di assistere. Si tratta di AMY. Storia di un naufragio, di e con Daniela Morozzi. Lo spettacolo, che è andato in scena al Teatro Roma di Castagneto Carducci (LI) il 24 marzo 2019, e al Teatro Manzoni di Calenzano (FI) il 13 aprile, è ispirato a Amy Foster, racconto che Joseph Conrad scrive nel 1901. Il romanzo si può trovare, con testo inglese a fronte, edito da Marsilio, 2019.

La storia

Yanko Goorall è l’unico superstite di un bastimento in viaggio dai Carpazi verso l’America che fa naufragio nelle acque antistanti un villaggio sulla costa orientale del Regno Unito. Yanko non può certo passare inosservato nella piccola comunità di provincia che, dopo vari rifiuti e ostilità, è costretta ad accoglierlo. Le sue abitudini ed i suoi modi contrastano con il malinconico risentimento del villaggio, ed il suo essere esotico, calato in un contesto di presunta e arrogante civiltà, assume presto il carattere di animalesca cattività. Disumano diventa l’assordante leitmotiv che scandisce la nuova vita del naufrago.

Non ballare, non cantare, non andare scalzo, non pregare quella croce, non guardarmi come un pazzo, non abbracciare gli alberi, non saltare le staccionate, non ridere se non ti è chiesto, non giocare con i bambini, non pestare l’erba, non imprecare il cielo, non amare le nostre donne, non mangiare il nostro pane, non respirare l’aria: è nostra!

L’unica che sembra salvarsi dalla spirale d’odio in cui Yanko è risucchiato è Amy, la ragazza apatica, da tutti considerata minorata, che tuttavia – come scrive Conrad – «ha abbastanza immaginazione per innamorarsi di lui». Amy condivide con Yanko la condizione di emarginazione, essendo lei stessa esule, reietta nel suo stesso villaggio, ma l’essere comunque parte di quel mondo che rifiuta l’altro, il diverso, la schiaccerà in una tensione lacerante, che non le permetterà mai di superare il grado di separazione con Yanko.

Lo spettacolo

Daniela Morozzi, conosciuta dal grande pubblico per la sua collaborazione con Paolo Virzì (con cui gira Ovosodo), e i suoi ruoli primari nelle fiction Distretto di Polizia e Il Commissario Manara, appare perfettamente a suo agio nella veste teatrale.

Morozzi, anche ideatrice del progetto teatrale, sostituisce la narrazione esterna del romanzo con una interna: ora è la nipote di un ricco possidente la cui vita scopriamo essere legata a doppio filo con quella di Yanko, poi è Yanko stesso, per infine prendere le sembianze della pettegola cinica del paese, becera rappresentante del senso comune nella sua accezione più banale. Stupisce che non interpreti Amy, la protagonista, il personaggio che dà il titolo sia al romanzo che allo spettacolo. Ma Amy si profila nelle parole di chi le sta intorno, di cui è oggetto costante, interlocutrice di riferimento, e ne costituisce il terreno di coltura. A tratti impermeabile, ad altri inesorabilmente assorbente e fecondo. È la coscienza che deve fare i conti con l’unheimlich, il perturbante, l’estraneo, l’inconsueto, il non familiare, declinazione della paura che genera ansietà e spaesamento, marchio di fabbrica della vita vera.

La scenografia

Il palco è la trasfigurazione simbolica del villaggio marittimo di Colebrook, dove si svolge l’azione: c’è la rete da pesca, le cui trame sembrano le ramificazioni degli alberi che Yanko abbraccia per respirare aria di casa, i pali di legno, luoghi di posa dei gabbiani, ma anche appiglio per un lenzuolo dal panneggio che ricorda, a seconda del sapiente gioco di luci, le onde del mare nell’attimo prima che ti sovrastino o le pieghe di una terra secca, «come se le zolle sgretolate avessero trasudato in minuscole perle di sangue la fatica di innumerevoli contadini» (Amy Foster).

Manchester by the sea

Il lavoro mi ha ricordato molto un altro dramma, però del linguaggio cinematografico, e cioè Manchester by the sea, film Premio Oscar 2017. Anche in questo caso c’è una comunità costiera di provincia che fatica a riaccogliere Lee Chandler (impersonato da Casey Affleck), figliol prodigo obbligato, costretto a ritornare nella cittadina per fare da tutore al nipote, dopo la morte improvvisa del fratello. All’ombra della vicenda aleggia infatti una tragedia del passato, con cui, né il paese, né il protagonista Lee, hanno fatto mai veramente i conti. In questo doppio spaesamento surreale, lo svolgimento è lento e a climax – come in AMY – ed i paesaggi marittimi che fanno da sfondo sono in realtà quelli dell’anima, nella resa perfetta di cui solo il mare è capace di farsi carico.

Essere Amy Foster fino in fondo

Lo spettacolo indaga temi più che mai attuali. La questione dell’emigrazione, con tutte le contraddizioni che si porta dietro, è praticamente ogni giorno agli onori delle cronache. Il 3 ottobre 2013, quando 368 persone morirono annegate al largo di Lampedusa – il 3 ottobre è stata poi istituita la Giornata nazionale in memoria delle vittime dell’emigrazione – ha segnato uno spartiacque, un punto di non ritorno, un monito dal quale non avremmo dovuto mai prescindere. E tuttavia da quel giorno ad oggi sono morte almeno altre 15mila persone nel nostro mare. E i casi Diciotti e Seawatch sono eloquenti della fallimentare miopia delle nostre politiche di integrazione.

Essere Amy Foster fino in fondo. Questa è la sfida che ci riguarda tutti. Ispirarci a quella genuina sensibilità che spinge Amy a fare di Yanko il proprio oggetto d’amore, e combattere al suo fianco contro chi vorrebbe intossicarla con i più assurdi pregiudizi. Forse, così, Amy ce la farà.

Us and them / and after all we’re only ordinary men

(Pink Floyd, Us and Them)

Autore del Post

Simone Gasparoni

Classe 1995, studio Filosofia all'Università di Pisa. Allievo ortodosso di Socrate, ho sempre pensato che le parole siano roba troppo seria per abusarne (lo so, lo so, detta così sembra una scusa degna del miglior cerchiobottismo, per dirla in gergo giornalistico). Romantico per vocazione, misantropo per induzione. Attualmente, in via di riconciliazione con il genere umano attraverso la musica, l'arte, la cultura. Per ora, sembrano buone vie. Oltre che all'Unipi, potete trovarmi in giro in qualche locale o teatro a strimpellare la tastiera. O, con più probabilità, a casa mia. P.S. Ecco, l'ho già fatta troppo lunga...

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