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Uno, nessuno, ventiquattro

Uno, nessuno, ventiquattro

Uno, nessuno, ventiquattro

Rieccovi qua, miei affezionati lettori!

In questo nuovo articolo vi parlerò di un film che ho visto recentemente, quasi per caso. Uno di quelli che cerchi solo per rompere la noia di una serata monotona sul divano. E invece… Sono stata proiettata in una pellicola low budget, ma di forte impatto, che ruota attorno ad una trama semplice, alla forza dei pochi attori e alla tensione della regia di un maestro: “Split” (2017).

Un thriller psicologico complesso, inquietante e fisico, ma così fisico che lascia il segno. Devo dire che mi è piaciuto e mi ha convinto, oltre le aspettative (che comunque quella sera, come avrete capito, non erano altissime).

La trama

Casey Cooke è una ragazza solitaria, invitata per compassione al compleanno della compagna di scuola Claire. Finita la festa, è il padre di Claire a proporsi di riaccompagnare a casa sia Casey che la migliore amica della figlia, Marcia. All’uscita del locale, però, mentre l’uomo carica i regali nel bagagliaio della macchina, viene aggredito. Un tonfo. Si apre la portiera, e al posto del guidatore si siede un losco figuro, che le narcotizza e parte.

Le tre ragazze, tenute prigioniere in un luogo non identificabile fino alla fine, sono alle prese con uno psicopatico, che molto velocemente scopriremo essere affetto da DID (Dissociative Identity Disorder), il disturbo della personalità multipla. L’uomo, che si chiama Kevin Wendell Crumb, ne ha ben ventitré che convivono in lui.

Ad occuparsi di Kevin c’è solamente la dottoressa Karen Fletcher, una psichiatra preoccupata che alcune personalità possano prendere il sopravvento sulle altre. La donna ne scoprirà lentamente una ventiquattresima, “la Bestia”, che si sta formando e vuole venire alla luce, per cambiare per sempre le regole del gioco. Le tre fanciulle riusciranno a salvarsi?

Il ritorno del regista

Qualcuno, del regista M. Night Shyamalan, ha scritto: “la notte nel nome, un cognome criptico e una filmografia densa di paura, orrore, alienazione, abitata dai misteri più oscuri.” Questo è in effetti un film che recupera tutti i pregi delle sue opere prime, “Il Sesto Senso” del 1999 e “Unbreakable” del 2000, delle quali si è apprezzata la linearità, fino al climax finale che, sconvolgendo lo spettatore, fa rileggere il tutto da un punto di vista differente.

Una storia che pesca dal reale mixandolo con l’horror contemporaneo: è infatti ispirata all’incredibile vicenda del criminale americano Billy Milligan, sociopatico dalle molteplici personalità, il cui caso fu al centro del dibattito forense (dentro di lui, ne albergavano ben ventiquattro, tredici negative e dieci positive, più una complessiva denominata “The Teacher” che le inglobava tutte).

L’innesco drammatico di un inconscio gravemente alterato da un passato di abusi permette al regista di esplorare e sovvertire i canoni di un genere spesso rinchiuso in banali convenzioni. Il fascino di sondare le derive della psiche in capo a persone affette da disturbi della personalità ci catapulta tra corridoi angusti e labirintici. “Split” ha fretta di partire, come la sua prima sequenza, per portarci al chiuso e nel buio delle stanze e delle persone.

Tagliente, spietato, asfissiante, è un film senza ossigeno, dove non c’è aria. Si indaga la sindrome con un approccio clinico quanto più possibile veritiero, così da aumentare l’autenticità dell’intreccio. Un ruolo importante negli equilibri narrativi lo svolge la psichiatra curante, che porta avanti la sua teoria sulla interpretazione dei disordini mentali come elementi non patologici, ma legati ad una specifica risposta ad uno stress cronico. A quest’ultima, la storia demanda il compito di “tenere insieme” le varie anime del personaggio, sebbene lei per prima sia sopraffatta da una deriva inaspettata, ma che pure aveva ipotizzato.

La sceneggiatura, solidamente costruita dentro a una struttura impeccabile, è in perfetto stile hitchcockiano, con informazioni cadenzate con il contagocce, che poi sfoceranno in un finale ansiogeno. Non troviamo buchi di trama, tutti i tasselli si incastrano perfettamente fino a formare un ottimo thriller, che dopo i primi ottanta minuti incentrati sull’incubo che le protagoniste stanno vivendo, si tinge bruscamente di quell’horror sovrannaturale tanto caro a Shyamalan.

In chiusura troviamo il colpo di scena, che viene gestito con una consapevolezza maggiore degli ultimi lavori del regista indo-americano, elevando così il film ad un universo cinematografico condiviso (in pieno stile Marvel/DC) che lascia dietro di sé la giusta scia di ipotesi e speculazioni.

Un grande McAvoy, moltiplicato

Il corpo di Kevin Wendell Crumb (un grande James McAvoy) è, dunque, un palcoscenico, e volta per volta sotto i riflettori prende posto un attore diverso. Ventitré incarnazioni che agiscono in maniera autonoma, spesso in conflitto l’una con l’altra, in uno stato di perenne frantumazione narrativa che moltiplica il gioco di specchi, fino a una sorta di parossismo sfrenato. Una roba che fa quasi sembrare Norman Bates una persona equilibrata.

L’attore scozzese regala una mirabile dimostrazione delle sue doti di trasformismo (aiutato anche dal costumista di “The Danish girl”, Paco Delgado): si immerge alla perfezione in ogni identità, donando ad ognuna caratteristiche uniche, dalle movenze ai tic nervosi, addirittura all’accento (che potrete meglio apprezzare guardando il film in lingua originale).

L’intensa prova, pienamente all’altezza di un ruolo così impegnativo, è il perno attorno al quale ruota il successo del film. McAvoy riesce ad essere credibile nel restituire sia l’ossessiva freddezza di Dennis, che la logorroica calma apparente dello stilista gay Barry; sia la compassata spietatezza di Patricia, che l’infantile spontaneità di Hedwig, nonché la violenta onnipotenza della Bestia. Modificando la voce e attuando piccoli scarti fisici, in una strabiliante metamorfosi, permette di delineare, fin da subito, le varie psicologie dei personaggi, senza necessità di trucchi particolari o effetti speciali.

“The broken are the more evolved”

Che le persone “danneggiate”, fisicamente e/o moralmente, si dimostrino le più “evolute” e pronte ad affrontare pericoli non è certo un tema sconosciuto al cinema. Anche Casey è “broken”: ripercorrendo il suo vissuto in una serie di flashback, si comprende che non c’è molta differenza tra lei e il suo carnefice.

Se, da un lato, la frantumazione di Kevin finisce per ridefinirne il ruolo, che diventa chiaro solo nell’ultima inquadratura, dall’altro, il destino di Casey è lasciato aperto, a discrezione della capacità dello spettatore di empatizzare o meno con lei. Costretta ad affrontare quelle paure ancestrali comuni ad ognuno di noi (legate al suo passato dolente), la ragazza rivela come non ci sia sempre bisogno di sangue per mostrare la sofferenza più lacerante.

Il prodotto audiovisivo finale è disturbante, scava senza reticenze in profondità, mettendo lo spettatore di fronte ad una considerazione cruciale: di cosa è davvero capace l’uomo, quando deve fare i conti con drammatiche evidenze e necessarie risoluzioni?

A far paura, qui, non è il paranormale, ma l’essere umano. E Shyamalan lo mostra con naturalezza, con un thriller in cui non ci sono né vincitori né vinti, ma che ci fa indubbiamente venire a contatto con il nostro lato più oscuro.

E in voi? Quante personalità differenti albergano?

Autore del Post

Simona Van de Kamp

Creatura mitologica, per metà prova a fare l'avvocato, per metà prova a fare la scrittrice. Diretta e pungente, la odierete tutta, al 100%. Il blog e la radio sono due sogni che si avverano. Ha messo la testa a posto, ma non ricorda dove.

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