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Cani e Cagnacci

Questa la prendo larga, larghissima.

Un po’ come passare da Arezzo per andare a Genova.

Arriveremo un giorno a parlare dello stress nei cani, ma non è questo il giorno: oggi ci avviamo verso Arezzo.

Ogni tanto per questo blog mi piace prendere spunto dall’attualità e di recente mi è capitato di leggere un articolo sulla tratta di randagi dal sud che vengono mandati al nord per “salvarli”. In quell’articolo si sollevavano dubbi sugli staffettisti, che forse non sono così disinteressatamente devoti alla causa, ma non è questo il punto; infatti non inserirò il link dell’articolo.

 

Il punto lo troviamo qui “ami i cani ma dovresti smetterla” un interessante punto di vista sui cani randagi del sud.

Quelli che vengono definiti “ferali” e che qua ci fanno tanta paura. Così tanta che nel silenzio generale li abbiamo eliminati. E non sto dicendo che li abbiamo presi e rinchiusi in una struttura consona (consona per noi, un gulag russo per loro), ma proprio uccisi, sterminati, massacrati.

Poi è uscita una nuova legge, perché ci voleva una legge a dirci che i cani liberi non vanno uccisi, ma al nord siamo molto efficienti e non c’erano già più cani randagi da poter non-uccidere.

 

Però continuate pure ad indignarvi per il festival cinese o lo sterminio dei cani in Bulgaria. Orribile, per carità, ma siete talmente presi a guardare cosa succede lontano (dove ragionevolmente non potete far niente) che non vi accorgete di cosa succede sotto il vostro naso.

 

Al sud le cose sono un po’ diverse. Cani liberi sul territorio esistono ancora, cani che vivono in gruppi e hanno una loro socialità che non comprende l’uomo.

Lo tollerano come elemento ambientale ma se possono non interagiscono.

Ora immaginate questi soggetti abituati ad una vita senza barriere, prelevati dal loro ambiente da un’associazione animalista, infilati in una gabbia e sparati a 120km/h in una città del nord. Muri, non alberi. Umani, niente cani. Guinzaglio, museruola e poi educatore, istruttore, veterinario comportamentalista, psicofarmaci se va bene o in ultima analisi canile; perché un cane nato libero difficilmente si adatterà ad una vita in città. Ovvio che darà problemi, e anche grossi. Lo stress è troppo, a volte lo è anche per cani nati in ambienti urbani, da cani vissuti per generazioni a contatto con l’essere umano.

 

Ora io non so cosa intendete voi per “salvataggio”, ma questo non mi sembra un passo avanti, non trovate?

Non è tanto diverso da catturare un cetaceo e infilarlo in un acquario.

Siamo così abituati a vedere il cane come un’estensione dell’essere umano da non considerarlo più un individuo con bisogni, strutture sociali e peculiarità che male si adattano alla vita urbana e umana. Il cane è il migliore amico dell’uomo. Punto. Ma l’uomo è il migliore amico del cane?

 

Forse dovremmo cominciare ad “amarli meno” e a rispettarli di più come esseri biologicamente ed etologicamente diversi da noi, non come la risposta ad una nostra necessità, cosa che è diventata prassi. Un cane non è una macchina, un comodino o un elettrodomestico di cui abbiamo bisogno per una funzione (generalmente affettiva, ve lo concedo).

 

I cani ferali al sud ce lo ricordano. Ci sono associazioni che si occupano di questa realtà sul territorio, seguono e si prendono cura dei gruppi senza prelevarli e nel rispetto della loro alterità. Se proprio volete fare qualcosa, sostenete queste associazioni.

 

E ricordatevi di loro quando prendete un cane, che non ha biologicamente bisogno di voi, ma più probabilmente voi di lui. Non vi deve amare per forza, non vi deve obbedire per forza “perché è un cane”, ma lo farà, se e solo se gli date validi motivi per farlo; e di solito questi motivi passano dalla comprensione e dal rispetto delle loro diversità.

Autore del Post

Elena Caccavale

Nata a Pisa nel 1980, cresciuta male fra Pisa e Cascina, migra periodicamente da un posto all'altro. Addetta alla sicurezza in aeroporto per scelta (d'altri) e cinofila a caso e per caso.

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