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Nel tempo degli dei. Il calzolaio di Ulisse al Teatro Solvay

Nel tempo degli dei. Il calzolaio di Ulisse al Teatro Solvay

Nel tempo degli dei. Il calzolaio di Ulisse al Teatro Solvay

Con questo nuovo pezzo, vorrei ricollegarmi all’articolo che ho scritto sull’opera di Marco Paolini “Ausmerzen”. Ebbene, come vi avevo anticipato, Paolini è venuto a Rosignano (il 14 febbraio scorso) per presentarci la sua nuova fatica (scritta assieme a Francesco Niccolini e coprodotta dal Piccolo di Milano): Nel tempo degli dei. Il calzolaio di Ulisse. Paolini trova in Ulisse il miglior modo di esprimere un’urgenza narrativa, urgenza profonda ma rispettata e meditata, cristallizzatasi in numerosi lavori dedicati a questo personaggio, primo fra tutti U., racconto rappresentato nel sito archeologico di Carsulae e arricchito dalle musiche di grandi improvvisatori del calibro di Uri Caine e Giorgio Gaslini.

Lo spettacolo

Lo spettacolo ha sicuramente elementi più teatrali, distinguendosi per questo dai monologhi scarni ma scarnificanti a cui Paolini ci ha abituati. In primis, la presenza di cinque musicisti, che imbracciano chitarre, contrabbasso, cajon e piccole percussioni. Spicca la voce dai colori gitani ed esotici di Saba Anglana, i cui voluttuosi arabeschi ci accompagnano per tutta la rappresentazione. La scenografia è minima ma vitale: c’è un telo bianco sospeso che, come mosso da mano di burattinaio, fa visualizzare al pubblico le varie forme che compongono la narrazione. In più si vede un sacco, anch’esso appeso e dal contenuto ignoto per gran parte dello spettacolo.

Il soggetto

Protagonista del lavoro è Ulisse, impersonato direttamente da Paolini. È un Ulisse totalmente spogliato dalla dimensione di eroe da sempre attribuitagli, e che si presenta nei panni di un calzolaio, vecchio, stanco, sporco, consunto, logorato dal tempo e dal remo che sembra costretto a portare in spalla, vittima della profezia del fantasma di Tiresia, secondo cui avrebbe dovuto scontare altri dieci anni di esilio una volta tornato ad Itaca. È un Ulisse che ha abbastanza di se stesso, che disprezza il suo essere stato e stare al mondo, che si schifa del mondo perché costretto a guardarlo con gli occhi inesorabilmente venati di sangue. È un Ulisse che ha i tratti di un soldato affetto da shell-shock, la sindrome post-traumatica che infesta e ottunde le menti dei militari di ritorno dalle zone di guerra dove si consumano i più orribili bagni di sangue.

Riusciamo a saperne di più di questo personaggio grazie al suo incontro con un pastore di capre, in cui possiamo riconoscere la nostra curiosità malsana, talvolta raggiunta da una sempre più recalcitrante Schadenfreude. A colpi di compravendita di pecore, riusciamo a farci raccontare le vicende di Ulisse che tutti conosciamo – stavolta però con la testimonianza diretta di chi le ha vissute –. Quindi si inizia con lo stratagemma del cavallo di Troia, per poi passare a Polifemo, Calipso, Nausicaa, Circe, e si conclude con l’apice del climax: il massacro dei 108 principi achei, che occupavano e gozzovigliavano nella casa di Ulisse, e delle 12 ancelle che si erano concesse agli invasori.

Si scopre, infine, che Ulisse è reclamato dagli dei. Atena e Zeus vogliono infatti celebrare il suo trionfo, considerato il miglior sacrificio umano di sempre offerto agli dei. Ma Ulisse non ci sta.

La “morale”

Quando è gratis, il prezzo sei tu.

Sono giorni che mi rimbombano nella testa queste parole. Sono le parole con cui Ulisse liquida gli dei, che vorrebbero ammantare di gloria e di immortalità le sue gesta efferate. Accettare l’approvazione divina, sarebbe stata un’ulteriore legittimazione per gli dei a riportare in scena il teatrino in cui tutti noi siamo fantocci, e non esseri umani dotati di coscienza e libero arbitrio. Ma la resistenza è sempre più dura. La malia degli dei attuali è capace di soggiogare e dirigere anche le volontà apparentemente più ferree. L’uomo sembra essere roba fuori moda, troppo difettosa al confronto di archetipi di perfezione, modelli di bellezza, di salute, di tempra, di competenza, cui tutti i giorni ci ricordano di rapportare le nostre vite. E questo ci fa dimenticare di essere umani, ma ci trasforma, a nostra volta, negli dei di qualcun altro, su cui sfogare le nostre frustrazioni, la nostra irrazionalità, le nostre pulsioni più ataviche, il nostro delirio di onnipotenza. E quando, sul finale dello spettacolo, il sacco appeso – quello dal contenuto ignoto – rigurgita sulla scena decine di coperte termiche, tutto è ancora più chiaro.

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Autore del Post

Simone Gasparoni

Classe 1995, studio Filosofia all'Università di Pisa. Allievo ortodosso di Socrate, ho sempre pensato che le parole siano roba troppo seria per abusarne (lo so, lo so, detta così sembra una scusa degna del miglior cerchiobottismo, per dirla in gergo giornalistico). Romantico per vocazione, misantropo per induzione. Attualmente, in via di riconciliazione con il genere umano attraverso la musica, l'arte, la cultura. Per ora, sembrano buone vie. Oltre che all'Unipi, potete trovarmi in giro in qualche locale o teatro a strimpellare la tastiera. O, con più probabilità, a casa mia. P.S. Ecco, l'ho già fatta troppo lunga...

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