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Vivere da mostro o morire da uomo per bene?

19 Febbraio 2019 BLOG, Popcorn
Vivere da mostro o morire da uomo per bene?

Vivere da mostro o morire da uomo per bene?

Oggi, in questo nuovo articolo, vorrei rispondere al simpatico messaggio di un lettore che mi ha gentilmente chiesto di “recensire” il suo film preferito (per quanto mi sia possibile, diciamo che ti posso dare il mio tutt’altro che modesto parere): “Shutter Island” di Martin Scorsese.

Impresa ardua, caro lettore, addentrarsi in quel manicomio (allegorico e non) che è la mente umana, in particolare quella di un genio indubbio come il regista. Ma proviamoci.

Avevo già visto questa pellicola nel 2010, poco dopo l’uscita in Italia, e ti dico subito che mi era piaciuta. Mi ricordava, soprattutto per le atmosfere cupe, i migliori noir degli anni ’40 di Lang o Fuller, a cui sicuramente Scorsese si sarà ispirato. Un notevole esempio di quell’ambiguità che spazia tra thriller psicologico e horror gotico, di grande appeal.

La trama

Stati Uniti, anni ’50. L’agente Edward “Teddy” Daniels e il suo partner Chuck Aule vengono condotti sull’isola – fortezza Shutter Island, sede del manicomio criminale Ashecliffe, per indagare sulla misteriosa scomparsa di una detenuta pluriomicida fuggita da una cella blindata, Rachel Solando. Teddy, però, ha anche un’altra missione da compiere presso l’istituto, ossia trovare il piromane Andrew Laeddis, assassino di sua moglie, morta cinque anni prima in un incendio nel loro appartamento.

Nel corso delle ricerche, i protagonisti cercano di interrogare i (66? 67?) pazienti psicotici della struttura, interpellano medici, infermieri, guardie di sorveglianza, riscontrando una certa ritrosia da parte di tutti nel descrivere cosa succede all’interno della prigione. Ipotizzando strani esperimenti, e un enorme complotto, sono perciò costretti a muoversi da soli: qualcosa di oscuro sembra nascondersi dietro il silenzio generale.

Il luogo è impenetrabile, inaccessibile, mette i brividi. Ma cosa cela davvero Shutter Island? La semplice fuga di una prigioniera, o segreti ben più pericolosi? I nostri eroi saranno coinvolti in un’indagine molto più complessa di quella iniziale, tra misteri e fantasmi, anagrammi e false piste, reale e immaginario, sui fili dell’alta tensione. Un’ultima significativa battuta scatenerà le riflessioni, in un finale che, forse, non a tutti piacerà: “Cosa sarebbe peggio? Vivere da mostro, o morire da uomo per bene?”

Il mio tutt’altro che modesto parere

La pellicola è tratta dal romanzo “L’isola della paura” di Dennis Lehane, già autore di “Mystic River”, portato sugli schermi da Clint Eastwood e premiato con un Oscar. Qualcuno lo ha celebrato come un grande omaggio al cinema europeo, in particolare tedesco: “traum” in tedesco significa “sogno”, ed ha la stessa origine di “trauma”, “ferita”, e Shutter Island è proprio un film di traumi, di ferite nei sogni e nell’anima.

Come accennavo, le scenografie (squisitamente italiane, by Dante Ferretti), e le ambientazioni sono zeppe di citazioni cinefile: da “Il corridoio della paura”, a “Vertigo – La donna che visse due volte”, da “Shining” a “Il gabinetto del Dottor Caligari”, in alcuni casi con un risultato sorprendente. Alcuni hanno scorto dei riferimenti anche a Welles, che ne “Il processo” mette l’uomo di fronte ad una legge imperscrutabile.

Un vero rompicapo, un susseguirsi di ricordi, appannati e confusi, in cui la tecnica del flashback è magistralmente rappresentata, attraverso dei piccoli capolavori di regia. Dalle ombre della guerra all’orrore della morte, dai fiammiferi che si scorgono in più di una scena all’acqua che è ovunque. Coinvolgente, duro e disperato, proietta lo spettatore nella mente del protagonista: è praticamente impossibile per buona parte del film non credere alla teoria del complotto e non immedesimarsi in quel detective col mal di mare, che si muove tra paure e allucinazioni.

Buona prova nei panni dell’agente Aule per Mark Ruffalo, un attore che, devo dire, apprezzo abbastanza. Ma Di Caprio come Teddy Daniels e Ben Kingsley come il dottor Cawley sono assolutamente impareggiabili. L’uno, perfettamente espressivo nella sua dualità, teso, angosciato; l’altro estremamente autoritario, sfuggente, quasi sospetto. Il medico Naehring, alias Max von Sydow, infine, è mefistofelico quanto basta.

Questa gothic novel ci trasporta in un mondo fatto di visioni, memorie, inquietudini per arrivare ad una soluzione finale nemmeno troppo imprevedibile. Il delicato argomento della (in)sanità mentale è affrontato splendidamente: Teddy già dal principio non ha una linea unica di indagine, ma si ritrova a dover discernere fra realtà e delirio, verità e menzogna. Ci riuscirà?

Se ai lettori di Lehane rimane il dubbio, Scorsese invece lo scioglie, rivelandoci quanto può essere difficile, a tratti impossibile, superare il senso di colpa. Sono spesso uomini violenti quelli raccontati dal regista, che si conferma talentuoso (forse solo un minimo al di sotto di quello a cui ci ha abituati) e convincente nel delineare, accanto alla furia, la malattia mentale come prigione per l’uomo.

La stessa isola è una metafora della mente: un luogo solitario e impervio, in balia delle nostre burrasche interiori e di quello che non vogliamo accettare.

 

Autore del Post

Simona Van de Kamp

Creatura mitologica, per metà prova a fare l'avvocato, per metà prova a fare la scrittrice. Diretta e pungente, la odierete tutta, al 100%. Il blog e la radio sono due sogni che si avverano. Ha messo la testa a posto, ma non ricorda dove.

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