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TELL ME WHAT YOU SEE (Lennon – Mc Cartney)

TELL ME WHAT YOU SEE (Lennon – Mc Cartney)

TELL ME WHAT YOU SEE (Lennon – Mc Cartney)

McCartney: voce, basso, pianoforte elettrico, guiro
Lennon: cori. chitarra ritmica
Harrison: chitarra solista
Starr: batteria, tamburino, legnetti

Registrazione 18 febbraio 1965
Produttore George Martin • Fonico Norman Smith
28 settembre 1965 (LP Help!)

Nel pacchetto di undici canzoni fornite al regista Dick Lester per il film Help!, quattro erano composizioni principalmente di McCartney, cantate da lui. Lester ne ritenne adatte alla bisogna due sole: The Night Before e Another Girl. Delle altre due, una – That Means A Lot – non
sarà mai incisa dai Beatles e verrà pubblicata su 45 giri nel 1965 da P.J. Proby ; l’altra trovò posto sull’album Help!, ed è appunto Tell Me What You See.

Per quanto riguarda l’attribuzione autorale, John è stato lapidario.

Lennon: “Di Paul”.

Il commento di Paul è un po’ più articolato.

McCartney: “Mi sembra di ricordare che sia mia. Potrebbe essere una composizione a cui abbiamo contributo entrambi, sessanta per cento io e quaranta John, ma potrebbe anche essere totalmente mia. Non particolarmente memorabile. Non è una delle nostre migliori canzoni, ma ottenne il suo scopo: venne utile per l’album”.

Composta probabilmente durante le vacanze in Tunisia o immediatamente dopo (però MacDonald la fa risalire “agli inizi della carriera di McCartney”), Tell Me What You See era in agenda per la sessione di registrazione serale del 18 febbraio. Conclusa If You’ve Got Trouble in un’ora circa di lavoro, i Beatles ne dedicarono tre e mezza a Tell Me What You See.

Occorsero quattro takes per ottenere una base ritmica considerata accettabile. A questa vennero sovraincisi i cori in armonizzazione di John e Paul, la seconda voce solista di Paul e il piano elettrico ancora di Paul (lo stesso Hohner Pianet suonato da John in The Night Before e You Like Me Too Much).

Inoltre si sovraincisero le percussioni suonate da Ringo (i legnetti e il tamburino) e Paul (il guiro, uno strumento di origine cubana costituito da una zucca cava forata a una estremità, che si sfrega con una bacchetta).

I Beatles non rieseguirono né ripresentarono mai più questa canzone

 

Estratto da “Il libro bianco dei Beatles” di F. Zanetti – Ed. Giunti

Autore del Post

Ernesto Macchioni

Il mare in tempesta fu improvvisamente colpito ai fianchi da un milione di tonnellate di olio. Fu così che venne alla luce Ernesto Macchioni in un'inaspettata giornata d'estate in pieno novembre 1961. La finestra fu finalmente aperta, Ernesto si affacciò e venne invaso da un fiume di luce e salmastro. L'infanzia la passò a cercare di capire se era meglio saper giocare a pallone o ascoltare la musica. Scelse la seconda ipotesi, senza rendersi conto di quanto si sarebbe complicato la vita. Il mare lo guardava perplesso. Faceva le scuole medie quando imparò a suonare la chitarra. Divenne amico intimo di Francesco Guccini, Francesco De Gregori, Lucio Battisti, cercando di scacciare l'inopportuna presenza di Claudio Baglioni. Erano amici fidati, a loro non importava se non sapevi giocare a calcio. Il mare scuoteva la testa. Alle superiori si illuse che il mondo era facile e cambiò religione diventando comunista. Bussarono alla porta di casa gli Inti-illimani e li fece entrare. (Battisti lo nascose nell'armadio). Claudio Lolli chiese "permesso" e lo fece accomodare. Pink Floyd e Genesis erano degli abitué ormai da tempo. La casa era piena di gente. Sua madre offriva da bere a tutti (ma non riuscì mai a capire cosa ci faceva quel ragazzo riccioluto rintanato fra i vestiti). Il mare aspettava. Venne l'ora provvisoria del buon senso e del "mettisufamiglia". La chitarra si era nel frattempo trasformata in un pianoforte. La casa era grande adesso e, oltre ai figli, poteva contenere anche vecchi giganti come Chet Baker e Miles Davis, lo zio Keith Jarrett e il nipotino Pat Metheny. La moglie offriva da bere a tutti, compreso Lucio Battisti che si era da tempo tolto la polvere dell'armadio di dosso. Qualcuno aveva infranto i sogni e il muro di Berlino, scoprendo che era fatto di carta come loro. Il mare si fece invadente e, stanco di aspettare, entrava anche in casa nei momenti più inopportuni. Era una folla. Quando Ernesto decise di far entrare anche Giacomo Puccini, Giuseppe Verdi e Gabriel Fauré la situazione cominciò a farsi insostenibile. Soprattutto quando il nostro protagonista scoprì che tutti, ma proprio tutti, compreso Francesco Guccini, sapevano giocare a pallone. Era un caos indefinibile vederli giocare fra le stanze, scoprire che De Gregori poteva benissimo entrare in sintonia con Giacomo Puccini e servirgli un assist da campionato del mondo preciso sulla testa. E tutto sotto lo sferzante vento di libeccio che infuriava in tutta la casa. Il mare si godeva le partite con un braccio sulla spalla di Ernesto, in totale stato confusionale. Quando in casa entrò Wolfang Amadeus Mozart la casa scoppiò. Ernesto lo trovarono sorridente fra le macerie. Lo videro togliersi i calcinacci dalle spalle, prendere un pallone e cominciare a palleggiare (un po' impacciato a dire il vero). Qualcuno giura di aver visto Lucio Battisti, con indosso una giacca di Ernesto, allontanarsi allegramente a braccetto con Giuseppe Verdi. Il mare, un po' invecchiato, respirava adagio sulla battigia.

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