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Ausmerzen. Vite indegne di essere vissute

Ausmerzen. Vite indegne di essere vissute

Ausmerzen. Vite indegne di essere vissute

In occasione della Giornata della Memoria, voglio dedicare questo articolo ad un lavoro teatrale di Marco Paolini (attore, autore e regista che, tra l’altro, sarà al Teatro Solvay il 14 febbraio p. v.): Ausmerzen. Vite indegne di essere vissute. L’opera, da cui è nato anche il libro omonimo (Einaudi, 2012), è stata trasmessa in diretta da La7 dall’ex-manicomio Paolo Pini di Milano il 27 gennaio 2011 (qui e in fondo il link Youtube), e riguarda lo sterminio dei «mangiatori inutili» – i disabili e i malati psichiatrici –, svoltosi in Germania (ma non solo) tra il 1933 e il 1945, che ha prodotto (si stima) 300 mila vittime.

Ausmerzen

Ausmerzen ha un suono dolce e un’origine popolare.
È una parola di pastori, sa di terra, ne senti l’odore.
Ha un suono dolce ma significa qualcosa di duro, che va fatto a marzo.
Prima della transumanza, gli agnelli, le pecore che non reggono la marcia, vanno soppressi.

Questo ci racconta Paolini nell’incipit dello spettacolo. Ci mette subito in guardia da questa parola, esplicitando il suo ancestrale significato: la soppressione dei deboli. Paolini racconta della memoria rubata dell’eccidio dei malformati e dei malati di mente, eccidio che ha costituito le prove generali di ciò che poi è avvenuto nei noti Auschwitz, Birkenau, Mauthausen a scapito di altre minoranze. Anche questo sterminio è una declinazione della logica della pulizia genetica, del tentativo di migliorare la specie attraverso la ricerca e riproduzione di un sangue puro.

La Belle Epoque

La teorizzazione di questa pulizia genetica affonda però le sue radici nella Belle Epoque, epoca che vede la creazione dei primi manicomi, e in cui gli scienziati si fanno intendere come una sorta di stregoni, di «sacerdoti del futuro». È il popolare cugino di Darwin – Galton – a coniare il termine «eugenetica», e a qualificarlo come «scienza dell’ereditarietà». Questa è la prima lezione che si presenta in filigrana a questa storia, e che Paolini mette in luce: quando le idee del senso comune, del pregiudizio trovano una conferma razionale, non possono che generarsi mostri.

Si cominciano le prime sterilizzazioni, e l’America fa come sempre da ammiraglia. Qui, se ne contano 250 mila solo negli anni ’20.

È l’Unione Americana lo Stato in cui si manifestano i primi indizi di una concezione migliore. L’Unione rifiuta i cattivi elementi dell’immigrazione, ed esclude certe razze dalla concessione della cittadinanza.

Questo scrive un giovane caporale dal carcere nel 1922. Il libro è il Mein Kampf. L’autore credo sia noto.

Crisi del 1929

La crisi del ’29 si fa sentire anche in Europa, e la sua inflazione galoppante riduce in modo esponenziale il potere d’acquisto della gente. La presenza di persone che mangiano a sbafo, mantenute impunemente dallo Stato in edifici pubblici non può essere tollerata dalla brava gente, non può essere a carico delle forze buone della società. Nel giugno del ‘33, il Ministro degli Interni (sic!) Frick dichiara che in Germania ci sono 500 mila cittadini geneticamente inaccettabili. Sono dichiarazioni a cui alla fine ci si abitua, se anche nelle scuole, ad esempio, la genetica si insegna in questo modo:

Una singola alcolista, nata nel 1810 aveva 890 discendenti nel 1929. La metà era mentalmente ritardata, 181 puttane, 142 mendicanti, 76 criminali, 7 assassini, 40 dormono all’albergo dei poveri. Questa donna, in un secolo, è costata allo Stato 5 milioni di marchi pagati da gente sana e di valore.

Aktion T4

In un clima totalizzante, di pensiero unico, non è strano capire perché, nel ’39, le civili sterilizzazioni non bastano più, e prende avvio l’Aktion T4, progetto che ha la propria sede a Berlino, nella via dello zoo (Tiergartenstrasse 4), atto a perseguire l’ausmerzen.

Le parole di Paolini arrivano come un treno in corsa, e attraversano la galleria buia della nostra memoria. Noi, ormai, ci sentiamo più che preparati su questo periodo storico, sappiamo fino alla noia i nomi dei campi di sterminio. Eppure, quando Paolini ci parla di Kaufbeuren, Brandeburg, Grafereck, Harteim, Sonnestein, Barnburg, Hadamar ci ammutoliamo. Sono nomi che non ci dicono niente, in cui eppure si sono perpetrate le peggiori atrocità. Bambini malformati e poi malati di mente, sotto consiglio dei medici di famiglia, delle ostetriche e poi degli psichiatri, vengono sottoposti a trattamento in questi centri di eutanasia. Trattamento che viene inflitto non da persone in divisa, come nel caso dei campi di concentramento, ma da altrettanti medici e infermiere.

Gentile signora, siamo molto spiacenti di dovere comunicare che sua figlia, trasferita il 19 febbraio 1939 in questo Istituto per decisione del Commissario alla Salute del Reich, è deceduta improvvisamente il 18 gennaio per arresto cardiaco. Considerando la gravità della malattia di cui essa era affetta, la vita per la defunta non era che una sofferenza, per cui la morte deve essere considerata una liberazione. Essendoci in questo periodo pericolo di epidemie all’interno dell’Istituto, le autorità di Polizia hanno ordinato immediata cremazione della salma. La preghiamo di comunicarci a quale cimitero inviare urna per le ceneri. Per ogni informazione, la preghiamo di scriverci, perché le visite sono proibite da Polizia per ragioni sanitarie.

Dopo la prima udienza i familiari cercano a più riprese di vedere, o perlomeno conoscere, le condizioni fisiche di Cucchi, senza successo: essi hanno notizie di Cucchi solo quando un ufficiale giudiziario si reca presso la loro abitazione per notificare l’autorizzazione all’autopsia.

Non credo ci sia bisogno di apologie della memoria per provare quanto ancora il passato faccia breccia nel presente. La memoria favorisce una logica relazionale, mette in relazione qualcosa che faccio con qualcosa che riguarda gli altri, dandole un senso e uno statuto, scioglie le «storie congelate» che risiedono in ognuno di noi, nelle nostre conoscenze, credenze, e pregiudizi. Rende la nostra vita degna di essere vissuta.

Io, che cosa avrei fatto?

Per concludere, non certo in leggerezza, la domanda delle domande. Credo che abbia senso chiederselo perché la Storia è fatta da azioni umane, e benché tendiamo di primo acchito a prendere subito le distanze da ciò che ci ripugna, non dobbiamo scordarci che facciamo parte dello stesso genere dei carnefici. Ma cos’è che abbiamo in comune con questa terribile storia? I parametri, suggerisce Paolini. Giudicare le persone secondo parametri, metri di giudizio arbitrari e personali che ci portano magari a giustificare un abuso, un’azione razzista, a stilare una gerarchia delle vite. Ritenere altre vite parassitarie per la società. Pensare astrattamente, aggiungerebbe argutamente Hegel.

G. W. F. Hegel, Chi pensa astrattamente (1807)

Dunque: un assassino è condotto al patibolo: per la gente comune è nulla più che un assassino. Forse delle signore osserveranno che è un uomo forte, bello, interessante. Quella gente trova quest’osservazione orribile: cosa? Un assassino bello? Come si può essere così mal pensanti e dire bello un assassino?

Autore del Post

Simone Gasparoni

Classe 1995, studio Filosofia all'Università di Pisa. Allievo ortodosso di Socrate, ho sempre pensato che le parole siano roba troppo seria per abusarne (lo so, lo so, detta così sembra una scusa degna del miglior cerchiobottismo, per dirla in gergo giornalistico). Romantico per vocazione, misantropo per induzione. Attualmente, in via di riconciliazione con il genere umano attraverso la musica, l'arte, la cultura. Per ora, sembrano buone vie. Oltre che all'Unipi, potete trovarmi in giro in qualche locale o teatro a strimpellare la tastiera. O, con più probabilità, a casa mia. P.S. Ecco, l'ho già fatta troppo lunga...

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