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Uomini d’oro, d’argento e di Rame: Tutta casa, letto e chiesa al Teatro Solvay

Uomini d’oro, d’argento e di Rame: Tutta casa, letto e chiesa al Teatro Solvay

Uomini d’oro, d’argento e di Rame: Tutta casa, letto e chiesa al Teatro Solvay

Con il presente articolo questo blog mette a fuoco il suo principale campo d’interesse, che tuttavia è stato trait d’union, più o meno sommerso, dei pezzi precedenti: il teatro. Il mio “temporeggiare”, per così dire, è dovuto al fatto che il teatro ha una sfera d’azione molto più ampia del palcoscenico, che investe per primo il mestiere di vivere, perché ogni volta che situiamo il nostro essere in un dove stiamo facendo teatro. In secondo luogo, volevo iniziare a parlarne quando davvero avessi qualcosa la cui risonanza superasse le scene. Ecco, oggi quel qualcosa ce l’ho. Mi riferisco allo spettacolo Tutta casa, letto e chiesa, rappresentato mercoledì 9 gennaio al Teatro Solvay (comune di Rosignano M.mo).

Lo spettacolo

Lo spettacolo, la cui cifra è quella del teatro popolare, è stato scritto da Franca Rame e Dario Fo nel 1977, con continui rimestamenti e aggiunte fino all’85, ed oggi è portato in scena da Valentina Lodovini, unica presenza sul palcoscenico, che riceve il testimone da Franca Rame, la prima interprete. Il tema è la condizione della donna, il suo stato di sottomissione e di imposta sudditanza al potere machista, specie in ambito sessuale, che si declina in quattro figure femminili, giustapposte da altrettanti quadri: Una donna sola, Abbiamo tutte la stessa storia, Il risveglio, Alice nel paese senza meraviglie.

I quadri

Nel primo quadro la protagonista è una casalinga angelo del focolare che vive nel lusso affettato e manierato di un appartamento anni ’80. La donna ha tutto, è tenuta dal marito «come una rosa in una serra», e vive talmente nell’agio che suo marito l’ha esonerata pure dal fardello della libertà, chiudendola dentro quando lui è al lavoro. La sua fiduciosa ingenuità – intermittente a momenti di lucida follia – cozza con la scenografia depersonalizzante.

Il secondo quadro vede una donna emancipata, colta, consapevole dello sbilanciamento del rapporto uomo – donna tanto da dimostrarne l’aberrazione nel suo campo di battaglia più ancestrale: il sesso. «Non sono un flipper, che puoi infilarci le 100 lire e sbatterlo come ti pare…».  E poi: «Contesto il fatto dell’incintamento della donna e del maschio mai».

Il terzo quadro è lo spazio di un’operaia di una fabbrica, ormai risucchiata dalla routine quotidiana che la vede occuparsi del figlio, del marito, della casa, nell’impossibilità di tracciare delle linee di demarcazione tra lavoro e tempo libero. «Vorrei vivere con te e non abitare con te» recita il suo canto del cigno rivolto al marito.

A chiudere il cerchio ci pensa un’Alice nel paese senza meraviglie, che trova un luogo incantato ormai appannaggio dell’industria cosmetica, da cui si deve per forza passare per essere all’altezza di un mercato sempre più esigente.

Non possiamo non dirci maschilisti

Nell’intento tragicomico generale, le parole che passano dalla voce della Lodovini, sempre in grado di mantenere il giusto ritmo, sono macigni, e lo sono ancora di pìù perché proferite con la maggior leggerezza e naturalezza possibili.

Tuttavia, nemmeno con la sua centralità la donna riesce ad essere protagonista di questo lavoro. Sì, perché – e qui secondo me sta la genialità di Rame e Fo -, i veri protagonisti sono gli interlocutori delle donne che si alternano in scena, i presenti assenti, i fruitori di quelle parole così dolci e così amare: il pubblico e l’uomo.

Il pubblico, perché è nel costante rapporto dialettico con questo che si ha la creazione drammaturgica. Il pubblico è corresponsabile di quello che avviene in scena, ride quando magari non dovrebbe, si sofferma sulla bellezza della donna quando invece dovrebbe anche ascoltare. È il senso comune che giudica, che emana sentenze al vetriolo, che non permette di essere se stessi.

L’uomo, perché come Croce sosteneva per la pervasività del Cristianesimo, anche il maschilismo è ormai parte capillare delle coscienze, e si fa fatica a scrollarselo di dosso.

La lezione di Rame e Fo non ha certo finito di dire quanto ha da dire, e credo che si distingua dalla tanta retorica che investe il nostro tempo, che oscilla tra manifestazioni di ipersensibilità e intolleranza, talvolta nemmeno così distintamente. Non credo che si possa avanzare collettivamente attraverso rispettive lotte di supremazia, ma è all’interno di una logica relazionale, dialetticamente costruttiva, che possiamo scoprirci migliori di come eravamo ieri.

Autore del Post

Simone Gasparoni

Classe 1995, studio Filosofia all'Università di Pisa. Allievo ortodosso di Socrate, ho sempre pensato che le parole siano roba troppo seria per abusarne (lo so, lo so, detta così sembra una scusa degna del miglior cerchiobottismo, per dirla in gergo giornalistico). Romantico per vocazione, misantropo per induzione. Attualmente, in via di riconciliazione con il genere umano attraverso la musica, l'arte, la cultura. Per ora, sembrano buone vie. Oltre che all'Unipi, potete trovarmi in giro in qualche locale o teatro a strimpellare la tastiera. O, con più probabilità, a casa mia. P.S. Ecco, l'ho già fatta troppo lunga...

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