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Massimo Altomare – Quarantacinque anni in musica

Massimo Altomare – Quarantacinque anni in musica

Il tuo percorso inizia da lontano, dagli anni Settanta, con l’indimenticabile duo Loy e Altomare. Com’è cambiata l’industria discografica italiana dai tuoi esordi a ora?

È vero, la mia storia arriva da molto lontano. Sono sulla scena dal 1973, quando uscì Il primo LP (“Portobello”, NdC) con il duo Loy & Altomare. Non voglio neanche fare i conti, sono passati troppi anni. Ho iniziato con questo duo in anni molto particolari, molto diversi da ora. È complicato far capire ai giovani di oggi (che magari fanno o vogliono fare il mio lavoro) come era la realtà musicale, al di là dei fenomeni planetari, quali erano le abitudini e le prassi che c’erano all’epoca in Italia. Negli anni Settanta nel mercato discografico venivano stanziati dei budget per la ricerca, parola che oggi non è più minimamente accostata al concetto di musica pop, a cui in quegli anni invece si potevano cimentare anche persone che volevano fare arte, oltre a un mestiere. Per fare un esempio estremamente famoso lo stesso Lucio Dalla per non pochi anni ha fatto una musica molto diversa e lontana dalla musica commerciale. Ricordiamoci la sua collaborazione col grande poeta Roberto Roversi[1] dalla quale sono scaturite canzoni come “Nuvolari” (1976), che non avevano niente, non dico di ruffiano, ma nemmeno di vagamente ammiccante nei confronti del grande pubblico. Oggi tutto questo è cambiato. In Italia il settore per le persone che vogliono fare musica d’autore di un certo livello e che però non appartengono al cosiddetto cantautorato (termine tutto italiano), è rappresentato dall’indie, settore piccolissimo che non permette assolutamente la sussistenza. I circuiti di musica dal vivo sono assenti, i dischi non si vendono, insomma oggi è in atto un vero e proprio cambiamento che ormai si è quasi somatizzato. Anche i grandi poteri appannaggio delle major appartengono al passato; oggi quello che interessa (e si vede anche dal cinema e dalla televisione) sono soltanto i numeri. In questo senso c’è stato un cambio epocale. Molto spesso anche gli stessi giovani hanno perso l’idealismo che in molti casi può essere anche un po’ sciocco, però non in tutti. In questo senso anche Facebook ha fatto la sua parte, il concetto di cliccare un mi piace e di contare quanti sono è deleterio nei confronti dell’arte, senza contare che in molti casi può succedere anche che si “acquistino numeri” con l’inganno o con la truffa; com’è successo anche in passato, e ci sono delle prove. D’altra parte non ci dimentichiamo che anche i Beatles furono “pompati”: il manager dei Beatles comprò migliaia di copie di un album della band[2]. Questo non è leggenda, è realtà.

Insomma, la situazione di oggi è molto lontana da quella che era la realtà musicale da cui sono uscito io.

 

Quali sono le cause principali di questi cambiamenti?

Purtroppo le cause sono sempre le stesse, cioè il business. Quando degli addetti ai lavori capiscono che dietro un artista o un genio si possono trovare grandi introiti economici, è chiaro che tutto viene poi costruito e strutturato in modo che questo avvenga, e sto dicendo cose risapute.

Ho vissuto un anno in America, a New York, a Londra per un lungo periodo quand’ero ragazzo, poi sono stato spesso a Parigi, ma qui in Italia questa strana e triste situazione del mercato musicale è molto più evidente: si passa dalla mega-star al nulla. Questo è il problema grosso, e non credo si possa sostenere che sia stato risolto da Xfactor. Oggi la strada che viene proposta nel nostro Paese ai ragazzi che vogliono far musica è questa. Per carità, Xfactor è divertente, ma dovrebbe essere un’alternativa tra le altre, non è “la musica”.

Quando siamo venuti fuori noi negli anni Settanta i discografici erano assolutamente impreparati; eravamo noi che avevamo le tematiche, le istanze, tutto; loro dal nostro punto di vista erano dei vecchietti che faticosamente arrancavano dietro le nostre idee e le nostre intuizioni, a quei tempi comandavamo realmente noi a livello culturale. Fare un disco significava tanto, invece oggi chiunque può fare un disco, e questo vale anche per i libri: una volta scrivevano soltanto gli scrittori o sbaglio?

Come hai vissuto gli straordinari anni Ottanta fiorentini?

Nel 1982 con Francesco “Checco” Loy e Alberto Pirelli fondammo la GAS (Global Art System)[3], una produzione musicale e uno studio di registrazione (che aveva sede vicino a piazza Puccini) che è stato il centro vitale della Firenze capitale della musica. Abbiamo prodotto i Litfiba (che poi abbiamo ceduto a Pirelli per nostre scelte personali), avevamo tutti i migliori gruppi del panorama new wave di quegli anni: i Diaframma, Raf che all’epoca era un giovane rockettaro e in seguito è diventato un dio del pop, sono passati tutti di lì, e questa società di produzione è stata protagonista della realtà musicale fiorentina per tutti gli anni Ottanta. Ho fatto anche esperienze come artista non fortunatissime, due dischi per la Emi e quindi ho vissuto la realtà musicale di Firenze pur non essendo fiorentino, venendo da Roma, e si sono aperti dei rapporti con la città, motivo per cui sono rimasto. Poi alla fine degli anni 80 il sodalizio con Loy si è esaurito, si è perso l’entusiasmo e le motivazioni di questa collaborazione, non mi bastava fare soltanto il produttore quindi sono tornato sul mercato come artista da solo questa volta avendo però anche alle spalle l’aiuto e il supporto in questa avventura di Ernesto de Pascale, che ahimè non c’è più, che amava molto la mia musica e ci credeva molto. Con lui abbiamo fatto un paio di dischi da solista[4]. nel primo c’era un cast di musicisti notevolissimi, perché al tempo De Pascale lavorava a DOC e quindi aveva l’accesso a tutti i vari play off di tutti i musicisti che passavano da Roma. Musicisti di grande calibro, che avevano suonato con Elvis Presley, che erano passati a doc e quindi facevano parte del mio disco. Non ti dico altro album: fatti con la RCA e prodotti da Ernesto De Pascale.

Ma anche gli anni Novanta per te sono stati anni molto prolifici…

Sì, negli anni 90 sono cambiate molte cose: non lavoro più alla G.A.S., interrompo la mia collaborazione con Loy diventando così “uccel di bosco”, libero di seguire tutto quello che il mio intuito mi suggerisce di seguire. Soprattutto è iniziato negli anni 90 e si è poi concretizzato alla fine di quel decennio il mio incontro con la musica jazz. Io ho sempre amato il jazz. Negli anni Settanta partecipai come pubblico alle prime edizioni di Umbria jazz, che ad oggi è un colosso, una macchina culturale ed economica molto importante e bella, ma allora sembrava che McCoy Tyner e gli altri suonassero per noi…prati enormi con pochissime luci, tutto molto naif, era strepitoso!

Il 1990 è l’anno del tributo a Fred Buscaglione…

Sì, Ernesto De Pascale stava curando il progetto di un concerto dedicato a Fred Buscaglione, morto nel 1960. Trent’anni dopo, nel 1990 facemmo “Il mio caro amico Fred” con l’orchestra del CAM (centro attività musicali, NdC) di Firenze con la Big Band di Alessandro Di Puccio. C’erano vari artisti tra cui Roberto Freak Antoni e altri personaggi che ora sono meno conosciuti ma che all’epoca per la scena fiorentina erano molto importanti, come Maurizio Dami che è un nome che a molti non dice niente, ma che è uno dei più importanti dj a livello europeo. Fu uno spettacolo molto bello e molto divertente in cui per la prima volta cantai con un’orchestra jazz e collaborai con dei jazzisti.

Ci racconti com’è avvenuto l’incontro con il tuo amico e collega Stefano Bollani?

Non ho nessuna difficoltà ad ammettere che anch’io mi sono dedicato ad attività collaterali alla musica, come molte altre persone che fanno arte come me, e che non godono di un successo personale così evidente che gli possa permettere di vivere unicamente con i propri concerti e i propri dischi (anche perché per pochissimi è possibile: a Firenze si contano sulle punta delle dita), quindi fra le varie attività c’è stata anche la radio. “Misi su” Novaradio (la radio dell’Arci di Firenze nata nel 1992, Ndc) che era partita con dei grandi ideali e obiettivi e ora…ma non è la sede per parlare di Novaradio. Comunque sì, all’epoca c’erano grandi ideali e io con entusiasmo mi misi al lavoro per questa nuova emittente. All’inizio degli anni Novanta conducevo una trasmissione settimanale in cui intervistavo degli artisti/musicisti dell’area fiorentina a modo mio, da artista ad artista; era una cosa divertente perché aveva un taglio un po’ diverso, meno ossequioso e soprattutto meno pretenzioso, perché spesso i giornalisti più che le risposte cercano le conferme a quello che hanno in testa loro. In questa sede intervistai tutti i musicisti che erano a Firenze e tra questi c’era un giovane, un ventenne di cui tutti mi dicevano cose straordinarie e che si chiamava Stefano Bollani. Da questa intervista nacque un rapporto che tuttora dura, anche se purtroppo per me le occasioni per suonare con Stefano non sono così numerose, anche perché lui viaggia giustamente su territori destinati a star, però quando è possibile lo facciamo molto volentieri. Per esempio recentemente sono stato invitato a una sua trasmissione televisiva e ho avuto la possibilità di cantare insieme a lui con l’orchestra della Rai di Torino: è stata una cosa molto bella e importante. Insomma oltre alla nostra amicizia che perdura, anche l’attività artistica qualche volta si interseca. Se io per esempio ho qualche idea o qualche cosa da registrare lo chiamo. Insomma abbiamo un rapporto amicale, quindi questa trasmissione di Novaradio mi ha regalato questa grande amicizia. Sai, non voglio essere banale, ma la vita è fatta anche di incontri con persone che te la cambiano o comunque danno una svolta alla tua attività. Il mio rapporto con Stefano si è poi sempre di più approfondito, poi abbiamo scoperto di avere passioni comuni: siamo entrambi appassionati delle canzoni vecchie, degli anni Trenta e Quaranta, del tempo del fascio, il cosiddetto swing italiano, canzoni evergreen come Baciami piccina[5] o Parlami d’amore Mariù[6] ecc ecc sono canzoni che fanno parte del repertorio musicale anche contemporaneo perché si sentono ovunque tuttora, le conoscono tutti e sono state scritte 80 anni fa, quindi evidentemente questi prodotti avevano una propria potenza. Quello mio e di Stefano non era semplicemente un concerto o una scaletta di canzoni, ma queste erano intervallate da piccole scenette o piccole parti declamate la maggior parte delle volte da me ma in qualche caso anche da Stefano, e, senza intenti di autocelebrazione avevo la sensazione che lui, al di là del suo straordinario dono (perché come suona Stefano fa parte della categoria doni: si può studiare quanto ti pare ma se non hai un dono a certi livelli non arrivi) si divertisse quanto me. Abbiamo portato questo concerto in giro per l’Italia nei club per 7 anni: un record! A volte cambiavano le canzoni, a volte cambiavano anche elementi nel quartetto, tranne io e Bollani che eravamo assolutamente i capocomici. Poi questo progetto nel 2000 divenne discografico con un’idea di Stefano: “Abbassa la tua radio – omaggio alla musica italiana degli anni 30-40”[7].

 

Con Bollani nel ’98 avete pubblicato l’album “La gnosi delle fanfole”

Sì, un altro incontro inaspettato fu quello con Fosco Maraini[8]. Un mio amico attore mi lesse una poesia di Maraini e io dissi “oh, cazzo! che è sta roba?!”, insomma rimasi molto colpito e mi feci prestare questo libro. Nella prefazione Maraini scriveva:

“mi piacerebbe molto che queste poesie fossero declamate a voce e non lette, anzi meglio ancora sarebbe cantarle”

allora io senza indugio dissi: “ci provo io!” e ne parlai con Stefano con cui allora c’era un contatto quotidiano, e anche lui lo trovò straordinario e ne fu entusiasta. Abbiamo in comune una grande, grande passione di viverci il nostro lavoro come divertimento: ci piace molto giocare, sdrammatizzare e non prenderci troppo sul serio. Così, colti da un raptus creativo abbiamo messo in musica le 19 poesie delle fanfole in un mese proprio perché eravamo estremamente ispirati. Però prima di buttarci chiesi un parere a Fosco Maraini che nel frattempo avevo conosciuto in un modo molto semplice, cioè prendendo l’elenco del telefono e andando alla lettera M e telefonandogli: questo era l’uomo, un uomo di una volta, una persona straordinaria che mi conquistò e noi conquistammo lui. Il rapporto con Maraini era più che altro mio – per motivi anche casuali – e lui ci regalò la sua fantastica presenza a tanti, tanti concerti: si divertiva come un pazzo, e per me era incredibile vedermelo davanti sorridente. Aveva quasi novanta anni, poi purtroppo sarebbe morto anni dopo. Per me questa resta un’esperienza bellissima.

Come sono nati i tuoi progetti didattici e in particolare il progetto col carcere di Sollicciano?

Sempre per la necessità di diversificare gli impegni per comporre un reddito umano nella seconda metà degli anni 90 accettai la proposta di fare delle lezioni al carcere di Sollicciano. Allora ero molto preso dalla musica italiana e dai suoi testi e tenevo una serie di piccoli incontri anche con gli studenti proprio sul cambiamento del costume italiano attraverso le canzoni. Durante una di queste mie piccole conferenze ci fu un insegnante di una scuola superiore di Firenze che, dopo aver assistito a una di queste mie performance mi chiese di partecipare, e quindi per 4-5 anni due classi di questo liceo presentavano alla prova orale di storia una canzone e la contestualizzavano, cosa molto bella e interessante ma che non avuto feedback né seguito. Peccato, perché gli studenti erano molto appassionati. Questo è il mio modo di entrare nella didattica: mi rompo le palle a insegnare le scale, non è la mia storia. Infatti quello che faccio al carcere di Sollicciano non è insegnare le scale. Quando entrai in carcere per fare queste prime lezioni erano soltanto orali, non c’era il discorso di fare musica insieme. Poi mi richiamarono, mi venne proposto dal ministero che aveva ancora dei budget alle attività che loro chiamano “trattamentarie” (che si presuppone facciano parte di un trattamento per il reinserimento) entrai in rapporto con la Regione Toscana che ha fatto questa cosa straordinaria, unica regione in Italia che ha stanziato una cifra importante per tutta una serie di realtà che collaborano col carcere. Le esperienze di musica in carcere a livello professionale sono rarissime; siamo noi e il carcere di Opera con Franco Mussida (operazione molto diversa) e qualche altra realtà, ma molto poche, perché in galera funziona il teatro anche storicamente, come il gruppo “Presi per caso”, i miei amici a Rebibbia, gruppo molto divertente, ma non sono persone che facevano musica in carcere, non ci sono molte realtà musicali, per tanti motivi anche tecnici, però la mia realtà è consolidata, dopo tanti anni ho acquisito la mia autonomia, sono riuscito a farmi stimare e apprezzare da persone che hanno visto che credo molto in questa cosa e quindi è diventato un lavoro molto importante in questa cosa.

Poi all’inizio degli anni Duemila nasce l’Orkestra ristretta. Ce ne parli?

Dopo tanti anni e vari tentativi, aggiustamenti di tiro e cambiamenti di programmi, alla fine credo di aver trovato un tipo di linguaggio, un modus operandi che mi sembra dia buoni risultati e questo si è ufficializzato con la fondazione dell’Orkestra ristretta. Il nome è ironico perché non è un’orchestra ma un gruppo di ragazzi e ragazze, soprattutto cantanti perché io sono cantante, ma anche molti percussionisti e a volte mi capita anche un pianista, ma non è facile… Io scherzosamente dico sempre che sapere suonare uno strumento è un deterrente per andare in galera. Infatti trovo veramente strano che in un carcere grosso come Sollicciano che contiene quasi mille persone (ora un po’ meno perché sono stati risolti un po’ di problemi di eccedenze) ci siano così poche persone in grado di suonare in modo decente uno strumento. Comunque mi dicono “che faccio cantare anche i muri” e riesco a farmi capire bene. Soprattutto da un po’ di tempo, da qualche anno, produciamo cose scritte da noi; a volte sono cose mie, anche del passato, che parlano di persone “sfigate” o perdenti, insomma cose che per ragioni di testo o di emozione trovo estremamente giuste per loro. A me come autore fa molto piacere che le interpretino perché si amplifica il loro valore: nel momento in cui le ho scritte io pensavo a loro, quindi sentirle interpretare da loro è molto bello. Anche loro scrivono delle cose, alcune interessanti e notevoli, soprattutto le donne. In questo lavoro sono facilitato dal rap, che è una musica estremamente in sintonia con loro, per la loro cultura e il loro ambiente. Col rap possono dire cose che hanno dentro, è la tendenza moderna che unisce la maggior parte di loro. D’altra parte ascoltavano il rap anche prima di andare in galera. Insomma è una manna, un territorio che sembra che abbiamo inventato noi. quando vedo che questo sta succedendo anche nella musica pop “ufficiale” mi fa piacere perché evidentemente significa che ci stiamo muovendo in situazioni contemporanee non superate.

Dove si possono vedere i vostri concerti?

Ogni anno si riparte da capo e si apre l’orchestra a tutti, nel senso che tutti possono fare domanda per partecipare a queste attività. Di solito a maggio teniamo alcuni spettacoli in carcere a cui possono partecipare gli esterni e poi a volte ci capita anche di suonare fuori, ma è molto complicato perché non possono mai uscire tutti i detenuti, ne esce soltanto una parte. È una cosa diversa anche se ha il suo valore, cominciamo ad affacciarci a situazioni di comunicazione un po’ più larga come può essere la Rai, non siamo una realtà così, avulsa e isolata, ma cerchiamo di buttarci nel mondo. Loro sarebbero molto contenti di stare sempre in giro a suonare ma non è possibile, per ovvi motivi.

Il tuo ultimo album, Outing, è uscito qualche anno fa. Com’è nato?

Dopo Sounds of humour, uscito nel 2005, operazione che fa sempre parte del mio amore per il mondo del jazz, cinque anni fa è uscito l’ultimo album di canzoni mie inedite; lo ritengo molto rappresentativo del mio mondo musicale. Notavo specialmente dalla rete che c’è ancora questa grande attenzione al duo Loy e Altomare; non mi rendevo bene conto che fosse così nel cuore di molta gente, avevo varie cose nel cassetto e vedendo l’entusiasmo con cui in molti mi scrivevano alla fine ho trovato il momento e il tempo giusto per dedicare un anno di lavoro a tirar fuori questo materiale e tutto questo s’è risolto con Outing che era un album che artisticamente per me è stato importantissimo: mi “urgeva”… Alcune cose che scrivi le senti profondamente e quindi o le fai o ti ammali, quindi è meglio farle. E sono strafelice di averle fatte e di averle fatte bene, perché ho avuto modo di realizzarle nel migliore dei modi, è stato bellissimo sul piano artistico ma sul piano pratico mica tanto, anzi, è stato un po’ deludente perché è stato lì che ho capito che mancano i circuiti di locali, ho capito quanto oggi come oggi sia importante la televisione, e lo sanno tutti, ma non tutti sanno quanto è complicato andarci. Penso che tutti gli artisti amino le proprie creature; io questa l’ho amata tanto, ma mi sarei aspettato un pizzico d’amore in più anche dal mondo ufficiale, però va bene così.

Di cosa ti occupi attualmente, che progetti hai in cantiere e cosa ti auguri per il futuro della tua attività artistica?

Quello che sto cercando di fare io al momento attuale è unire e coniugare la mia capacità e creatività artistica personale con le realtà e l’ambiente del carcere perché mi sembra che ci sia una realtà assolutamente stimolante. Quando parlo di queste attività del carcere a chiunque, dal barista all’assessore, vedo che c’è sempre grande simpatia, quindi è una cosa che in qualche modo piace. Sto cercando di fare un’operazione di una grossa cifra artistica, non posso fare nomi e cognomi perché sarei scorretto, ma anche collaborando con altri artisti che hanno sfiorato con i loro prodotti e con i loro testi questo tipo di mondo, coinvolgendo anche i detenuti e non limitandoci a farli sentire tali perché sarebbe anti artistico, ma creare qualcosa insieme. Vorrei che il mio prossimo lavoro discografico e possibilmente anche concertistico potesse approdare in una situazione di questo tipo.

Sono contento che da un paio d’anni sto anche collaborando con Tempo Reale, associazione veramente importante.. Abbiamo fatto dei piccoli tour all’interno di Sollicciano che hanno avuto molto successo, in cui io e la mia orchestra in forma ridotta accompagnavamo dei gruppi di persone in alcuni luoghi topici di Sollicciano: è un’iniziativa molto divertente che si chiama Leitmotiv organizzata da Tempo Reale, con cui s’è instaurato questo rapporto che mi auguro possa andare avanti anche con orizzonti di questo tipo, con progetti che uniscano il “mondo basso” al “mondo alto”.

 

(Intervista di Elisa Giobbi a Massimo Altomare contenuta nel volume “Firenze suona – la scena musicale e artistica raccontata dai protagonisti” (Zona, 2015)

 

[1] “Se non avessi incontrato Roversi adesso farei l’idraulico”, disse a proposito della loro collaborazione artistica Lucio Dalla, due anni prima di lasciarci (ndc).

[2] Love Me Do venne pubblicata come singolo nella versione con Ringo Starr, mentre la versione dell’album vide White alla batteria. Il disco, a cui la EMI riservò scarsissime attenzioni promozionali, raggiunse il diciassettesimo posto nelle classifiche di vendita del Regno Unito, ma a Liverpool vendette moltissimo. Una leggenda vuole che il successo di vendite a Liverpool fosse dovuto all’acquisto da parte di Brian Epstein di migliaia di copie del disco. A quarant’anni di distanza, quello che sembrava solo un episodio leggendario fu invece confermato da Alistair Taylor, a quel tempo assistente di Epstein (Wikipedia).

[3] La G.A.S. fu un’idea di Checco Loy, che voleva allestire uno studio di registrazione assieme al collega Massimo Altomare, con il quale aveva diviso onori e oneri nel duo folk rock Loy e Altomare. Dovevo entrare in società con loro

[4] Il grande ritmo dei treni neri nel 1988 e Un’ora di libertà nel 1990, con la collaborazione dei membri dei Litfiba Daniele Trambusti e Roberto Terzani,

[5] Ba ba (questo è il titolo originale riportato nell’etichetta del disco,anche se è universalmente nota come Ba ba baciami piccina, titolo peraltro depositato in Siae), è una delle canzoni più note di Alberto Rabagliati.

Ne vennero realizzate molte cover, sia in italiano (Quartetto CetraNatalino OttoTeddy Reno e, nel 1967 Jula De Palma, nel suo album Whisky e Dixie) sia con testo inglese di Eddie Stanley intitolato Botch-a-Me (Rosemary Clooney nel 1952).

 

[6] Parlami d’amore Mariù è un brano musicale italiano del 1932, scritto da Cesare Andrea Bixio e Ennio Neri per la voce di Vittorio De Sica, che l’avrebbe interpretato nel film Gli uomini, che mascalzoni….

[7] Nel cast dell’albume dei concerti: Massimo Altomare, Simona Bencini, Emy Berti, Stefano Bollani, Barbara Casini, Monica Demuru, Elio, Irene Grandi, Marco Parente, Peppe Servillo (voci), Elena Gallafrio (violino), Roberto Gatto (batteria), Javier Girotto, Mirko Guerrini (sax), Raffaello Pareti, Ares Tavolazzi (contrabbasso), Gianluca Petrella (trombone), Damiano Puliti (violoncello), Enrico Rava (tromba), Stefano Bollani (pianoforte e arrangiamenti).

[8] Etnologo,orientalista, alpinista, fotografo, scrittore e poeta fiorentino, figlio d’arte proveniente da una famiglia multietnica e padre della scrittrice Dacia. Si formò nell’ambiente intellettualmente vivace proprio del suo nucleo familiare e della Firenze degli anni 1920 – 1930, dove si laureò in Scienze Naturali e Antropologiche. Dopo le spedizioni in Tibet negli anni Quaranta e prima della seconda guerra mondiale, Maraini si trasferì in Giappone, come lettore di lingua italiana per la celebre università locale. L’8 settembre 1943 si trovava a Tokyo e rifiutò, assieme alla moglie Topazia, di aderire alla Repubblica di Salò. Venne quindi internato in un campo di concentramento a Nagoya con tutta la sua famiglia. Durante la prigionia compì un gesto d’alto significato simbolico per la cultura giapponese: alla presenza dei comandanti del campo di concentramento si tagliò il mignolo della mano sinistra con una scure. Non ottenne la libertà, ma una capretta ed un orticello permisero alla famiglia Maraini di sopravvivere. Finita la guerra tornò in Italia, per poi ripartire verso nuove mete quali il TibetGerusalemme, il Giappone e la Corea. fu insegnante di lingua e letteratura giapponese all’Università di Firenze e uno dei massimi esperti di cultura delle popolazioni Ainudel Nord del Giappone. Maraini è stato ricercatore al St. Antonys College di Oxford e alle università di Sapporo e di Kyoto. Grazie alla sua straordinaria apertura spirituale, alla sua originalità culturale e scientifica e al suo coraggio fisico e morale, nel 1998 ha vinto il Premio Nonino, “come maestro italiano del nostro tempo”.

Maraini si cimentò anche nella composizione poetica, utilizzando la tecnica da lui definita metasemantica, di cui è un esempio l’opera Le Fànfole (De Donato editore, 1966 – edizione fuori commercio).

Noto anche come alpinista, svolse la sua attività principalmente nelle Dolomiti, dove compì le sue prime ascensioni con Emilio ComiciTita Piaz eSandro del Torso. Partecipò inoltre ad alcune importanti spedizioni del Club Alpino Italiano: Dopo aver divorziato dalla prima moglie Topazia Alliata, nel 1970 sposò in seconde nozze la giapponese Mieko Namiki, con la quale visse a Firenze, nella villa paterna di Torre di Sopra, presso il Poggio Imperiale, lavorando alla sistemazione del suo archivio fotografico e dei suoi moltissimi libri rari.

 

Autore del Post

Elisa Giobbi

Fiorentina, coltiva musica e scrittura fin dall'adolescenza. Ex editrice, è autrice di "Firenze suona", "Rock'n'roll noir", "La rete" e "Eterni", saggio sui grandi compositori. Presidente dell'ass. cult. "Firenze suona", organizza e dirige rassegne musicali.

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