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“Anche a te e famiglia” – pure a Capodanno

“Anche a te e famiglia” – pure a Capodanno

Buon 2019 a tutti!

Bentornati di nuovo qua. Sto pensando che ci metterò circa sei mesi per imparare a non scrivere più “2018” nelle date, come mi succede sempre quando cambio calendario.

Anzitutto, voglio ringraziare quanti di voi mi hanno scritto per complimentarsi per la prima parte dell’articolo, e chi se l’aspettava? Ovviamente, ne ho dato tutto il merito alle sbronze che avrete preso durante le feste, perciò, davvero, grazie di esistere…superalcolici!

Approfitto subito dell’ulteriore annebbiamento odierno, post – bagordi del Capodanno, e continuo senza indugi con la mia tanto desiderata Top Five!

5° POSTO — IL PICCOLO LORD (1980)

Ora parte il: “cioè, noi abbiamo aspettato una settimana per questo?”. Sì, esattamente. E, credetemi, merita.

Terzo adattamento dall’omonimo romanzo di Frances Hodgson Burnett, il primo vero film di Natale che ricordo di aver visto con tutto il parentado, da che ho memoria.

Mio padre lo guardava con mio nonno, e io lo guardavo con mio padre e mio nonno. D’altronde, si sa, il Natale è anche confronto generazionale. Un po’ come la vecchia zia che durante il cenone vi chiede in presenza di tutte le cugine magre e fidanzate chi sarà la prossima a lasciarci perché si sposa. E voi, ancora single e più in carne dell’anno precedente, vorreste solo fare lo stesso con lei e i suoi pseudoamici dell’ospizio, domandando chi sarà il prossimo a lasciarci e basta.

Un classico: lord inglese ricco e scorbutico che perde un figlio e guadagna una nuora americana e un nipote mezzo plebeo, mai conosciuti, né tanto meno accettati. La bontà e la semplicità del ragazzo, tornato dal nonno per diventarne il successore, faranno breccia nel cuore di tutti, trasformando la nobiltà dei titoli in nobiltà anche d’animo.

Favola, certo. Quasi utopia. Abbastanza stucchevole, a tratti. Mi riporta, però, sempre alla mente la buffa somiglianza tra la famiglia e la maglia di lana di un tempo. Un po’ irrita. È insopportabile. Ma se la togli, hai male dappertutto, dentro.

Ricorderete Alec Guinness soprattutto per il cavaliere Jedi Obi – Wan Kenobi ne “L’impero colpisce ancora”, ma nei panni del conte di Dorincourt è superbo: una presenza scenica che fa letteralmente impallidire tutto il resto.

LA MORALE SOTTESA: Non importa se sia il fratello maggiore di vostro padre per diventare eredi universali di una prestigiosa casata, o la zia acida di cui sopra. A qualcuno si augura sempre il peggio, anche a Natale.

4° POSTO — NIGHTMARE BEFORE CHRISTMAS (1993)

Disegni fantastici, fotografia incredibile, colonna sonora straordinaria. Sicuramente piace a chi il Natale lo vive con un’anima un po’ dark.

Ho conosciuto Tim Burton con questa meraviglia. E mi sono lasciata conquistare. Anni fa lessi da qualche parte che l’idea per questo lungometraggio gli era venuta guardando un negoziante che toglieva frettolosamente le decorazioni di Halloween per far posto a quelle di Natale. Che poi è l’ansia che viene un po’ a tutti quando dal 2 novembre i supermercati iniziano a riempirsi di panettoni.

C’è un Jack Skeletron in ognuno di noi: lo scopo della sua vita è unicamente quello di organizzare la festa del “dolcetto o scherzetto”, ogni anno uguale. Ingabbiato nel solito tran – tran, perennemente insoddisfatto, senza nuovi stimoli, né nuove sfide. Catapultato una notte per caso nella città del Natale, ne rimane talmente abbagliato da progettare di rapire quello sconosciuto “Babbo Nachele” e sostituirsi a lui. Forse per portare veramente qualcosa di nuovo ai suoi concittadini, o forse solo per quella “botta di vita” che gli serve. Il disastro, in ogni caso, è assicurato.

La bambola di pezza Sally, grande amica di Jack, è così delicata da sembrare molto fragile, anche emotivamente. Eppure, è lei quella forte, non solo perché le bastano ago e filo e ogni pezzo, che sia braccio o gamba, si ricompone perfettamente. Per ricomporre il cuore, invece, c’è da attendere l’abbraccio finale.

L’opera è intelligente, sovversiva, non banale, né moralista. Il messaggio è semplice, ma più che mai attuale: non dobbiamo uniformarci ad ogni costo. Spesso, è la diversità che vince.

LA MORALE SOTTESA: Non importa quanto buone siano le vostre intenzioni. La strada che ne è lastricata, vi porterà comunque all’inferno.

3° POSTO — UNA POLTRONA PER DUE (1983)

Non ci sono certezze nella vita. A parte la trasmissione su Italia Uno di questa commedia la sera della vigilia di Natale.

La trama è ben nota. Uno è Louis Winthorpe III, stimato agente di cambio, bianco, ricco, altezzoso. L’altro è Billie Ray Valentine, imbroglione che vive di espedienti, nero, senzatetto, insolente.

I “cattivi” sono invece i fratelli Duke, datori di lavoro di Louis, nonché filosofi a tempo perso, i quali, discutendo circa le motivazioni che spingono un individuo alla criminalità, ne hanno opinioni diverse. Mortimer sostiene che alcuni siano predisposti alla delinquenza dalla nascita, mentre Randolph è convinto che sia l’ambiente a determinare l’agire e le abitudini di ognuno. Per verificare le rispettive tesi, decidono (impulso quasi lombrosiano) di fare una scommessa, “cambiando di posto” i due malcapitati. E se lo scaltro Valentine si abitua immediatamente a destreggiarsi nell’agiatezza del mondo dell’alta finanza, il disperato Winthorpe arriva a toccare davvero il fondo dopo una sfortunata serie di eventi tragicomici.

Pellicola astuta, una sorta di parodia de “il principe e il povero” in chiave moderna, che a distanza di più di trent’anni non smette di divertire. Tra Dan Aykroyd ed Eddie Murphy la complicità è tangibile, buona anche l’interpretazione della Curtis nei panni di Ophelia, che aiuterà entrambi a prendersi la meritata rivincita.

La nota finale è di speranza, che non guasta mai: in tempi di crisi come questi, il gioco delle parti mette in luce come spesso siano le condizioni economiche a determinare la sorte delle persone, ma che con un po’ di fortuna si possa anche sovvertirle, e divenire i veri artefici del proprio destino.

LA MORALE SOTTESA: Non importa se siete bianchi o neri, ricchi o poveri, geneticamente criminali o influenzati da un pessimo ambiente. I soldi fanno la felicità a tutti i livelli.

 2° POSTO — BALTO (1995)

Il film di animazione non targato Disney che preferisco. Prodotto comunque da Steven Spielberg, mica uno che smacchia i giaguari.

Liberamente ispirato ad una storia vera, il cane – lupo Balto affronta mille ostacoli tra le tormente dell’Alaska per far arrivare le medicine nella città di Nome, colpita da un’epidemia di difterite.

Molti i personaggi secondari, che danno colore: l’amico Boris, oca dal forte accento russo (mi ha sempre ricordato lo zio Reginaldo ne “gli Aristogatti”), Steele, l’orgoglioso cane da slitta; Jenna, l’husky di cui Balto è segretamente innamorato.

Emozionante, commovente, ben realizzato. La razione di zucchero e singhiozzi è tollerabile, insomma.

Impossibile dimenticare il suo lacerante conflitto interiore: “non è cane, non è lupo, sa soltanto quello che non è”. Respinto dai lupi della foresta per la metà canina, allontanato dai cani (e dagli umani) per la metà selvaggia. Perennemente in conflitto tra il bisogno di indipendenza e il desiderio di avere un padrone, una casa. Perché, in fondo, libertà non è solo poter fare ciò che si vuole, ma anche sapersi porre dei limiti.

Balto invita a guardarsi dentro: la strada per la felicità passa per l’accettazione di quello che in realtà siamo davvero. Soprattutto quando quelle che crediamo debolezze, inaspettatamente, si rivelano la nostra parte più preziosa. Perché un cane non poteva affrontare quel viaggio da solo, ma “forse, un lupo sì”.

LA MORALE SOTTESA: Non importa se siete lupi o cani. Se continuate a giudicare un pesce dalla sua capacità di arrampicarsi sugli alberi, i veri idioti siete voi.

1° POSTO — IL GRINCH (2000)

anche a te e famiglia pure a capodanno

Sarà per la mia storia personale, per il legame che avevo con le festività intorno agli anni duemila, per il periodo in cui relegavo il mio cinismo accanto alla me “crocerossina convinta” in cantina. O forse perché questa è pur sempre una classifica di pellicole natalizie, e certi film ci restano semplicemente nel cuore.

La medaglia d’oro è per lui: il mostro verde e peloso del Dr. Seuss che vive sulla montagna sovrastante la città di “Chinonso”, con la sola compagnia del fedele cane Max. Gli abitanti del villaggio, i “Nonsochi” (geniali scelte lessicali per i traduttori italiani) sono ossessionati dal Natale, in un’atmosfera di lettere di auguri e doni ostentati. L’unico che lo detesta è proprio il Grinch, tanto che proverà a rubarglielo. Ma niente è come sembra, il Natale ha una storia molto più complessa dei soli regali e del cibo, e l’unica che pare accorgersene è la piccola Cindy – Lou (una giovanissima Taylor Momsen, la Jenny Humphrey di Gossip Girl).

Cadono le barriere della diffidenza, grazie alla forza e all’ostinazione del cercare risposte, anche nel passato, per capire e migliorare il presente. Tanto che, nel giorno di Natale, il cuore del Grinch, dall’essere due volte più piccolo del normale, aumenta “di ben tre taglie”. Un po’ come succede a noi altri con la pancia, alla fine del lauto pranzo.

Ron Howard imbastisce una storia semplice, ma che convince tutti, perfino i più “grinciosi”. Costumi e trucco da Oscar, anche se con Jim Carrey vincere è davvero facile. Assolutamente uno dei migliori attori di Hollywood, ci ha fatto sorridere nei panni di Ace Ventura e The Mask, che, a mio parere, resta il suo capolavoro. Non molla il verde e nemmeno quell’espressività innata che fin dalla prima inquadratura ci fa intuire che la sua umanità è solo accantonata per un po’, causa una delusione infantile, “come le bucce di banana che lui stesso mangia”.

LA MORALE SOTTESA: Non importa quanto sia lunga, mai radersi la barba completamente, da giovani come da meno giovani. Altrimenti, amici glabri, è giusto che vi emarginino. E scordatevi che la vostra Marta May vi preferisca al rivale storico.

Proprio in questo periodo, nelle sale cinematografiche, stanno proiettando la versione animata 2018. E qui mi sorge un dubbio amletico. Benedict Cumberbatch (lo Sherlock folle della serie omonima) doppia il Grinch americano. Alessandro Gassman doppia quello italiano. Quale vedere per primo, il mio dilemma per i giorni di festa che restano.

E immagino già che il vostro sarà quello di rispolverare almeno uno di questi filmoni, per criticare la qui presente classifica. Speditemi, dunque, tanti insulti: non conosco modo migliore per iniziare l’anno.

Autore del Post

Simona Van de Kamp

Creatura mitologica, per metà prova a fare l'avvocato, per metà prova a fare la scrittrice. Diretta e pungente, la odierete tutta, al 100%. Il blog e la radio sono due sogni che si avverano. Ha messo la testa a posto, ma non ricorda dove.

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