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Analfabetismo culturale: Italia seconda in classifica!

Analfabetismo culturale: Italia seconda in classifica!

Italia seconda in classifica

L’Italia è seconda, preceduta dalla Turchia, per quanto riguarda l’analfabetismo funzionale. Questa è una notizia perfetta per un titolo che possa far pensare che non sia così opportuno leggere il pezzo fino in fondo, come del resto avviene frequentemente visto il tempo medio che restiamo connessi a una pagina. Del resto, la maggior parte delle volte che ci troviamo di fronte a una notizia, ci limitiamo a soffermarci al titolo di giornali o al sottotitolo del TG. Per non parlare della non più di una manciata di secondi che ci concediamo per leggere una notizia su Facebook o altri Social più o meno di moda. Quindi siamo secondi in classifica ma questa non è decisamente una buona notizia. Proviamo a capire perché.

Che cosa è Analfabetismo Funzionale?

 Poche settimane fa, Presa Diretta ha mandato un bel servizio su questo tema. Per dir la verità, già un anno fa L’Espresso aveva pubblicato un pezzo sulla stessa falsariga ma, si sa, la TV vince sulla carta, nonostante L’Espresso ogni domenica ci ponga interrogativi seri e alfabeticamente funzionali. Peccato che ci sia chi lo vorrebbe far tacere, io  onestamente lo trovo un ottimo mezzo per alfabetizzarsi.

Ma proviamo a chiederci perché la carta perde?

Forse, proprio il servizio di Presa Diretta riguardante questo tema specifico può rappresentarne un esempio. Preferiamo infatti un servizio in TV a un articolo perché semplicemente ci fa durare meno fatica, richiedendoci uno sforzo minore su tanti fronti, in primo luogo per quanto riguarda la concentrazione. Ma non solo, anche i processi di memorizzazione e apprendimento sono facilitati dal video, che, oltretutto, si avvale di stimoli sensoriali maggiori che incidono sulla memorizzazione stessa.
Un esempio potrebbe essere quello di Super Quark, tutti amiamo i due mitici Angela che ci spiegano questo e quello, ma quanti di noi leggerebbero mai un corrispondente articolo scientifico o storico?

 

Memorizzare non è apprendere

Non dobbiamo fare l’errore però di confondere la memorizzazione con l’apprendimento, in quanto processi profondamente diversi anche se collegati. Imparare il testo di” Generale” di De Gregori a memoria non vuole affatto dire di averne capito il significato. Un esempio di comprensione e analisi personale è accaduto qualche settimana fa all’interno di un programma Pop-olare come X Factor quando un giovane ragazzo ha tradotto proprio “Generale” con parole appartenenti a un codice linguistico diverso che potrebbero tra l’altro aver avuto un’accessibilità diversa, donando vita nuova alla meravigliosa canzone. Alfabetizzarsi funzionalmente vuol dire semplicemente questo, apprendere un concetto e sporcarlo con parti di noi, elaborandolo criticamente per poterlo poi restituire al mondo. Acquisire quindi una capacità critica.

Non solo dobbiamo capire cosa ascoltiamo ma dobbiamo anche capire cosa diciamo.

Una delle competenze richieste per parlare di alfabetizzazione funzionale è quella di capire di che cosa stiamo parlando. Può sembrare scontato, ma quando leggiamo o ascoltiamo una notizia non è così ovvio capire il tema trattato. Tendiamo infatti a durare meno fatica possibile nel ragionare e per questo spesso usiamo categorizzazioni o generalizzazioni.
In molti casi questi processi mentali possono essere utili ma, spesso, possono creare preconcetti o pregiudizi che diverranno le basi appunto dell’analfabetismo funzionale.

Nasce prima l’uovo o la gallina?

Per analfabetismo funzionale si intende in conclusione «la condizione di una persona incapace di comprendere, valutare, usare e farsi coinvolgere da testi scritti per intervenire attivamente nella società, per raggiungere i propri obiettivi e per sviluppare le proprie conoscenze e potenzialità» Questa incapacità provoca, ma è anche causata, dalla tendenza a non approfondire e saltare da una notizia all’altra. E la risposta a questa incapacità sono senza dubbio i Social Network. Nasce prima l’uovo o la gallina quindi? Dobbiamo demonizzare l’era della Rete? Dobbiamo demonizzare questa nuova tecnologia?

In che direzione andare?

Credo che il problema possa essere sintetizzato (considerando la sintesi stessa come un’abilità della alfabetizzazione funzionale), partendo dall’idea che i social network e una gran parte della Rete siano stati effettivamente usati come risposta a quella parte di analfabeti funzionali incapaci di affrontare l’informazione nel suo complesso e bisognosi di ridurla a una semplificazione che possano essere in grado di elaborare. Ma è anche vero che l’analfabeta funzionale non solo attinge dai Social e dalla Rete ma li alimenta creando un livello di discussione e una domanda altrettanto semplificata. Si innesca quindi un processo a catena che si autoalimenta e che, purtroppo, ci ha condotti ad essere secondi in una classifica che avremmo preferito perdere.

Il Linguaggio semplice non è semplificazione

Per non fraintendere quello che sto cercando di spiegare, non dobbiamo però confondere la semplificazione con un linguaggio semplice. Partendo dall’idea che il diritto all’informazione è di tutti e sacrosanto,  sarebbe sbagliato non rivolgersi attraverso l’informazione anche a quella grande fetta di analfabeti funzionali che debbono avere la possibilità di sviluppare quella competenza non acquisite o perdute. L’informazione, come del resto la cultura e la politica stessa, dovrebbero infatti avvalersi anche di un linguaggio semplice ma che permetta comunque di analizzare i temi nella loro complessità. Un linguaggio semplice, che possa avere codici decifrabili a livelli diversi di persone, pur mantenendo la complessità dei temi, ma che non ci faccia cadere nel tranello di semplificare i concetti avvalendosi di pregiudizi e generalizzazioni dei quali la storia ci insegna dobbiamo aver paura.

La sfida è non chiudersi nella propria funzionalità

La tendenza purtroppo, oggi, sembra invece essere quella di comunicare solamente con interlocutori di pari livello di alfabetizzazione, sintonizzandosi su codici e temi settoriali che rischiano di esporre al rischio sempre maggiore di manipolazione chi è sceso di competenze ma anche di creare una classe di intellettuali elitari afinalistica che rischia di rappresentare un nemico comune per chi non può accedervi, tanto da far diventare, nell’idea della stragrande maggioranza della popolazione, italiana e non, gli intellettuali una categoria da boicottare anziché da ascoltare, tema del quale ho parlato qualche settimana fa.

Incapacità di decifrare il vero.

Una delle caratteristiche dell’analfabeta funzionale sembra essere, inoltre, lo scarso senso critico, cioè la tendenza a credere ciecamente a tutto ciò che legge o sente mostrandosi incapace a distinguere le notizie vere da quelle false, nonché le fonti attendibili da quelle che non lo sono. Questo fa sì  che frequentemente gli analfabeti funzionali siano sostenitori di teorie pseudoscientifiche. Detto questo, però, anche chi non si riconosce con il suddetto livello di analfabetizzazione non deve cadere nel tranello di demonizzare chi invece ne appartiene. Chiunque si chiuda in un atteggiamento dispregiativo e escludente  nei confronti di chi sembra non aver sviluppato certe capacità critiche, rischia di perdere di competenze e di alimentare l’analfabetizzazione funzionale stessa. Anche se, troppo spesso purtroppo, la tendenza sembra essere invece proprio quella di squalificare e dividere, e la politica nel proporre questo meccanismo autocelebrativo e dispregiativo ce lo dimostra quotidianamente, in ogni schieramento.

La responsabilità

La sfida è quindi in prima battuta dell’Informazione, che deve mantenersi libera e approfondita e  che deve avere l’obiettivo di poter arrivare a tutti. Per uscire da questo desolante secondo posto,  è necessario quindi tornare a prenderci cura delle nostre menti, alimentandole di temi complessi con codici di accessibilità diversi. Quindi che sia l’Espresso che sia un TG, che sia la TV delle Ragazze, che sia X Factor, l’obiettivo deve essere quello di riportare le persone a una capacità di ragionamento critico purtroppo per molti perduto o mai avuto.

Partiamo dai Giovani.

Inutile dire che per combattere questo dato così allarmante, l’investimento nel futuro deve essere sui giovani. Che grazie alla loro plasticità celebrale, con più facilità possono acquisire competenze. Ma è necessario indirizzarli a leggere, ma anche a scrivere, qualcosa che sia di più di un messaggio whatsapp o, peggio ancora, un “messaggio vocale che dura dieci minuti”. È necessario che materie come la storia e la geografia non siano messe in discussione, è necessario che i quotidiani girino per casa, è necessario che la tv trasmetta telegiornali ed è necessario che ognuno di noi riacquisti un senso di umiltà che fornisca la spinta a saperne di più.

Mi piace pensare

Che non si debba arrivare a un punto di non ritorno, a una crisi talmente importante da costringerci a distruggere. Mi piace pensare che ci sia sempre qualcosa di nuovo da imparare e che per aumentare la nostra capacità critica ci sia bisogno del confronto con l’altro. Mi piace pensare che si possa modificare un andamento che, se solo ci guardassimo allo specchio, potremmo migliorare. 

 

Autore del Post

Serena Ricciardulli

Psicoterapeuta e scrittrice. Vive nella sua amatissima Castiglioncello. Nel 2017 esce il suo romanzo di esordio "Fuori Piove" (Bonfirraro Editore). Di lei hanno scritto La Repubblica, Il Tirreno, La Nazione, Nuova Antologia, definendo il suo romanzo un successo editoriale. Adesso inizia la sua esperienza come blogger di WiP Radio.

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