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Bagnoli non diventa scrittore

Bagnoli non diventa scrittore

“Una sera d’inverno, appena rincasato, mia madre, accorgendosi che avevo freddo, mi propose di prendere, contro la mia abitudine, un po’ di tè. Dapprima rifiutai, poi, non so per ché, mutai parere. Mandò a prendere uno di quei dolci corti e paffuti, chiamati maddalene, che sembrano lo stampo della valva scanalata di una conchiglia di San Giacomo. E poco dopo, sentendomi triste per la giornata cupa e la prospettiva di un domani doloroso, portai macchinalmente alle labbra un cucchiaino del tè nel quale avevo lasciato inzuppare un pezzetto della maddalena. Ma appena la sorsata mescolata alle briciole del pasticcino toccò il mio palato, trasalii, attento al fenomeno straordinario che si svolgeva in me. […] All’improvviso il ricordo è davanti a me. Il gusto era quello del pezzetto di maddalena che a Combray, la domenica mattina, quando andavo a darle il buongiorno in camera sua, zia Leonia mi offriva dopo averlo inzuppato nel suo infuso di tè o di tiglio…”.

Pochi sanno che queste righe della “Recherche”, ancora più di quelle dell’amato Gramsci, hanno segnato l’esistenza di Nicolò Bagnoli, assessore a vita alla cultura di Rosignano Solventi. Questo passaggio della maestosa opera del sofferente Marcel Proust – oltre 3.700 pagine, benché scritte in stampatello maiuscolo e con grandezza carattere 72 – ha infatti dato speranza e al contempo disperazione al filosofo e politico piombinate. Desideroso di scrivere un romanzo indimenticabile, ma cronicamente sterile, Bagnoli cercò senza fortuna di incontrare quel meccanismo della “memoria involontaria” che, innescato da un morso di merendina, genera vasta parte del racconto proustiano. Confidando nell’efficacia di questo processo, l’assessore cominciò a girare per bar e pasticcerie assaggiando dolcetti, con l’auspicio di sentir pulsare la vena creativa. Prendeva un cannolo alla crema, lo sbocconcellava, aspettava invano che gli venisse l’ispirazione, e poi, mestamente, lo rimetteva nella vetrinetta e se ne andava senza mai chiedere se doveva qualcosa. E ancora, sperando almeno in una mezza idea per un raccontino, entrava in un caffè, ghermiva un bombolone, lo leccava, lo piluccava e alla fine, sotto lo sguardo infastidito degli esercenti, inconsolabilmente lo riponeva. Andò avanti così per anni. Anni di cornetti, millefoglie e crostatine mordicchiati e rimessi a posto con delusione. Un atteggiamento che, a lungo andare, stancò il comparto bar-ristorazione, che ottenne dalle autorità il divieto di accesso ai pubblici esercizi per l’assessore filosofo. “Io non posso entrare”, recitava un cartello all’entrata dei caffè, con la figura stilizzata di un assessorino con lo zainetto, avvolto in un magnifico cappotto di lepre che il lettore, mi perdonerà, non si può permettere. Ebbene, Bagnoli rinunciò al suo romanzo. Anni dopo lo incontrai per le vie del centro. «Ho finito Proust», mi disse. Mi complimentai per quell’ennesimo traguardo intellettuale ma, quando girai l’angolo, trovai il tisico scrittore parigino in un lago di sangue, esanime.

Autore del Post

Niccolò Re

Niccolò Re nasce a Sarzana (Sp), dove attualmente vive, il 21 maggio 1986. Maturità scientifica, Laurea in Cinema, teatro e produzione multimediale (110 e lode), nel 2012, un po' per caso, intraprende il mestiere di giornalista, che svolge tutt'ora presso la testata online Città della Spezia. Tra i suoi hobby il calcio, la musica, la storia, l'antropologia. Ama gli animali e ha un bellissimo e simpatico cane di nome Camillo. Dal 2016 convive con l'economista Irene Tinagli.

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