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YOU’VE GOT TO HIDE YOUR LOVE AWAY (Lennon – Mc Cartney)

YOU’VE GOT TO HIDE YOUR LOVE AWAY (Lennon – Mc Cartney)

YOU’VE GOT TO HIDE YOUR LOVE AWAY

(Lennon – McCartney)
McCartney: basso, maracas • Lennon: voce, chitarra acustica ritmica •
Harrison: chitarra acustica • Starr: batteria, tamburino
Registrazione 18 febbraio 1965
Produttore George Martin • Fonico Norman Smith
28 settembre 1965 (LP Help!)

Raramente John ha articolato tanto ampiamente le sue riflessioni a proposito di una canzone da lui composta quanto ha fatto per You’ve Got To Hide Your Love Away.

Lennon: “Questo sono io nel mio periodo Dylan. Io sono un camaleonte, mi lascio influenzare da tutto quello che mi circonda. Se Elvis può fare una certa cosa, posso farla anch’io. Se gli Everly Brothers possono fare una certa cosa, possiamo anche Paul e io. Lo stesso vale per Bob Dylan.”

McCartney: “John, in particolare, era particolarmente entusiasta della poetica di Dylan, le cui canzoni, dal punto di vista dei testi, erano davvero belle. Grandi quantità di parole ingombranti, come quelle che John aveva scritto nei suoi libri. Il linguaggio un po’ pomposo di Dylan era affascinante, e fece scattare qualcosa dentro John; era come se John pensasse: ‘Avrei dovuto scriverle io’. In questa canzone John ha imitato Dylan. È tutta sua, anche se ho un vago ricordo di averlo aiutato a finire qualche verso del testo”.

A proposito dell’argomento della canzone, è statoyou've got to hide your love away Tom Robinson, il cantautore britannico omosessuale attivista, a suggerire già nel 1980 che il testo si riferisca a Brian Epstein, omosessuale costretto a nascondere le sue inclinazioni, che, se messe in pratica, in Gran Bretagna erano legalmente punibili con il carcere (saranno depenalizzate, e con molti distinguo, solo nel 1967, il 28 luglio: Epstein morì nemmeno un mese dopo, il 27 agosto).

La canzone fu portata ad Abbey Road nel quarto dei sei giorni consecutivi (15-20 febbraio) programmati per realizzare il primo pacchetto di canzoni destinate al nuovo album. La sua lavorazione occupò interamente la seduta di registrazione pomeridiana, dalle 15,30 alle 17,15.

Estratto da “Il libro bianco dei Beatles” di F. Zanetti – Ed. Giunti

Autore del Post

Ernesto Macchioni

Il mare in tempesta fu improvvisamente colpito ai fianchi da un milione di tonnellate di olio. Fu così che venne alla luce Ernesto Macchioni in un'inaspettata giornata d'estate in pieno novembre 1961. La finestra fu finalmente aperta, Ernesto si affacciò e venne invaso da un fiume di luce e salmastro. L'infanzia la passò a cercare di capire se era meglio saper giocare a pallone o ascoltare la musica. Scelse la seconda ipotesi, senza rendersi conto di quanto si sarebbe complicato la vita. Il mare lo guardava perplesso. Faceva le scuole medie quando imparò a suonare la chitarra. Divenne amico intimo di Francesco Guccini, Francesco De Gregori, Lucio Battisti, cercando di scacciare l'inopportuna presenza di Claudio Baglioni. Erano amici fidati, a loro non importava se non sapevi giocare a calcio. Il mare scuoteva la testa. Alle superiori si illuse che il mondo era facile e cambiò religione diventando comunista. Bussarono alla porta di casa gli Inti-illimani e li fece entrare. (Battisti lo nascose nell'armadio). Claudio Lolli chiese "permesso" e lo fece accomodare. Pink Floyd e Genesis erano degli abitué ormai da tempo. La casa era piena di gente. Sua madre offriva da bere a tutti (ma non riuscì mai a capire cosa ci faceva quel ragazzo riccioluto rintanato fra i vestiti). Il mare aspettava. Venne l'ora provvisoria del buon senso e del "mettisufamiglia". La chitarra si era nel frattempo trasformata in un pianoforte. La casa era grande adesso e, oltre ai figli, poteva contenere anche vecchi giganti come Chet Baker e Miles Davis, lo zio Keith Jarrett e il nipotino Pat Metheny. La moglie offriva da bere a tutti, compreso Lucio Battisti che si era da tempo tolto la polvere dell'armadio di dosso. Qualcuno aveva infranto i sogni e il muro di Berlino, scoprendo che era fatto di carta come loro. Il mare si fece invadente e, stanco di aspettare, entrava anche in casa nei momenti più inopportuni. Era una folla. Quando Ernesto decise di far entrare anche Giacomo Puccini, Giuseppe Verdi e Gabriel Fauré la situazione cominciò a farsi insostenibile. Soprattutto quando il nostro protagonista scoprì che tutti, ma proprio tutti, compreso Francesco Guccini, sapevano giocare a pallone. Era un caos indefinibile vederli giocare fra le stanze, scoprire che De Gregori poteva benissimo entrare in sintonia con Giacomo Puccini e servirgli un assist da campionato del mondo preciso sulla testa. E tutto sotto lo sferzante vento di libeccio che infuriava in tutta la casa. Il mare si godeva le partite con un braccio sulla spalla di Ernesto, in totale stato confusionale. Quando in casa entrò Wolfang Amadeus Mozart la casa scoppiò. Ernesto lo trovarono sorridente fra le macerie. Lo videro togliersi i calcinacci dalle spalle, prendere un pallone e cominciare a palleggiare (un po' impacciato a dire il vero). Qualcuno giura di aver visto Lucio Battisti, con indosso una giacca di Ernesto, allontanarsi allegramente a braccetto con Giuseppe Verdi. Il mare, un po' invecchiato, respirava adagio sulla battigia.

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