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C’era una volta il diritto di disegnare una famiglia: dalle origini a Pillon, tra psicologia e legge.

C’era una volta il diritto di disegnare una famiglia: dalle origini a Pillon, tra psicologia e legge.

Buongiorno Donatella, siamo di nuovo insieme, tu avvocato io psicoterapeuta, per parlare di donna e società. Ma, questa volta, non parleremo solamente di donne, ma di un aspetto specifico della vita di ognuno noi: la famiglia. Nella nostra esperienza professionale sappiamo bene quanto l’aspetto legislativo e psicologico spesso si incrocino in dinamiche difficili che portano entrambe le nostre figure a scontrarsi con difficoltà oggettive di grande impatto umano. Il diritto di famiglia è una pietra fondamentale sulla quale poggiare e far crescere una società civile.

Storia del diritto di famiglia

Iniziamo con un un po’ di storia per capirne di più e, magari, per avere una valida prospettiva per affrontare questo tema tanto dibattuto in questo momento storico e politico. Nel 1975 ci fu la  riforma del diritto di famiglia, ci puoi spiegare che cosa ha comportato?

La riforma del diritto di famiglia attuata nel 1975 con la Legge 151 è, senz’altro, una delle riforme più importanti dal punto di vista dell’adeguamento delle norme di diritto ai principi e valori cardine della nostra società, racchiusi nella nostra Costituzione. In buon sostanza, la riforma del 1975 cambia completamente la struttura interna della famiglia, nel senso che, finalmente, riconosce alla donna una condizione di completa parità rispetto all’uomo, rafforzando allo stesso tempo la tutela giuridica riconosciuta ai figli, anche se nati al di fuori del matrimonio (quelli che un tempo, con un termine non proprio elogiativo, venivano definiti “figli illegittimi”).

Parità uomo donna

Quindi il concetto di parità della donna rispetto all’uomo è molto recente. Qualche decina di anni sono per lo più uno passaggio generazionale e, quindi, un tempo molto breve per far avvenire un vero cambiamento culturale che, forse, fino in fondo, sta iniziando ad appartenere veramente alla generazione dei nostri figli. Del resto, non basta una legge per far avvenire dei cambiamenti sociali così profondi. Interiorizzare un concetto di parità di genere richiede innanzitutto un modello educativo e di società che rafforzi e difenda questa idea.

Dobbiamo infatti ricordare che, nonostante sin dal 1948, ovvero sin dalla data di promulgazione della nostra Costituzione, avessero trovato ingresso nel nostro ordinamento i principi che affermano la piena parità di diritti e doveri tra i coniugi (articoli 29,30 e 31), questi, di fatto, erano disattesi. Tutto ciò perché  rimanevano ancora in vigore le norme contenute nel Codice Civile promulgato nel 1942 (e dunque precedente alla Carta Costituzionale) e che si ispiravano invece ad un modello di famiglia chiaramente autoritario e gerarchico, nell’ambito della quale: <<Il marito è il capo della famiglia, la moglie è obbligata ad accompagnarlo dovunque egli creda opportuno di fissare la residenza>>; ed ancora: <<Il marito ha il dovere di proteggere la moglie, di tenerla presso di sé e di somministrarle tutto ciò che è necessario ai bisogni della famiglia in proporzione della sua sostanza>>.

 

 

 

Stessi diritti e doveri

Infatti, fino al 1975, socialmente e legalmente, le cose erano cambiate ben poco e il modello di famiglia autoritario gerarchico risultava assolutamente interiorizzato e quasi indiscusso.

In effetti solo con la legge 151 del 1975 le cose, finalmente, cambiano in maniera radicale; le norme del codice civile vengono riscritte e si stabilisce che <<con il matrimonio, il marito  e la moglie acquistano gli stessi diritti e assumono i medesimi doveri. Entrambi i coniugi sono tenuti, ciascuno in relazione alle proprie sostanze e alle proprie capacità di lavoro, professionale o casalingo, a contribuire ai bisogni della famiglia>>. Si stabilisce ancora che entrambi i genitori debbono educare i figli <<tenendo conto delle capacità, dell’inclinazione naturale, delle aspirazioni dei figli>>. Quest’ultima norma ,addirittura, va oltre i principi costituzionali, rilevando una forte attenzione alla personalità e alla volontà del minore .

 

Responsabilità genitoriale

Oggi, però, i termini sono cambiati: si parla responsabilità genitoriale. Questo movimento è percepibile anche all’interno delle dinamiche familiari che, negli ultimi anni, sembrano effettivamente essere l’esito di un vero inizio di cambiamento culturale e sociale. Cosa è cambiato legalmente?

In effetti i termini sono cambiati. Già con la legge di riforma del diritto di famiglia, al termine “Patria potestà”, che rimandava al concetto risalente addirittura al diritto romano del padre padrone, si passa alla potestà genitoriale: ovvero la potestà esercitata da entrambi i genitori sul figlio o figli minori. Ma anche questa terminologia e soprattutto il concetto sotteso vengono giustamente superati con la legge del 2012 n. 219 in tema di riconoscimento dei figli naturali, per sostituire alle parole potestà genitoriale quelle di responsabilità genitoriale. Cambia proprio il punto di vista dei rapporti genitori-figli. Ciò che si vuole porre in risalto con la nuova terminologia, è l’interesse superiore dei figli minori e non quello dei genitori investiti della responsabilità genitoriale. Detto in altre parole, si abbandona l’idea asimmetrica e adultocentrica del rapporto genitori-figli, a vantaggio di un’idea improntata all’eguaglianza di diritti e di doveri e più marcatamente rivolta all’attenzione e al sostegno dei bisogni dei figli. Nella famiglia con figli, i figli stanno al centro e i genitori ruotano intorno a loro.

 

Il minore al centro

Credo che questo sia stato uno dei grandi cambiamenti che la famiglia abbia affrontato negli ultimi anni. Posizionare il minore al centro è un movimento non scontato, che ancora si scontra con importanti limiti culturali e sociali ma anche psicologici. Gli stili affettivi, intesi come modelli relazionali, che vengono giocati all’interno della famiglia, sono influenzati, in larga misura, dalla storia personale di ognuno di noi. In altri termini, noi siamo in parte, anche se non totalmente, frutto delle esperienze affettive familiari che abbiamo avuto. Considerando che questi cambiamenti di prospettiva sono molto recenti, spesso le famiglie di oggi si trovano ancora legate a modelli culturali legislativamente superati. La parità della responsabilità genitoriale è su carta ma, spesso, non nella realtà dei fatti e soprattutto dei vissuti. Questo emerge soprattutto agli occhi di chi, come noi, se ne occupa, anche se con ruoli diversi, nel momento di una crisi familiare.

 

I genitori possono liberamente separarsi tra loro, ma non possono separarsi dai figli. Se vent’anni fa, nel delineare le condizioni di una separazione tra coniugi che avevano dei figli, tra le varie clausole del possibile accordo di separazione si poteva scrivere: “Il padre potrà vedere il figlio quando vorrà compatibilmente con le proprie esigenze lavorative”, a partire soprattutto dall’anno 2006 con la legge 154 che ha introdotto il c.d. “Affido condiviso”, tale tipo di clausola è divenuta (finalmente) una sorta di non senso. Il padre non ha il diritto di vedere i figli compatibilmente con le proprie esigenze lavorative, bensì, il padre ha il dovere di vedere i figli secondo le loro esigenze. Ma soprattutto di soddisfare il diritto dei minori a mantenere un rapporto significativo con entrambi i genitori e nonostante la separazione dei genitori.

 

Donna e società

Questo mutamento di prospettiva ha generato anche un cambiamento importante dell’idea di donna per la società ma anche per la donna stessa, anche se questa disuguaglianza tra i sessi è ancora molto presente. Sicuramente l’idea è cambiata ma, ancora oggi, è la donna a farsi maggiormente carico affettivamente e praticamente dei figli, almeno nella maggioranza delle situazioni. Questo spesso anche a causa di un mancato vero cambiamento sociale che non facilita la parità genitoriale e che frequentemente è causa anche della crisi familiare stessa.

Le donne-madri sono rimaste per decenni donne-madri e casalinghe, donne che, per ricordare la terminologia del codice, hanno dato alla famiglia un apporto di tipo casalingo, accudendo i figli, in maniera pressoché esclusiva rispetto al padre, che dava il proprio contributo lavorando e contribuendo quindi dal punto di vista economico ma non con un apporto diretto, personale, fisico e affettivo a quelle che sono le esigenze dei figli. I padri nella maggioranza dei casi lavorano, hanno attività lavorative impegnative dal punto di vista sia fisico che intellettivo. Non hanno ancora la propensione ad abbandonare un lavoro ben remunerato e impegnativo a favore di un lavoro meno impegnativo e meno remunerato ma che permetterebbe loro di passare più tempo con i figli e di essere effettivamente e concretamente presenti nella loro vita.

Le madri al momento della nascita di un figlio, rimangono a casa. Con estrema difficoltà e in percentuale bassissima rientrano appieno nel mondo del lavoro quando i figli sono ancora piccoli. Le donne si dedicano ai figli, li accudiscono per anni, prima di poter riaffacciarsi al mondo del lavoro. In tale arco di tempo, i padri esercitano il loro diritto di visita, liberi di dedicarsi alla propria attività lavorativa, di incrementarla e di ampliarla. Ovvio che questa non sia la regola, ma i dati statici rivelano questa realtà. purtroppo.

Affido condiviso

Preso atto di tale realtà, dovendo parlare ormai da oltre dieci anni di affido condiviso dei figli minori e di parità di diritti doveri di entrambi i genitori, sembra che l’accudimento dei figli sia avvenuto e avvenga in maniera diretta per le madri e in maniera indiretta solitamente per i padri.  

In pratica, il padre che non può accompagnare i figli a scuola, che non può accompagnarli dal pediatra, che non può provvedere ad acquistare abiti e scarpe, che non può andare a parlare con gli insegnanti nel giorno dei ricevimenti, potrà sopperire a queste mancanze con un contributo di carattere economico. Il famoso assegno di mantenimento che, si ripete a costo di apparire ripetitivi, è servito e serve a sopperire alla mancanza di accudimento e sostentamento diretto. Ciò che si verifica nella stragrande maggioranza dei casi a carico del padre.

Ruoli genitoriali

Possiamo dire che da oltre dieci anni questa è una realtà che si riscontra nella stragrande maggioranza delle separazioni, ma so che siamo d’accordo sul fatto che, questo sbilanciamento dei ruoli non dipenda dal fatto che le donne siano migliori nell’accudimento dei figli rispetto ai padri. La verità è che le donne hanno rinunciato, o sono state costrette a rinunciare, troppo spesso, alle loro prospettive di inserimento nel mondo del lavoro e sociale in generale. Questo ha fatto sì che avessero quindi, maggiori disponibilità di tempo e di modo nell’accudimento, cura e educazione a favore dei figli.

È una sorta di dorata costrizione, ma sempre costrizione è.

 

Disegno Pillon

E arriviamo così alla proposta di riforma dell’affido condiviso, oggi in discussione al Senato.

Tale proposta di legge si appalesa chiaramente come un ritorno al passato e al più buio dei periodi. Tale disegno di legge, secondo le intenzioni  appunto del senatore Pillon, dovrebbe tendere a realizzare la “bi -genitorialità perfetta”. Questo partendo dal presupposto di garantire a ciascun genitore e, salvo casi eccezionali, la metà del tempo da trascorrere con i i figli. Da ciò ne deriverebbe l’abolizione dell’assegno di mantenimento che verrebbe sostituito dal pagamento diretto per il periodo di tempo che il minore trascorre con ciascuno dei genitori. Salvo ovviamente le spese straordinarie da dividere tra i genitori.

 

Bi-genitorialità

Quindi, se ho capito bene i figli trascorrerebbero 15 giorni al mese con un genitore e quindici con l’altro e ciascun genitore, provvederà direttamente ad alimentarlo, vestirlo, ad accompagnarlo a scuola, ad accompagnarlo ai vari impegni durante i propri 15 giorni. Questo senza tener conto delle possibili differenze economiche tra i genitori, visto che, secondo i dati ISTAT, tendenzialmente le donne hanno uno stipendio notevolmente più basso degli uomini, e un tasso di occupazione del 49%. Sostenere tale situazione rischia essere impossibile per molte donne, che si troverebbero a non poter avvalersi di un diritto acquisito come il divorzio, costrette dalle circostanze. Il divorzio si ridurrebbe inoltre come un privilegio da ricchi.

Tradotto ancora: potrà accadere che, nel periodo durante il quale i figli staranno con il padre, mangeranno tre pasti al giorno, andranno a scuola magari accompagnati in macchina per quindici giorni al mese. Gli altri quindici potranno forse mangiare una volta al giorno, andranno a scuola a piedi se la madre non ha la macchina, staranno con le scarpe strette se la madre non avrà di che comprarle.

Questa sembra una virata importante nell’ottica della centralità del minore. Nell’ipotesi in cui si riesca a sostenere economicamente la separazione, potrà comunque accadere, infatti, che il figlio viva due situazioni economiche differenti e non continuative, ma anche due dimensioni sociali totalmente diverse. Evitare tale dualismo è sempre stato un obiettivo nella tutela del minore fino ad oggi. Mi chiedo, al di là delle ripercussioni pratiche che i figli di genitori separati potrebbero avere, quali potrebbero essere quelle psicologiche dovute a tale disomogeneità. Mi chiedo onestamente come si possa pensare che questo possa essere considerato un disegno di legge che posizioni al centro il minore. Sembra, onestamente, un disegno di legge che tuteli la parte economica più forte anziché il minore del quale nessuno sembra curarsi. Il minore non visto.

Mediazione familiare

Il disegno di legge prevede inoltre la mediazione obbligatoria. Le coppie con figli, per potersi separare dovranno, per legge, ricorrere necessariamente al sostegno di un mediatore. Questo percorso, lungo massimo sei mesi, dovrà aiutarli a regolamentare i loro rapporti con la prole.

In realtà, mi viene subito da osservare che tale previsione allunghi i tempi per ottenere la separazione, nonché i costi (il mediatore dovrà essere pagato). Ma noto anche  un altro importante limite. La mediazione familiare, anche se può essere riconosciuta come un ottimo strumento per la gestione delle liti, non può essere affermata come obbligatoria. Tenendo presente che almeno il 20 % delle separazioni hanno dei risvolti di carattere penale. Nel 95 % dei casi ai danni della donna, ne deriva che in questi casi le vicende della coppia non sono mediabili.

 

Sono d’accordo con te con l’impossibilità della mediazione obbligatoria. In primo luogo da un punto di vista umano, in quanto obbligare alla mediazione al fine di poter ottenere la separazione, fa sì che, implicitamente, si introietti di nuovo il concetto di divorzio moralmente sbagliato. Questo rischia di causare un cambiamento culturale profondo che ci riporta a un concetto di società, famiglia e parità di genere superato. Tutto ciò ricondurrebbe la donna, in certi casi, a non avere neanche la possibilità economica di potersi separare a causa degli alti costi della mediazione. Ma, soprattutto, non sono d’accordo con l’obbligo alla mediazione familiare da un punto di vista tecnico. Qualsiasi intervento di mediazione, perché possa essere efficace, deve avere motivazioni del tutto diverse dal “dover obbligatoriamente “impegnarsi in un percorso. Qualsiasi intervento psicologico, se obbligatorio, rischia di risultare inefficace, quindi inutile e in certi casi, addirittura dannoso.

Violenza domestica

Ma la mia preoccupazione maggiore rispetto a questo obbligo di mediazione familiare riguarda un aspetto specifico e molto delicato. Come possiamo pensare di obbligare alla mediazione donne vittima di violenza da parte del marito? Sembra che per prevenire la tanto discussa “Sindrome da Alienazione Parentale” si minimizzino una serie di difficoltà che questo disegno di legge causerebbe. Senza scendere nel merito della valenza scientifica di tale sindrome, la soluzione che Pillon propone, sembra essere piuttosto una cura anziché una prevenzione. In pratica sarebbe come dire, prendo un antidolorifico perché potrebbe venirmi mal di testa. In realtà la violenza sulle donne e l’alienazione parentale sono due concetti molto legati, vero?

Spesso  accade che donne che hanno denunciato l’ex partner per violenza domestica, si vedano poi giudicate a loro volta per “false accuse” dagli stessi psicologi e o assistenti sociali, trasformandosi da vittime di violenza a madri “alienanti”, ovvero donne che (non si sa perché) vorrebbero solo allontanare i figli dal padre, rendendosi così colpevoli dell’insorgenza di tale Sindrome.

In realtà, in casi di episodi di violenza domestica, nei quali i figli sono testimoni diretti o indiretti, è spesso frequente che i minori abbiano degli atteggiamenti di rifiuto verso il genitore maltrattante. Senza considerare, la tendenza del maltrattato a proteggere il minore dalla possibilità che possa subire altrettanti maltrattamenti

Ebbene il disegno di legge Pillon prevede proprio questo, ossia: nel momento in cui dovesse essere valutato che un bambino rifiuta l’altro genitore, accertando clinicamente l’alienazione parentale, il genitore “alienante” potrebbe essere condannato a risarcire il danno e, udite udite,  perdere la responsabilità genitoriale.

Conseguenze

Ipotizzare la  conseguenza di tutto questo non è difficile: a nessuna madre verrà più in mente di denunciare il proprio partner di violenza domestica o di abuso verso i figli perché, oltre a rischiare di perdere i figli,  rischierà anche di essere punita per quelle “false accuse”. Questo è molto grave. In una realtà nella quale la donna ha ancora paura a denunciare maltrattamenti e violenze, questa risulta essere una paura aggiuntiva e una motivazione a rimanere all’interno di situazioni di pericolo ad alto rischio. Il tutto, in un Paese dove, secondo dati ISTAT, la violenza maschile nei confronti delle donne coinvolge 7 milioni di donne di cui il 93 % è sommerso, cioè non denunciato.

Ma non è sufficiente il baratro appena descritto, perché il decreto Pillon va ancora più a fondo. Nell’ipotesi in cui un genitore avesse commesso nei confronti dei figli fatti talmente gravi da avere perso il diritto all’affido condiviso, è  previsto che il bambino o la bambina dovranno COMUNQUE stare da soli con il genitore che non ha l’affido grazie al diritto di frequentazione, prevedendosi che <<si debba in ogni caso garantire il diritto del minore alla bi-genitorialità, disponendo tempi adeguati di frequentazione dei figli minori con il genitore non affidatario>>.

 

Semplice come il complesso

Il Disegno di Legge Pillon eleva a ipotesi comune quella che in realtà rappresenta una minima percentuale (non superiore al 20 %) delle ipotesi di separazioni con figli.

Oggi, gli affidi condivisi rappresentano quasi il 90 % delle ipotesi. Le separazioni consensuali l’82,5 % con genitori che, nonostante il confitto, riescono comunque a raggiungere una soluzione equilibrata per i bambini. Solamente un 20 % delle separazioni risulta “altamente conflittuale”. Questo dato rapprenda infatti i casi più complessi e delicati in cui spesso si annidano ipotesi di violenza domestica anche a danno dei minori.

Il ddl Pillon è costruito ad arte per questo 20 % a danno del restante 80 %. Un DDL che raccoglie perfettamente le istanze di tutela dei padri accusati di violenza o abusi. Un disegno che scoraggia le madre a denunciare, che punisce i bambini che parlano e mostrano un legittimo rifiuto verso il genitore maltrattante.

La violenza domestica è un argomento talmente complesso che non può essere trattato come una separazione semplice. Ma sarebbe sbagliato trattare tutte le separazioni come complesse, come questo disegno sembra proporre.

Concludendo

Concludendo questa lungo confronto, sembra esserci molta confusione tra l’idea di prevenzione e cura e causa ed effetto. Soprattutto, però, sembra non esserci affatto una centralità del minore. Facendo una semplice metanalisi di questo disegno, sembra che, in effetti, racchiuda in sé e si fondi sul concetto stesso che dice di voler prevenire. È un disegno che non media ma si schiera, un disegno che non di sofferma sui bisogni del minore ma sul conflitto genitoriale, è un disegno che rappresenta l’incoerenza stessa del concetto su cui si basa. È un disegno che promuove la mediazione, pur causando un aggravamento del conflitto. Un disegno che avrebbe bisogno di analizzare le motivazioni psicologiche che lo hanno fatto sviluppare in tal senso Se immaginassimo questo disegno come il disegno di un bambino, penseremmo a un bambino impaurito, arrabbiato, aggressivo e prepotente, che andrebbe aiutato a sviluppare quelle competenze empatiche e relazionali che stanno alla base del benessere psicoaffettivo. Ma purtroppo non è un disegno di un bambino ma, prevedibilmente, il disegno del nostro futuro.

Grazie Donatella per questo confronto sempre utile e stimolante. Alla prossima!

 

Mi piace pensare

Mi piace pensare che questo articolo possa servire almeno ad accendere dei dubbi a chi, come me e Donatella, è addetto ai lavori ma anche a chi sta discutendo sulla fattibilità di tale disegno. Soprattutto, mi piace pensare che possa servire a chi ricerca un’informazione libera che rispecchi il bisogno di saperne di più. Mi piace pensare che possa interessare a chi non si accontenti di informarsi solamente per titoli o slogan e abbia la pazienza di arrivare in fondo alla lettura di un articolo, magari troppo lungo, ma che necessiterebbe ancora di parole.

 

Dott.ssa Serena Ricciardulli

Serena RicciardulliPsicologa, Psicoterapeuta e scrittrice. Vive nella sua amatissima Castiglioncello. Nel 2017 esce il suo romanzo di esordio “Fuori Piove” (Bonfirraro Editore). Di lei hanno scritto La Repubblica, Il Tirreno, La Nazione, Nuova Antologia, la RAI, definendo il suo romanzo un successo editoriale. Da un anno tiene un blogger per WiP Radio, Pensieri Shakerati (mentre fuori piove).

 

 

 

Avv. Donatella Di Dio

Nata nella città dei fossi (niente a che vedere con la laguna). Cresciuta in un’amena cittadina (ombreggiata da alte ciminiere). Acquisiti gli strumenti per l’esercizio della professione contemplando la più difettosa tra le meraviglie del mondo. Maturata in uno Studio ove le bianche mura contornano uno squarcio di mare che fa bene agli occhi e ossigena la mente quando richieste di aiuto, problematiche irrisolte, nuove farraginose o anche incondivisibili nuove normative quasi rendono asfittica la professione.

La professione:

Iniziata con l’avventatezza di poter ricoprire un ruolo (beata ingenuità), scoperta come una condivisione delle difficoltà del prossimo, amata per la carica emotiva, il coinvolgimento estremo, la carica di emozione che solo l’intento di dare un aiuto a chi lo richiede può donare.

Passioni:

La mia famiglia, le mie tre figlie. Il condividere i loro passi nell’affacciarsi alla vita, il rivedere nei loro occhi le scoperte, le paure, le ingenuità ormai passate, ma mai dimenticate; apprezzando la purezza di gesti, pensieri, dubbi che se assaporati, se custoditi all’interno del proprio animo, danno il senso della vita: un viaggio verso l’ignoto.

Autore del Post

Serena Ricciardulli

Psicoterapeuta e scrittrice. Vive nella sua amatissima Castiglioncello. Nel 2017 esce il suo romanzo di esordio "Fuori Piove" (Bonfirraro Editore). Di lei hanno scritto La Repubblica, Il Tirreno, La Nazione, Nuova Antologia, definendo il suo romanzo un successo editoriale. Adesso inizia la sua esperienza come blogger di WiP Radio.

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