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I’M DOWN (Lennon – Mc Cartney)

I’M DOWN

(Lennon – McCartney)

McCartney: voce, basso – Lennon: chitarra ritmica, organo – Harrison: cori, chitarra solista – Starr:  batteria, bongo
Registrazione: 14 giugno 1965
Produttore: George Martin – Fonico: Norman Smith
LP: singolo (lato A: Help!) (1 settembre 1965)

Il 22 febbraio 1963, quando Brian Epstein – che non era granché più esperto dei Beatles in materia di music business – aveva portato John e Paul da Dick James, i due si erano limitati a fare quello che veniva loro chiesto: mettere una firma.

McCartney: “John e io non sapevamo che si potessero possedere delle canzoni. Pensavamo che le canzoni esistessero e basta, fluttuanti nell’aria. Capivamo il concetto di possedere una casa, una chitarra, un’automobile, un oggetto fisico. Una canzone non è un oggetto fisico, quindi non capivamo come fosse possibile possedere dei diritti su di essa”.

Sul modo in cui l’astuto Dick James approfittò dell’ingenuità dei ragazzotti di Liverpool (Epstein compreso) e sulle conseguenze economiche – e non solo – che il contratto capestro con la Northern Songs ebbe poi sull’attività dei Beatles, non è questa la sede per dilungarsi. Sta di fatto che, probabilmente, col passare del tempo i Beatles (o almeno Paul e John) stavano cominciando a capire che i diritti d’autore sulle canzoni erano un patrimonio di cui tener conto. Per tutto il 1964 avevano chiuso i loro spettacoli con Long Tall Sally, assicurando agli autori e agli editori musicali della canzone (vedi scheda n. 37) un consistente ritorno economico. Non è quindi escluso che dietro la decisione di McCartney di scrivere un pezzo del genere di Long Tall Sally, un rock’n’roll aggressivo ed energico adatto a un finale di concerto col botto, ci fosse anche un calcolo economico, in previsione specialmente dell’imminente tour statunitense. O forse Paul avevasemplicemente voglia di divertirsi e di sperimentare la propria abilità nel
“fare la voce” di Little Richard.

I Beatles avevano incontrato Little Richard a New Brighton e a Liverpool, nell’ottobre del 1962, e poi ancora ad Amburgo, nel novembre dello stesso anno, allo Star Club. In quest’ultima occasione il cantante americano aveva insegnato a Paul l’urlo in falsetto – “wooo” –, che era uno dei suoi marchi di fabbrica e che a sua volta aveva ripreso dalla cantante gospel MarionWilliams.

McCartney: “Sono capace di rifare la voce di Little Richard, quella voce scatenata, rauca, urlante. È una specie di esperienza mistica, devi come disincarnarti e salire mezzo metro sopra la tua testa per riuscirci. C’erano moltissimi ammiratori di Little Richard, ed è per questo che cantavo le sue canzoni; ma arrivò il momento in cui volevo cantarne una mia, così scrissi I’m Down”.

In realtà, era da un po’ che Lennon e McCartney provavano a confezionare quello che in gergo si definisce corker, cioè un pezzo molto
forte e adatto a concludere un’esibizione dal vivo.

A proposito del contributo del partner alla composizione del brano, le versioni coincidono.

Lennon: “Questa è di Paul… con un piccolo aiuto da parte mia, credo”.

McCartney: “Non sono sicuro che John abbia contribuito, anzi in realtà credo di no. Ma dato che non voglio essere sgarbato, nella maggior parte dei casi come questo gli riconosco almeno un dieci per cento della paternità della canzone, caso mai avesse sistemato una parola del testo o contribuito con un suggerimento o un consiglio.
Comunque I’m Down è mia almeno al novanta per cento”.

Alla settima take, considerata la migliore, George sovraincise un nuovo assolo di chitarra, ma il precedente rimase parzialmente udibile a causa del rientro nel microfono della voce. E John sovraincise il suo assolo di organo in stile Jerry Lee Lewis, lanciato da un “tear it up, John” di Paul. Dopo una doppia sovraincisione dei cori, alle 17,30 la canzone fu considerata finita.
Pensata esplicitamente per le esibizioni dal vivo, I’m Down fu subito inclusa nelle scalette dei concerti e delle apparizioni promozionali, durante le quali spesso, scherzosamente, John suonava l’organo con i gomiti o con i piedi.

Estratto da “Il libro bianco dei Beatles” di F. Zanetti – Ed. Giunti

Autore del Post

Ernesto Macchioni

Il mare in tempesta fu improvvisamente colpito ai fianchi da un milione di tonnellate di olio. Fu così che venne alla luce Ernesto Macchioni in un'inaspettata giornata d'estate in pieno novembre 1961. La finestra fu finalmente aperta, Ernesto si affacciò e venne invaso da un fiume di luce e salmastro. L'infanzia la passò a cercare di capire se era meglio saper giocare a pallone o ascoltare la musica. Scelse la seconda ipotesi, senza rendersi conto di quanto si sarebbe complicato la vita. Il mare lo guardava perplesso. Faceva le scuole medie quando imparò a suonare la chitarra. Divenne amico intimo di Francesco Guccini, Francesco De Gregori, Lucio Battisti, cercando di scacciare l'inopportuna presenza di Claudio Baglioni. Erano amici fidati, a loro non importava se non sapevi giocare a calcio. Il mare scuoteva la testa. Alle superiori si illuse che il mondo era facile e cambiò religione diventando comunista. Bussarono alla porta di casa gli Inti-illimani e li fece entrare. (Battisti lo nascose nell'armadio). Claudio Lolli chiese "permesso" e lo fece accomodare. Pink Floyd e Genesis erano degli abitué ormai da tempo. La casa era piena di gente. Sua madre offriva da bere a tutti (ma non riuscì mai a capire cosa ci faceva quel ragazzo riccioluto rintanato fra i vestiti). Il mare aspettava. Venne l'ora provvisoria del buon senso e del "mettisufamiglia". La chitarra si era nel frattempo trasformata in un pianoforte. La casa era grande adesso e, oltre ai figli, poteva contenere anche vecchi giganti come Chet Baker e Miles Davis, lo zio Keith Jarrett e il nipotino Pat Metheny. La moglie offriva da bere a tutti, compreso Lucio Battisti che si era da tempo tolto la polvere dell'armadio di dosso. Qualcuno aveva infranto i sogni e il muro di Berlino, scoprendo che era fatto di carta come loro. Il mare si fece invadente e, stanco di aspettare, entrava anche in casa nei momenti più inopportuni. Era una folla. Quando Ernesto decise di far entrare anche Giacomo Puccini, Giuseppe Verdi e Gabriel Fauré la situazione cominciò a farsi insostenibile. Soprattutto quando il nostro protagonista scoprì che tutti, ma proprio tutti, compreso Francesco Guccini, sapevano giocare a pallone. Era un caos indefinibile vederli giocare fra le stanze, scoprire che De Gregori poteva benissimo entrare in sintonia con Giacomo Puccini e servirgli un assist da campionato del mondo preciso sulla testa. E tutto sotto lo sferzante vento di libeccio che infuriava in tutta la casa. Il mare si godeva le partite con un braccio sulla spalla di Ernesto, in totale stato confusionale. Quando in casa entrò Wolfang Amadeus Mozart la casa scoppiò. Ernesto lo trovarono sorridente fra le macerie. Lo videro togliersi i calcinacci dalle spalle, prendere un pallone e cominciare a palleggiare (un po' impacciato a dire il vero). Qualcuno giura di aver visto Lucio Battisti, con indosso una giacca di Ernesto, allontanarsi allegramente a braccetto con Giuseppe Verdi. Il mare, un po' invecchiato, respirava adagio sulla battigia.

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