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EVERYBODY’S TRYING TO BE MY BABY (Carl Perkins)

EVERYBODY’S TRYING TO BE MY BABY (Carl Perkins)

EVERYBODY’S TRYING TO BE MY BABY

(Carl Perkins)

McCartney: basso – Lennon: cori, chitarra acustica ritmica, tamburino – Harrison:  voce, chitarra solista – Starr:  batteria, tamburino

Registrazione: 18 ottobre 1964
Produttore: George Martin – Fonico: Norman Smith
LP: Beatles for sale (1 dicembre 1964)

Serviva una canzone che potesse cantare George, in Beatles For Sale. Nel pomeriggio del 18 erano state completate Eight Days A Week e Mr Moonlight ed era stata registrata I’ll Follow The Sun (Paul), portando la situazione a cinque pezzi cantati da John, due da Paul e due da John e Paul. George era ancora a secco, ma data la situazione di urgenza e pressione non c’era proprio nessuna possibilità che Lennon e/o McCartney trovassero il tempo di scrivere una nuova canzone apposta per lui. Sicché si fece ricorso a una cover, e si decise di andare sul sicuro, perché il tempo stringeva.

Una delle tante canzoni di Carl Perkins che i Beatles avevano nel loro repertorio live era Everybody’s Trying To Be My Baby,
una delle tre che dal vivo erano cantate da George (la si trova documentata nel doppio The Beatles Live! At The Star-Club In Hamburg, Germany; 1962) e si decise per questa.

Come Matchbox, anche Everybody’s Trying To Be My Baby, benché firmata da Perkins, non era interamente farina del suo sacco. Una canzone dallo stesso titolo era stata pubblicata nel 1936 dal cantante e chitarrista country Rex Griffin.

Disinvoltamente, Perkins si era appropriato del titolo, aveva cambiato la melodia e parte del testo e aveva inciso la canzone
nell’album Dance Album Of… Carl Perkins – uscito per la Sun Records nel 1957 e rieditato nel 1961 come Teen Beat: The Best Of Carl Perkins –, accreditandosela come autore.

Ancora oggi gli eredi di Griffin – in particolare la nipote, Trorine Richoux – continuano a condurre una testarda battaglia per riottenere i diritti della canzone, dei quali si ritengono espropriati dalla riscrittura di Perkins.

Harrison: “L’avevamo suonata così tante volte che dovevamo solo fare una prova veloce e poi registrarla”. Infatti andò così, e la canzone fu portata a casa in una sola take, suonata interamente dal vivo, con solo due sovraincisioni: qualche seconda voce di George e il tamburino di Ringo (o di John?).

Geoff Emerick: “George cantò con entusiasmo, suonò la chitarra con disinvoltura ed efficacia e anche il suo assolo riuscì senza sbavature”.

Lennon: “Quello è uno dei due grandi dischi che non facevo che ascoltare quand’ero sedicenne. Gli unici due dei quali mi piacevano indistintamente tutte le canzoni” (l’altro era il primo LP di Elvis Presley)”.

E infine una gustosissima esibizione dal vivo di George Harrison e Carl Perkins del 1985.

 

Estratto da “Il libro bianco dei Beatles” di F. Zanetti – Ed. Giunti

Autore del Post

Ernesto Macchioni

Il mare in tempesta fu improvvisamente colpito ai fianchi da un milione di tonnellate di olio. Fu così che venne alla luce Ernesto Macchioni in un'inaspettata giornata d'estate in pieno novembre 1961. La finestra fu finalmente aperta, Ernesto si affacciò e venne invaso da un fiume di luce e salmastro. L'infanzia la passò a cercare di capire se era meglio saper giocare a pallone o ascoltare la musica. Scelse la seconda ipotesi, senza rendersi conto di quanto si sarebbe complicato la vita. Il mare lo guardava perplesso. Faceva le scuole medie quando imparò a suonare la chitarra. Divenne amico intimo di Francesco Guccini, Francesco De Gregori, Lucio Battisti, cercando di scacciare l'inopportuna presenza di Claudio Baglioni. Erano amici fidati, a loro non importava se non sapevi giocare a calcio. Il mare scuoteva la testa. Alle superiori si illuse che il mondo era facile e cambiò religione diventando comunista. Bussarono alla porta di casa gli Inti-illimani e li fece entrare. (Battisti lo nascose nell'armadio). Claudio Lolli chiese "permesso" e lo fece accomodare. Pink Floyd e Genesis erano degli abitué ormai da tempo. La casa era piena di gente. Sua madre offriva da bere a tutti (ma non riuscì mai a capire cosa ci faceva quel ragazzo riccioluto rintanato fra i vestiti). Il mare aspettava. Venne l'ora provvisoria del buon senso e del "mettisufamiglia". La chitarra si era nel frattempo trasformata in un pianoforte. La casa era grande adesso e, oltre ai figli, poteva contenere anche vecchi giganti come Chet Baker e Miles Davis, lo zio Keith Jarrett e il nipotino Pat Metheny. La moglie offriva da bere a tutti, compreso Lucio Battisti che si era da tempo tolto la polvere dell'armadio di dosso. Qualcuno aveva infranto i sogni e il muro di Berlino, scoprendo che era fatto di carta come loro. Il mare si fece invadente e, stanco di aspettare, entrava anche in casa nei momenti più inopportuni. Era una folla. Quando Ernesto decise di far entrare anche Giacomo Puccini, Giuseppe Verdi e Gabriel Fauré la situazione cominciò a farsi insostenibile. Soprattutto quando il nostro protagonista scoprì che tutti, ma proprio tutti, compreso Francesco Guccini, sapevano giocare a pallone. Era un caos indefinibile vederli giocare fra le stanze, scoprire che De Gregori poteva benissimo entrare in sintonia con Giacomo Puccini e servirgli un assist da campionato del mondo preciso sulla testa. E tutto sotto lo sferzante vento di libeccio che infuriava in tutta la casa. Il mare si godeva le partite con un braccio sulla spalla di Ernesto, in totale stato confusionale. Quando in casa entrò Wolfang Amadeus Mozart la casa scoppiò. Ernesto lo trovarono sorridente fra le macerie. Lo videro togliersi i calcinacci dalle spalle, prendere un pallone e cominciare a palleggiare (un po' impacciato a dire il vero). Qualcuno giura di aver visto Lucio Battisti, con indosso una giacca di Ernesto, allontanarsi allegramente a braccetto con Giuseppe Verdi. Il mare, un po' invecchiato, respirava adagio sulla battigia.

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