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Carlo Monni ti voglio bene

Carlo Monni ti voglio bene

Carlo Monni è uno spirito libero, e in quanto tale non possiede né computer, né macchina, né bancomat o carte di credito, né televisione, né, naturalmente, un telefono cellulare. Quindi devo
chiamarlo la mattina presto sul telefono della sua disordinatissima casa di Via dell’Inferno, una  stradina del centro di Firenze tra Via Tornabuoni e Via della Vigna Nuova.
– “Carlo!” – “Oh bella!”, mi risponde come sempre, e così fissiamo il nostro incontro poco più tardi nell’unico luogo possibile, il suo “ufficio”, ovvero il Parco delle Cascine, dove si reca tutti i giorni a camminare scalzo e a torso nudo quando la stagione lo permette, oppure coi sandali (come sanno in tanti a Firenze Carlo non ama le scarpe) e i calzini di lana grossa quando il clima diventa un po’ più rigido. Va lì perché, spiega a modo suo, “un c’è i barri (sic)”.
Ecco qui uno stralcio della nostra chiacchierata a passeggio per le Cascine sull’attività artistica del Monni, ovvero uno dei figli più fedeli, amati e rimpianti di Firenze…

Allora, partiamo proprio dall’inizio… Dove  nasce e dove esordisce Carlo Monni?
Va bene! Come sai son nato a Champs sur le Bisance (Campi
Bisenzio, ndA) nel 1943, e da bambino badavo ai maiali. Gli ragionavo anche! Tu vedrai, ero sempre nei campi… Insomma, facevo l’allevatore di maiali. Poi da ragazzi con Benigni s’andò a Roma,
e lì mi dicevano: “Oh come tu parli?!” quando in realtà tutti loro parlavan romanesco! Poi nel 76 si debuttò con un programma in televisione che si chiamava Onda Libera. Ma io ho sempre avuto un
grande amore per la poesia…ne ho bisogno, ho proprio bisogno del brivido della poesia!

Ancora oggi, dopo 35 anni, la poesia che Bozzone recita in bicicletta con Benigni è diventata una specie di inno dei perdenti…
Sì, la poesia la scrisse il Benigni, io da qualche anno quando me la chiedono aggiungo: “Noi semo quella razza, e ‘un credo di esser solo, che spesso e volentieri l’ha preso nel bocciolo”.

Alcuni sono critici verso il Benigni degli ultimi anni, lo trovano cambiato, non più graffiante ma  inquadrato in un certo buonismo di stampo cattolico…Tu che ne pensi?
Benigni è un genio! Punto e basta.

Ecco, il teatro: gli hai dato molto, ti senti corrisposto?
Vedi, io per esempio amo Campana, l’ho sempre amato, e lo porto volentieri in teatro, però se non c’è qualche bella figliola nelle prime file… un mi viene l’ispirazione! Oh, e un c’è verso! (Ride)

Le donne: un’altra tua grande passione… Che tipo di donna ti affascina di più?
Io, da semplice allevatore di maiali, ho sempre sognato la “maiala borghese”. L’intellettuale, quella di buona famiglia era il mio sogno… da ragazzo avevo perso la testa per una straniera, e di notte scappavo nelle gabine per chiamarla, ma lei non mi considerava! E l’era un lavoro di nulla… ! Comunque mi garbano anche queste maiale contemporanee! (ride) Si fa per scherzare eh…

C’è qualcosa della sua lunga carriera artistica che Carlo Monni vorrebbe cancellare, rinnegare?
No, rinnegare no, però per esempio non sopporto i cinepattoni, e chi li guarda.

Invece qualcosa che ti manca, che non hai fatto?
Non mi manca niente, spesso e volentieri mi diletto anche con la musica, suono la tromba, canto, collaboro con qualche amico musicista o qualche giovane artista che mi chiede una mano, mi esibisco in qualche festa, mi diverto così…

Alessandro Giobbi e Carlo Monni durante la registrazione dell’album “Tarabaralla”

Cosa pensa il Monni di quel che è diventata Firenze?
Io son legato alla mia terra, terra di poeti e di grandi geni; ho “fatto” Dante e Boccaccio, ma anche Cecco da Varlungo, diciamo che sono rimasto più legato al passato, ho un piede nel Medio Evo… Di questa epoca contemporanea mi garba poco o nulla, non sono un
amante della tennologia né del denaro o delle mode, amo più certe atmosfere fiorentine, certi tramonti, il vino, l’aria, le donne… Firenze ora è un po’ disorientata, eppure noi ci s’ha la fortuna di poter godere del cibo, della bellezza, e poi abbiamo lo spirito, la facilità della battuta, l’inclinazione allo scherzo che ci fa invecchiare bene…Ora non ci son più le veglie, si va al pub, si beve il gin tonic… ma Firenze in fondo è la stessa. Eh?!

Firenze, novembre 2012

(Tratto da “Firenze suona – la scena musicale e artistica raccontata dai protagonisti”, Zona, 2015)

Autore del Post

Elisa Giobbi

Fiorentina, coltiva musica e scrittura fin dall'adolescenza. Ex editrice, è autrice di "Firenze suona", "Rock'n'roll noir", "La rete" e "Eterni", saggio sui grandi compositori. Presidente dell'ass. cult. "Firenze suona", organizza e dirige rassegne musicali.

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