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Il profumo del mare di Sanremo, le pellicce e le luci

Il profumo del mare di Sanremo, le pellicce e le luci

Sanremo è una piccola cittadina ligure affacciata sul mare.

Con le sue stradine, i suoi caruggi, il profumo della sardenaira calda e delle torte verdi appena sfornate, è un borgo abbracciato da imponenti palazzi e case indipendenti, introdotto, per chi viene da levante, da eleganti parchi e ville, fra i quali amo sempre ricordare Villa Ormond e Villa Nobel, invitando coloro che dovessero trovarsi da queste parti a visitarle senza esitazione.

Una delle caratteristiche di Sanremo è di essere particolarmente trafficata: come tante delle sue cugine limitrofe, è una cittadina, questa, percorsa principalmente da stradine a senso unico che in un momento particolare dell’anno diventano strette e soffocanti come il collo di una bottiglia piena di schiuma. Mi riferisco, naturalmente, al Festival di Sanremo: manca ormai davvero poco alla sessantottesima edizione della kermesse canora più attesa nelle case degli italiani, imperdibile quasi come una cucina Scavolini (ma esistono ancora, le cucine Scavolini?).

Nemmeno io potrò resistere al fascino di questo evento televisivo, più accattivante ed intrigante di una finale di X-Factor, con i suoi gossip, le sue luci e i suoi fiori (no, forse i fiori no).

Non resisterò nemmeno alla tentazione di stare in casa, durante quei giorni lì, a godermi lo spettacolo dal caldo del mio salotto stravaccata sul divano e accarezzata dal dolce calore della stufa a legna; no, io, masochista, complice il fatto di abitare a soli 30 minuti da questo luogo di perdizione, prenderò la macchina, mi imbatterò nell’odioso e odiato traffico sanremese, cercherò, disperata, un parcheggio dove lasciare la mia auto e, finalmente, dopo ore di estenuante attesa, mi butterò a capofitto nella bolgia di via Matteotti, scansando anziane impellicciate e giovani ragazzine invasate con lo smartphone in mano a mo’ di arma letale, accalcati, tutti, contro le fredde transenne che dividono le blindate celebrità interne al Teatro Ariston dai comuni mortali, temprati dalle lunghe attese all’ombra delle luccicanti insegne nel cuore dello shopping ponentino ligure.

Lo dico sempre e amo ripetermi: Sanremo, durante il Festival, diventa un Luna Park a cielo aperto. Escono dal disgelo personaggi improbabili, moderni Leoni di Lernia (pace all’anima sua) e contesse Serbelloni Mazzanti Vien Dal Mare, giovani donzelle con sandali tacco 20 alle undici di mattina e ombretti colorati che si sposano con l’azzurro del cielo ma senza la poetica che questa frase avrebbe voluto conferire loro; animali, non da palcoscenico, che, fuoriusciti dalle loro gabbie, svernano in Riviera e si lucidano il pelo sfoggiando i sorrisi migliori da accompagnare ad un selfie o ad un autografo rubato al vip di turno; mecenati, sedicenti produttori, conduttori televisivi di fantomatiche trasmissioni dedicate al talento, dove il chiodo di pelle diventa un lasciapassare e un marchio di fabbrica soprattutto dai 50 anni in su, gemellato all’intramontabile capello lungo, spesso sfoggiato a codino.

Un Luna Park, dicevo: le giostre sono, però, anche i tanti palchi sparsi in ogni angolo della città dove suona chi non ce l’ha fatta ad arrivare sul parquet dell’Ariston ma che ancora sogna di potercela fare. Sono i fiori di Piazza Colombo, le luci sul porto antico, il profumo del mare che ci ricorda quanto poco manchi alla prossima estate.

Sono gli aspetti irrilevanti che fanno da cornice perfetta alle riviste patinate che racconteranno, in queste settimane, della musica in vetrina a Sanremo, fra un tacco 20 e una pelliccia.

Quando tornerò a casa, dopo una lunga giornata in mezzo al caos, ne porterò un pezzettino con me.

Autore del Post

Chiara Ragnini

Cantautrice, nerd e smanettona, appassionata di arte contemporanea ed entomologia. Dopo il classico, la laurea in Informatica. Un amalgama particolare, fra cuore e razionalità, per fare da sfondo alle emozioni fra parole e musica.

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