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I DON’T WANT TO SPOIL THE PARTY (Lennon – McCartney)

I DON’T WANT TO SPOIL THE PARTY  (Lennon – McCartney)

I don't want to spoil the partyI DON’T WANT TO SPOIL THE PARTY

(Lennon – McCartney)

McCartney: voce, basso – Lennon: voce, chitarra acustica ritmica – Harrison:  chitarra solista – Starr:  batteria, tamburino
Registrazione: 29 settembre 1964
Produttore: George Martin – Fonico: Norman Smith
LP: Beatles for sale (1 dicembre 1964)

Nell’album A Hard Day’s Night era mancata la “canzone di Ringo”, ovvero l’occasione per far cantare un brano al batterista. In Please Please Me c’era stata Boys, in With The Beatles c’era stata I Wanna Be Your Man; in A Hard Day’s Night sarebbe dovuto toccare a Matchbox, cover della canzone di Carl Perkins, ma la decisione di realizzare un album tutto di “composizioni originali Lennon-McCartney” aveva dirottato Matchbox nell’EP Long Tall Sally. John e Paul si misero d’impegno a scrivere un brano appositamente per Ringo, e scelsero di esprimersi nell’idioma country&western, un ambiente musicale che il batterista trovava confortevole (tanto che il suo secondo album da solista, Beaucoups Of Blues, 1970, sarà appunto una raccolta di canzoni country&western). Nacque così I Don’t Want To Spoil The Party, in qualche stanza d’albergo durante il tour statunitense di agosto-settembre 1964.

Lennon: “Quella è una delle mie canzoni. All’epoca magari scrivevo meno cose di Paul perché lui era più capace di me nel maneggiare la chitarra; in realtà, Paul mi ha insegnato parecchio, sulla chitarra”.

McCartney: “Una canzoncina carina, scritta insieme da John e me. Direi più Lennon che McCartney, ottanta per cento per lui e venti per me. Alcune canzoni nascevano dall’ispirazione, altre erano frutto del mestiere. Non intendo dire che fossero meno divertenti da scrivere, era artigianato, e questa in particolare era praticamente su commissione – e Ringo ha poi fatto un buon lavoro”. Questa citazione è tratta da Many Years From Now (1997), la biografia “ufficiale” scritta da McCartney con Barry Miles, ma Paul ha commesso un errore: I Don’t Want To Spoil The Party, benché scritta per Ringo, in Beatles For Sale fu poi cantata da John.
La canzone fu portata ad Abbey Road il 29 settembre e si cominciò a metterci mano a metà pomeriggio, dopo le prime takes di Every Little Thing, iniziata e non completata. A quel punto, comunque, John aveva già deciso che l’avrebbe cantata lui; infatti nessuna delle sette takes suonate nel giro di un paio d’ore fu cantata da Ringo. Il 26 ottobre, poi, John rinuncerà a cantare Honey Don’t, cedendo il microfono a Ringo. Dopo una pausa, i Beatles ripresero la canzone per altre dodici takes, solo cinque delle quali complete; la 19 servì per un paio di sovraincisioni (una voce di John e il tamburino di Ringo) che completarono la registrazione.

Nel 1989 la cantante Rosanne Cash, primogenita di Johnny Cash, portò in vetta alle classifiche country&western di Billboard una cover di I Don’t Want To Spoil The Party.

Estratto da “Il libro bianco dei Beatles” di F. Zanetti – Ed. Giunti

Autore del Post

Ernesto Macchioni

Il mare in tempesta fu improvvisamente colpito ai fianchi da un milione di tonnellate di olio. Fu così che venne alla luce Ernesto Macchioni in un'inaspettata giornata d'estate in pieno novembre 1961. La finestra fu finalmente aperta, Ernesto si affacciò e venne invaso da un fiume di luce e salmastro. L'infanzia la passò a cercare di capire se era meglio saper giocare a pallone o ascoltare la musica. Scelse la seconda ipotesi, senza rendersi conto di quanto si sarebbe complicato la vita. Il mare lo guardava perplesso. Faceva le scuole medie quando imparò a suonare la chitarra. Divenne amico intimo di Francesco Guccini, Francesco De Gregori, Lucio Battisti, cercando di scacciare l'inopportuna presenza di Claudio Baglioni. Erano amici fidati, a loro non importava se non sapevi giocare a calcio. Il mare scuoteva la testa. Alle superiori si illuse che il mondo era facile e cambiò religione diventando comunista. Bussarono alla porta di casa gli Inti-illimani e li fece entrare. (Battisti lo nascose nell'armadio). Claudio Lolli chiese "permesso" e lo fece accomodare. Pink Floyd e Genesis erano degli abitué ormai da tempo. La casa era piena di gente. Sua madre offriva da bere a tutti (ma non riuscì mai a capire cosa ci faceva quel ragazzo riccioluto rintanato fra i vestiti). Il mare aspettava. Venne l'ora provvisoria del buon senso e del "mettisufamiglia". La chitarra si era nel frattempo trasformata in un pianoforte. La casa era grande adesso e, oltre ai figli, poteva contenere anche vecchi giganti come Chet Baker e Miles Davis, lo zio Keith Jarrett e il nipotino Pat Metheny. La moglie offriva da bere a tutti, compreso Lucio Battisti che si era da tempo tolto la polvere dell'armadio di dosso. Qualcuno aveva infranto i sogni e il muro di Berlino, scoprendo che era fatto di carta come loro. Il mare si fece invadente e, stanco di aspettare, entrava anche in casa nei momenti più inopportuni. Era una folla. Quando Ernesto decise di far entrare anche Giacomo Puccini, Giuseppe Verdi e Gabriel Fauré la situazione cominciò a farsi insostenibile. Soprattutto quando il nostro protagonista scoprì che tutti, ma proprio tutti, compreso Francesco Guccini, sapevano giocare a pallone. Era un caos indefinibile vederli giocare fra le stanze, scoprire che De Gregori poteva benissimo entrare in sintonia con Giacomo Puccini e servirgli un assist da campionato del mondo preciso sulla testa. E tutto sotto lo sferzante vento di libeccio che infuriava in tutta la casa. Il mare si godeva le partite con un braccio sulla spalla di Ernesto, in totale stato confusionale. Quando in casa entrò Wolfang Amadeus Mozart la casa scoppiò. Ernesto lo trovarono sorridente fra le macerie. Lo videro togliersi i calcinacci dalle spalle, prendere un pallone e cominciare a palleggiare (un po' impacciato a dire il vero). Qualcuno giura di aver visto Lucio Battisti, con indosso una giacca di Ernesto, allontanarsi allegramente a braccetto con Giuseppe Verdi. Il mare, un po' invecchiato, respirava adagio sulla battigia.

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