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Nazionale, cronaca di una eliminazione annunciata. Ma dal basket al tennis è “crisi” nello sport

Nazionale, cronaca di una eliminazione annunciata. Ma dal basket al tennis è “crisi” nello sport

Nazionale

Nazionale di calcio, game over. Le possibilità di essere eliminati dai Mondiali di Russia2018 erano moltp alte (come abbiamo raccontato in un precedente post). E i fantasmi evocati si sono materializzati nell’umida notte di san Siro. Ma il “disastro” dello sport italiani non si limita al solo pallone, per quanto nel calcio sia tutto più amplificato dall’essere lo sport di gran lunga più seguito. La crisi di risultati attraversa tutti gli sport più popolari a livello globale: non ci mancano campioni olimpici o mondiali, ma sono tutti in discipline “minori”. Oppure troviamo italiani vincenti in categorie giovanili.

In altre parole: l’Italia conta sempre di meno a livello sportivo. La crisi economica ha sicuramente avuto il suo peso, togliendo risorse alle squadra professionistiche a tutti i livelli. Ma è clamorosamente mancata la programmazione a livello giovanile, con l’eccezione di qualche federazione. Manca completamente il rapporto con le scuole. Tutto il contrario di quanto accaduto in altre nazioni europee, dalla Francia all’Inghilterra alla Spagna (per non parlare della Germania) come dimostrano i risultati delle Olimpiadi: loro hanno saputo “resistere” all’avanzata delle nazioni emergenti, noi stiamo via via scomparendo. E questo vale sia negli sport olimpici, sia in quelli professionistici: ci mancano campioni, personaggi che sappiamo trascinare con le loro vittorie i giovani a praticare sport per emularli. Unica eccezione il motociclismo e il motocross: lì vinciamo sempre, ma forse è troppo poco.

Automobilismo

È vero: abbiamo la scuderia di Formula 1 più famosa al mondo. L’unica che ha saputo esserci da sempre e che corre sempre per vincere. Ma questo da anni ormai è un boomerang: sponsor e risorse sono tutte concentrare sulla Ferrari, la quale per vincere assume sempre campioni affermati, tutti stranieri. Perché in Italia per trovare l’ultimo campione del mondo bisogna risalire al 1953 con Ascari, poi il nulla. L’unico che ha corso per vincere la Coppa è stato Alboreto e stiamo parlando del 1985. Ma non sarebbe nemmeno questa la cosa più grave: da sette anni a questa parte non c’è un italiano che corre in Formula 1 (gli ultimi Liuzzi, Trulli e Fisichella). Ci sono molti corridori promettenti e vincenti nelle altre categorie motoristiche, ma nessuno fa il salto nella vetrina più importante. Come detto, la Ferrari attira tutte le risorse degli sponsor, chiudendo la strada a scuderie minori (che in passato ci sono sempre state, ultima la Minardi), le quali invece davano modo a piloti giovani di mettersi in mostra. Tra l’altro, anche la Ferrari segna il passo: un suo pilota non vince da dieci anni (Raikkonen, 2007) e la Coppa costruttori da nove.

Sci alpino

Nonostante l’abbondanza di piste, di sciatori della domenica e di settimane bianche siamo una nazione di secondo piano. Da decenni: fino agli anni ’70 la “nazionale” se l’è giocata con i più forti, poi siamo scivolati tra i rincalzi, con qualche vittoria isolata (la Coppa di discesa l’anno scorso con Peter Fill, ad esempio). Pensare che siamo ancora al quarto posto tra le nazioni per vittorie in Coppa del Mondo, ma è dovuto ancora ai successi di Thoeni (4). Negli anni Novanta, la crisi è stata mascherata dalle vittorie di Alberto Tomba (quarto posto di sempre per le vittorie di specialità, 8): ma attorno a lui non c’era squadra, c’era solo il suo fisico esplosivo. Tomba vince la Coppa nel ’94-’95. Da allora, si viaggia più o meno nell’anonimato: tanto è vero che un tempo i giornali avevano decine di inviati al seguito, ora l’avvio della stagione non ha avuto alcun rilievo.

 

Ciclismo

nazionaleDopo il calcio, è stato per decenni il secondo sport più seguito, con milioni di italiani incollati davanti al televisori per il Giro o il Mondiale. Ma dopo la morte di Pantani (e i troppi casi di doping) qualcosa si è inceppato e l’interesse sta venendo meno. Gli italiani vanno tanto in bici sia nelle città sia nel tempo libero. Ma non lo fanno più per sport. In questo caso, la crisi ha colpito durissimo a livello di sponsorizzazioni: da due anni non c’è una squadra professionistica italiana che partecipa al World tour. Tutte le nazioni che hanno dominato le corse in Europa ce l’hanno: così, l’ultimo grande campione nazionale, Vincenzo Nibali (vincitore del Tour di tre anni fa) si è dovuto accasare all’estero. Nibali è l’ultimo baluardo: ha vinto il Giro due volte nelle ultime sedi edizioni. Ma per il resto? Da quando c’è il World Tour (2011), nessun italiano né squadra italiana ha mai vinto (solo a livello di nazione nella prima edizione). Al Mondiale, le ultime vittorie sono di un decennio fa con Bettini (2) e Ballan. Ultima vittoria nella Milano-Sanremo è del 2006 (Pozzato), il solito Nibali ci ha salvato vincendo quest’anno il Giro di Lombardia (poi una sola vittoria in dieci anni, sempre Nibali), per il Giro delle Fiandre bisogna andare indietro fino al 2007 (ancora Ballan). In buona sostanza: Nibali nel ciclismo corrisponde a quanto fece Tomba bello sci, copre con le sue vittorie una crisi del movimento.

 

Tennis

Qui la spiegazione è facile: in Italia è rimasto sport di élite, in altre nazioni è stato portato alla possibilità di tutti. La Spagna, per esempio, ha sfornato campioni grazie alla diffusione di campi in cemento nelle periferie da affittare per poco. Quindi, non sport di massa ma per pochi, nei circoli, dove si va per passare il tempo e coltivare relazioni. Per gli uomini ci siamo fermati ai “mitici” anni Settanta: Adriano Panatta è stato l’ultimo a vincere un Grande Slam (Parigi, 1976), negli anni in cui l’Italia vinse la sua unica Coppa Davis (pur di vincerla andammo a giocare nel Cile dove si era appena insediata la feroce dittatura di Pinochet). Panatta e poi Barazzutti furono gli ultimi italiani, sempre in quel decennio, a salire nei primi dieci posti del ranking. Poi, al massimo solo nei primi 20: in questo momento il nostro miglior giocatore è Fognini (27.o). Potrebbe fare molto di più se non fosse per il “temperamento”, ma in ogni caso, coprirebbe – anche lui – con le sue vittorie un vuoto del movimento. Come dimostra il fatto che per anni siamo stati nella serie B della Coppa Davis. Non per nulla Fognini con Bolelli hanno pure vinto il doppio a Wimbledon.

Diverso il caso del tennis femminile: Schiavone e Pennetta hanno vinto due Slam negli ultimi anni (Parigi e New York), Vinci ed Errani hanno fatto man bassa di titoli in doppio. Un quartetto che non ha trovato, però, sostitute all’altezza: al momento la migliore del ranking è Giorgi al 79.o posto. Ma dello sport femminile parleremo dopo.

nazionale

Basket

Se uno ci pensa, perde la testa: l’Italia è la nazione che ha vinto più Coppe dei Campioni (Eurolega, come si chiama adesso). Sono 13 titoli, uno più della Spagna. Ha dominato gli anni Settanta con Varese, gli Ottanta con Milano e Cantù, gli anni Novanta con Bologna. Non per nulla sono gli anni dei successi agi europei: due terzi posti negli anni Settanta, poi le vittorie del ’93 e del ’99. Dal 2004, con il clamoroso secondo posto alle Olimpiadi di Atene è iniziato il black out. Non ci siamo più qualificati per mondiali e olimpiadi, agli europei non si va oltre i quarti, dal 2001 non c’è un club che ha avuto accesso alla Final Four di Eurolega (Siena). Anche in questo caso la crisi economica ha avuto il suo peso: le squadre di basket costano e i giovani – senza l’esempio di campioni – non giocano più. Le squadre di A1 e A2 sono zeppe di stranieri (e mai di livello), la distanza con le nazioni guida (Grecia, Spagna, Turchia, Russia) sono siderali. Basta vedere le batoste che rimedia Milano, il club che sulla carta ha più risorse.

 

Rugby

nazionaleÈ vero che non è mai stato praticato se non in alcune aree geografiche del paese ben delimitate (il Veneto, in particolare). Ma il seguito che sta avendo la Nazionale negli ultimi anni e il successo delle partire del Sei Nazioni e della Coppa del Mondo avrebbe potuto e dovuto creare un movimento più ampio. Invece, non è così: il campionato di A è ridotto a 12 squadre, le due franchigie Treviso e Zebre sono sempre in fondo alla classifica, la Nazionale continua a cambiare allenatori e a riempirsi di oriundi ma nel Sei Nazioni rimedia solo sconfitte pesanti e ai mondiali non si va mai oltre il primo turno. C’è un movimento interessante tra i giovani, speriamo emerga. Peccato, perché i mondiali di rugby è il terzo evento televisivo più visto al mondo dopo Olimpiadi e Mondiali di calcio.

 

 

nazionale

Pallavolo e sport femminile

Ci sono due eccezioni in questo contesto disastroso, due situazioni che vanno in controtendenza. Le due nazionali (maschile e femminile) di pallavolo sono dagli anni Ottanta ai vertici internazionali. È vero che l’ultimo mondiale maschile è del ’97 e quello femminile del 2002, ma a livello europeo negli ultime dieci edizioni ci sono stati 3 titoli e 4 piazzamenti nel maschile e 2 vittorie e 3 piazzamenti nel femminile. Nell’ultimo decennio c’è stato un calo di risultati nel femminile, ma non nel maschile (alle Olimpiadi 3 secondo posti e due terzi nelle ultime sei edizioni, in pratica non è andata a podio solo a Pechino). E nella Coppa Campioni, 3 vittorie e 3 secondo posti in dieci anni. Ma il movimento femminile a livello giovanile è incredibile: per le ragazze, il volley è il corrispettivo del calcio per i ragazzi, con squadre in tutti i quartieri e in tutti i comuni, grandi e piccoli. E comunque, 3 Coppe Campioni vinte in dieci anni e due secondi posti.

Questo ci porta a considerare lo sport femminile come l’ancora di salvezza dello sport italiano: dall’Atletica Leggera (soprattutto grazie all’apporto degli immigrati di seconda generazione) al ciclismo, dalla scherma alla pallanuoto, dallo sci alla ginnastica il movimento femminile è molto più vivo (del tennis abbiamo detto). Produce anche campioni, dalla Pellegrini alla Ferrari alla nazionale di ritmica. Data la crisi di tutti gli altri settori, non resta che sperare che il futuro sia veramente femmina.

 

Autore del Post

Luca Pagni

Nato a Genova ma a sei anni calamitato nelle pianure padane. Ormai milanese, dall’89 scrive per Repubblica, cronaca cittadina poi politica ora economia. Milanista ma i fatti separati dalle passioni. Del resto lo racconta in Facebook.com/bollettinomilan e sul suo blog di WiP Radio.

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