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Azzurri, perché la nazionale rischia di non andare ai mondiali

Azzurri, perché la nazionale rischia di non andare ai mondiali

Nazionale esclusa dai mondiali di calcio? Conoscete qualcos’altro che assomigli di più a un lutto nazionale? Culturalmente parlando s’intende. Eppure, l’eventualità di non partecipare alla prossima edizione organizzata dalla Russia di Vladimir Putin è quanto mai concreta, nonostante l’avversario avuto in sorte come ultimo ostacolo, sulla carta, appare quanto mai abbordabile.

Tra venerdì 10 e lunedì 13 (il ritorno a San Siro), l’Italia allenata da Gianpiero Ventura sfida la Svezia nella gara di spareggio tra le migliori seconde dei gironi europei. Un passaggio obbligato, facilmente pronosticabile due anni fa quando sono iniziate le qualificazioni, essendo gli Azzurri finiti nel girone della Spagna. Per quanto battuti agli Europei, con una gara tutta difesa e contropiede, il divario con gli iberici è apparso evidente soprattutto nella gara di ritorno a Madrid, con l’Italia stracciata con un inequivocabile 3 a 0 ma molto inferiore anche sul piano del gioco.

 

Fin qui l’aspetto più strettamente sportivo. E se stessimo solo a questo elemento, anche tra Italia e Svezia non ci sarebbe partita. L’Italia è più avanti nella classifica Fifa delle nazionali in base ai risultati (sono al 15.o posto, mentre gli scandinavi sono al 25.o), e i precedenti sono in favore degli azzurri, con 11 vittorie, sei pareggi e sei sconfitte. Ultimo incontro, giusto un anno fa agli Europei, concluso con la vittoria italiana per 1 a 0. Inoltre, gli svedesi non si qualificano ai Mondiali dall’edizione tedesca del 2006 e la nazionale in questi ultimi anni si è affidata in toto all’estro di Zlatan Ibrahimovic, il quale ha comunque dato il suo addio alla nazionale proprio dopo gli ultimi Europei. Dalla parte degli scandinavi c’è solo il fatto di non aver mai perso in casa contro l’Italia (3 vittorie e 3 pareggi), dove il gioco atletico dei gialloblu ha sempre messo in difficoltà gli Azzurri.

Doppio confronto dall’esito scontato, quindi? Non è detto e risultato non così scritto. E l’Italia non è mai stata così vicina a essere esclusa dalla fase finale dei mondiali, evento che nel dopoguerra si è verificato in una sola occasione: guarda caso per i Mondiali del ’58 giocati in Svezia: allora l’Italia venne eliminata agli spareggi dall’Irlanda del Nord.

Più che l’avversario, l’Italia deve temere l’involuzione del calcio “nostrano”. Negli ultimi due mondiali, la Nazionale è stata sempre eliminata al primo turno, i suoi campioni più rappresentativi sono Buffon, Barzagli e Bonucci, che insieme fanno più di 100 anni, due addirittura tra i protagonisti del mondiale vinto undici anni fa. Il centrocampo italiano, che storicamente non ha mai brillato per elementi che sappiamo mettere insieme prestanza fisica e talento, non è mai stato così povero. In attacco, gli acciacchi di Immobile e Belotti (quest’ultimo appena tornato dall’infortunio) ha costretto Ventura a richiamare Zaza (escluso dallo stesso mister un anno fa per indisciplina), non fidandosi della tenuta emotiva di Balotelli (sicuramente il talento più cristallino, ma facile alle provocazioni).

La decadenza del calcio italiano si rivela anche in altri aspetti. Negli ultimi cinque anni abbiamo iscritto solo due squadre alla fase gironi di Champions League (mentre in precedenza sono state sempre quattro), non vinciamo un trofeo dal 2010 e per altro con l’Inter di Mourinho che di italiani in campo ne schierava a stento uno (Materazzi).

Tutto ciò ha a che fare con la recessione economica: finita l’epoca dei presidenti “mecenati” (Berlusconi, Moratti, Sensi, Garrone, Cragnotti, Tanzi), molto società sono finite in mani straniere o devono misurarsi con bilanci in ordine (Napoli, Udinese, Lazio, Fiorentina) ma non ricchissimi. Conseguenza: il livello medio si è abbassato per l’impossibilità di far arrivare grandi campioni (unica eccezione la Juventus, che non a caso ha vinto gli ultimi sei campionati) e tutto il movimento ne ha risentito. Tra l’altro giocano sempre più stranieri, penalizzando i giovani italiani, che non trovano spazio e, in ultima istanza, non forniscono un buon serbatoio alla stessa Nazionale.

Ma così come avviene in campo macro-economico, nell’ultimo anno c’è stata una inversione di tendenza: le squadre in Champions sono tre (dall’anno prossimo saranno quattro) e i club italiani hanno iniziato a giocarsela anche in Europa League, mentre l’Under 21 è arrivata a un passo dalla finale di categoria. Sono arrivati i capitali cinesi (Milan e Inter) e americani (Roma). Ancora piccoli segnali, perché i campionati che contano e più seguiti nel resto del mondo sono quello inglese, su tutti, e quello spagnolo. Non andare ai mondiali significherebbe azzerare i piccoli passi in avanti compiuti nell’ultima stagione.

Autore del Post

Luca Pagni

Nato a Genova ma a sei anni calamitato nelle pianure padane. Ormai milanese, dall’89 scrive per Repubblica, cronaca cittadina poi politica ora economia. Milanista ma i fatti separati dalle passioni. Del resto lo racconta in Facebook.com/bollettinomilan e sul suo blog di WiP Radio.

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