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KANSAS CITY/HEY, HEY, HEY, HEY (Jerry Leiber – Mike Stoller – Richard Penniman)

KANSAS CITY/HEY, HEY, HEY, HEY (Jerry Leiber – Mike Stoller – Richard Penniman)

KANSAS CITY/HEY, HEY, HEY, HEY

(Jerry Leiber – Mike Stoller – Richard Penniman)

McCartney: voce, basso, battimani – Lennon: cori, chitarra acustica ritmica, battimani – Harrison: cori, chitarra solista, battimani – Starr:  cori, batteria, battimani – George Martin: pianoforte

Registrazione: 18 ottobre 1964
Produttore: George Martin – Fonico: Norman Smith
LP: Beatles for sale (1 dicembre 1964)

Jerry Leiber e Mike Stoller sono una delle coppie autoriali di maggiore
successo della musica pop internazionale. Fra le moltissime canzoni firmate
da loro vanno ricordate almeno Hound Dog, Jailhouse Rock, Poison Ivy e
Stand By Me. Uno dei primi frutti della loro collaborazione fu, nel 1951,
Kansas City, registrata nel 1952 da Little Willie Littlefield con il titolo
cambiato in K.C. Loving.

Fra i primi a reinciderla ci fu Little Richard, nel
1955, che reintegrò il titolo originario e aggiunse una sezione vocale
ricorrente (“Bye-bye, baby, bye-bye”). Nel 1959 la rifece, in una versione più
morbida, anche Wilbert Harrison, portandola al numero uno della classifica
di Billboard e spingendo Little Richard a riregistrare la canzone collegandola
in medley a una sua composizione, Hey, Hey, Hey, Hey, uscita l’anno prima
come lato B di Good Golly Miss Molly.

MacDonald: “Avevano suonato come gruppo di supporto per Little
Richard nel 1962: alla Tower Ballroom di Wallasey (12 ottobre), all’Empire
Theatre di Liverpool (28 ottobre) e allo Star-Club di Amburgo (1-14
novembre), dove McCartney fece amicizia con Richard, che gli insegnò il
segreto del suo urlo (i due restarono amici: Richard definì McCartney suo
‘fratello di sangue’)”.

Fu la prima canzone intera in agenda, il 18 ottobre; in apertura della
seduta di registrazione erano state registrate un’introduzione e una chiusa di
Eight Days A Week, quasi completata il 6 ottobre. E fu eseguita
sostanzialmente dal vivo, in una performance che entusiasmò Geoff Emerick,
quel giorno di turno come assistente fonico. La prima esecuzione fu
considerata già buona, anche se per buona misura se ne registrò una seconda
(poi inclusa in Anthology I). Alla prima vennero sovraincisi i battimani e il
pianoforte di George Martin, e nel giro di mezz’ora (dalle 15,30 alle 16) la
canzone era pronta.

Estratto da “Il libro bianco dei Beatles” di F. Zanetti – Ed. Giunti

Autore del Post

Ernesto Macchioni

Il mare in tempesta fu improvvisamente colpito ai fianchi da un milione di tonnellate di olio. Fu così che venne alla luce Ernesto Macchioni in un’inaspettata giornata d’estate in pieno novembre 1961. La finestra fu finalmente aperta, Ernesto si affacciò e venne invaso da un fiume di luce e salmastro.
L’infanzia la passò a cercare di capire se era meglio saper giocare a pallone o ascoltare la musica. Scelse la seconda ipotesi, senza rendersi conto di quanto si sarebbe complicato la vita.
Il mare lo guardava perplesso.
Faceva le scuole medie quando imparò a suonare la chitarra. Divenne amico intimo di Francesco Guccini, Francesco De Gregori, Lucio Battisti, cercando di scacciare l’inopportuna presenza di Claudio Baglioni. Erano amici fidati, a loro non importava se non sapevi giocare a calcio.
Il mare scuoteva la testa.
Alle superiori si illuse che il mondo era facile e cambiò religione diventando comunista. Bussarono alla porta di casa gli Inti-illimani e li fece entrare. (Battisti lo nascose nell’armadio). Claudio Lolli chiese “permesso” e lo fece accomodare. Pink Floyd e Genesis erano degli abitué ormai da tempo. La casa era piena di gente. Sua madre offriva da bere a tutti (ma non riuscì mai a capire cosa ci faceva quel ragazzo riccioluto rintanato fra i vestiti).
Il mare aspettava.
Venne l’ora provvisoria del buon senso e del “mettisufamiglia”. La chitarra si era nel frattempo trasformata in un pianoforte. La casa era grande adesso e, oltre ai figli, poteva contenere anche vecchi giganti come Chet Baker e Miles Davis, lo zio Keith Jarrett e il nipotino Pat Metheny. La moglie offriva da bere a tutti, compreso Lucio Battisti che si era da tempo tolto la polvere dell’armadio di dosso. Qualcuno aveva infranto i sogni e il muro di Berlino, scoprendo che era fatto di carta come loro.
Il mare si fece invadente e, stanco di aspettare, entrava anche in casa nei momenti più inopportuni.
Era una folla.
Quando Ernesto decise di far entrare anche Giacomo Puccini, Giuseppe Verdi e Gabriel Fauré la situazione cominciò a farsi insostenibile. Soprattutto quando il nostro protagonista scoprì che tutti, ma proprio tutti, compreso Francesco Guccini, sapevano giocare a pallone. Era un caos indefinibile vederli giocare fra le stanze, scoprire che De Gregori poteva benissimo entrare in sintonia con Giacomo Puccini e servirgli un assist da campionato del mondo preciso sulla testa. E tutto sotto lo sferzante vento di libeccio che infuriava in tutta la casa.
Il mare si godeva le partite con un braccio sulla spalla di Ernesto, in totale stato confusionale.
Quando in casa entrò Wolfang Amadeus Mozart la casa scoppiò.
Ernesto lo trovarono sorridente fra le macerie. Lo videro togliersi i calcinacci dalle spalle, prendere un pallone e cominciare a palleggiare (un po’ impacciato a dire il vero).
Qualcuno giura di aver visto Lucio Battisti, con indosso una giacca di Ernesto, allontanarsi allegramente a braccetto con Giuseppe Verdi.
Il mare, un po’ invecchiato, respirava adagio sulla battigia.

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