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I’LL FOLLOW THE SUN (Lennon-McCartney)

I’LL FOLLOW THE SUN

(Lennon-McCartney)

McCartney: voce, vhitarra acustica, basso – Lennon: cori, chitarra acustica ritmica – Harrison: chitarra solista – Starr:  percussioni

Registrazione: 18 ottobre 1964
Produttore: George Martin – Fonico: Norman Smith
LP: Beatles for sale (1 dicembre 1964)

La maratona di registrazioni del 18 ottobre,resa necessaria dall’imminente scadenza per la consegna del nuovo album Beatles For sale, ebbe anche il risultato di far riesumare vecchie canzoni che fino a quel momento non erano state considerate papabili per l’incisione ufficiale. È il caso di I’ll Follow The Sun, che, secondo Pete Best, McCartney eseguiva al pianoforte fra uno spettacolo e l’altro al Kaiserkeller di Amburgo, annunciando euforicamente a chiunque avesse a portata d’orecchio “Ho scritto una canzone!”. Questo daterebbe il brano a ottobre.

McCartney: “L’ho scritta nel salotto di casa, a Forthlin Road, quando avevo circa sedici anni. Mi par di ricordare di averla scritta quand’ero convalescente dall’influenza… Ricordo il sapore della sigaretta, la prima dopo qualche giorno senza fumo, e aveva quel gusto orribile di cotone bruciacchiato; mi ricordo che stavo in piedi in salotto con la chitarra in mano e guardavo fuori attraverso le tendine della finestra”.

Lennon: “Roba di Paul. Si capisce, no? Voglio dire: ‘Tomorrow may rain so I’ll follow the sun’… Una delle prime cose alla McCartney, mi spiego? Scritta prima dei Beatles, penso. Aveva un bel po’ di roba”.

Dei “Liverpool Tapes” fa parte anche una versione primitiva di I’ll Follow The Sun, con Paul, John e George alle chitarre, Stuart Sutcliffe al basso e (probabilmente) Tommy Moore alla batteria – ma potrebbe anche trattarsi di Mike McCartney.

La ragione per cui I’ll Follow The Sun era rimasta così a lungo nel cassetto prima di esserne ripescata e pubblicata ufficialmente è stata ben spiegata da Paul.
McCartney: “Avevamo un’immagine da difendere, quella del gruppo rock in giacconi di pelle. Canzoni lente come quella non erano adatte”.

Registrata in otto takes a partire dalle 20,30, la canzone subì delle evoluzioni in corso d’opera. Geoff Emerick: “Al principio non sapevano cosa far fare a Ringo; provò a suonare la batteria ma il risultato era troppo aggressivo e Paul voleva qualcosa di più delicato. Fu proprio lui a suggerire a Ringo di percuotersi le ginocchia a tempo, e così Norman Smith sistemò un microfono fra le gambe di Ringo. Per quanto riguarda l’assolo di chitarra, nelle prime takes lo suonò John con l’acustica. George Harrison era contrariato, tanto che a un certo punto entrò nella sala di regia e si lamentò a voce alta: ‘

Da questa puntata in poi del blog, cercheremo di fornirvi, oltre alla versione originale Beatles, anche l’ultima esibizione live della stessa canzone, ovviamente di Paul McCartney.

Estratto da “Il libro bianco dei Beatles” di F. Zanetti – Ed. Giunti

Autore del Post

Ernesto Macchioni

Il mare in tempesta fu improvvisamente colpito ai fianchi da un milione di tonnellate di olio. Fu così che venne alla luce Ernesto Macchioni in un'inaspettata giornata d'estate in pieno novembre 1961. La finestra fu finalmente aperta, Ernesto si affacciò e venne invaso da un fiume di luce e salmastro. L'infanzia la passò a cercare di capire se era meglio saper giocare a pallone o ascoltare la musica. Scelse la seconda ipotesi, senza rendersi conto di quanto si sarebbe complicato la vita. Il mare lo guardava perplesso. Faceva le scuole medie quando imparò a suonare la chitarra. Divenne amico intimo di Francesco Guccini, Francesco De Gregori, Lucio Battisti, cercando di scacciare l'inopportuna presenza di Claudio Baglioni. Erano amici fidati, a loro non importava se non sapevi giocare a calcio. Il mare scuoteva la testa. Alle superiori si illuse che il mondo era facile e cambiò religione diventando comunista. Bussarono alla porta di casa gli Inti-illimani e li fece entrare. (Battisti lo nascose nell'armadio). Claudio Lolli chiese "permesso" e lo fece accomodare. Pink Floyd e Genesis erano degli abitué ormai da tempo. La casa era piena di gente. Sua madre offriva da bere a tutti (ma non riuscì mai a capire cosa ci faceva quel ragazzo riccioluto rintanato fra i vestiti). Il mare aspettava. Venne l'ora provvisoria del buon senso e del "mettisufamiglia". La chitarra si era nel frattempo trasformata in un pianoforte. La casa era grande adesso e, oltre ai figli, poteva contenere anche vecchi giganti come Chet Baker e Miles Davis, lo zio Keith Jarrett e il nipotino Pat Metheny. La moglie offriva da bere a tutti, compreso Lucio Battisti che si era da tempo tolto la polvere dell'armadio di dosso. Qualcuno aveva infranto i sogni e il muro di Berlino, scoprendo che era fatto di carta come loro. Il mare si fece invadente e, stanco di aspettare, entrava anche in casa nei momenti più inopportuni. Era una folla. Quando Ernesto decise di far entrare anche Giacomo Puccini, Giuseppe Verdi e Gabriel Fauré la situazione cominciò a farsi insostenibile. Soprattutto quando il nostro protagonista scoprì che tutti, ma proprio tutti, compreso Francesco Guccini, sapevano giocare a pallone. Era un caos indefinibile vederli giocare fra le stanze, scoprire che De Gregori poteva benissimo entrare in sintonia con Giacomo Puccini e servirgli un assist da campionato del mondo preciso sulla testa. E tutto sotto lo sferzante vento di libeccio che infuriava in tutta la casa. Il mare si godeva le partite con un braccio sulla spalla di Ernesto, in totale stato confusionale. Quando in casa entrò Wolfang Amadeus Mozart la casa scoppiò. Ernesto lo trovarono sorridente fra le macerie. Lo videro togliersi i calcinacci dalle spalle, prendere un pallone e cominciare a palleggiare (un po' impacciato a dire il vero). Qualcuno giura di aver visto Lucio Battisti, con indosso una giacca di Ernesto, allontanarsi allegramente a braccetto con Giuseppe Verdi. Il mare, un po' invecchiato, respirava adagio sulla battigia.

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