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BABY’S IN BLACK (Lennon – Mc Cartney)

BABY’S IN BLACK

(Lennon – McCartney)

McCartney: voce, basso – Lennon: voce, chitarra acustica ritmica – Harrison: chitarra solista – Starr:  batteria

Registrazione: 11 agosto 1964
Produttore: George Martin – Fonico: Norman Smith
LP: Beatles for sale (1 dicembre 1964)

Prima canzone registrata per il nuovo album, che si intitolerà BEATLES FOR SALE,
Baby’s In Black è anche quasi certamente l’ultima composizione firmata Lennon-Mc Cartney a essere stata composta “a quattro mani e a quattr’occhi”, nella stessa stanza.

Nel giro di un paio d’anni i due compositori principali del gruppo avevano sviluppato una tecnica diversa, e funzionale: uno dei due lavorava sull’idea di una canzone e la sviluppava finché riusciva, poi la faceva ascoltare all’altro per consigli, suggerimenti,
critiche e contributi creativi.

MacDonald: “Probabilmente i due cominciarono a scherzare manipolando canzoni marinaresche e filastrocche infantili, prima di pervenire a una variazione su Johnny’s So Long At The Fair, che fornì alla canzone anche l’indicazione del tempo in 12/8”.

Lennon: “Ci piaceva il tempo di valzer: avevamo avuto in repertorio If You Gotta Make A Fool Of Somebody, un brano in 3/4. [La canzone citata, un successo di James Ray del 1961, non è altro che “Il problema più importante”, cantata da Adriano Celentano su testo di Luciano Beretta e Miki Del Prete]. John e io volevamo scrivere qualcosa di un po’ più blues, un po’ più malinconico, più adulto. E ‘in black’ si riferisce al lutto”.

Anche questa dichiarazione di Paul rafforzerebbe l’ipotesi secondo cui la protagonista della canzone adombrerebbe Astrid Kirchherr, la fotografa tedesca che era stata fidanzata con Stuart Sutcliffe, l’ex Beatle morto nell’aprile del 1962.

La canzone richiese quattordici takes. solo cinque Complete. il procedimento fu reso laborioso in particolare dalle difficoltà di Harrison nell’uso efficace del tremolo: l’introduzione di chitarra fu registrata tredici volte, ma nessuna take finì con l’essere utilizzata e si fece poi ricorso a una sovraincisione.

Estratto da “Il libro bianco dei Beatles” di F. Zanetti – Ed. Giunti

Autore del Post

Ernesto Macchioni

Il mare in tempesta fu improvvisamente colpito ai fianchi da un milione di tonnellate di olio. Fu così che venne alla luce Ernesto Macchioni in un’inaspettata giornata d’estate in pieno novembre 1961. La finestra fu finalmente aperta, Ernesto si affacciò e venne invaso da un fiume di luce e salmastro.
L’infanzia la passò a cercare di capire se era meglio saper giocare a pallone o ascoltare la musica. Scelse la seconda ipotesi, senza rendersi conto di quanto si sarebbe complicato la vita.
Il mare lo guardava perplesso.
Faceva le scuole medie quando imparò a suonare la chitarra. Divenne amico intimo di Francesco Guccini, Francesco De Gregori, Lucio Battisti, cercando di scacciare l’inopportuna presenza di Claudio Baglioni. Erano amici fidati, a loro non importava se non sapevi giocare a calcio.
Il mare scuoteva la testa.
Alle superiori si illuse che il mondo era facile e cambiò religione diventando comunista. Bussarono alla porta di casa gli Inti-illimani e li fece entrare. (Battisti lo nascose nell’armadio). Claudio Lolli chiese “permesso” e lo fece accomodare. Pink Floyd e Genesis erano degli abitué ormai da tempo. La casa era piena di gente. Sua madre offriva da bere a tutti (ma non riuscì mai a capire cosa ci faceva quel ragazzo riccioluto rintanato fra i vestiti).
Il mare aspettava.
Venne l’ora provvisoria del buon senso e del “mettisufamiglia”. La chitarra si era nel frattempo trasformata in un pianoforte. La casa era grande adesso e, oltre ai figli, poteva contenere anche vecchi giganti come Chet Baker e Miles Davis, lo zio Keith Jarrett e il nipotino Pat Metheny. La moglie offriva da bere a tutti, compreso Lucio Battisti che si era da tempo tolto la polvere dell’armadio di dosso. Qualcuno aveva infranto i sogni e il muro di Berlino, scoprendo che era fatto di carta come loro.
Il mare si fece invadente e, stanco di aspettare, entrava anche in casa nei momenti più inopportuni.
Era una folla.
Quando Ernesto decise di far entrare anche Giacomo Puccini, Giuseppe Verdi e Gabriel Fauré la situazione cominciò a farsi insostenibile. Soprattutto quando il nostro protagonista scoprì che tutti, ma proprio tutti, compreso Francesco Guccini, sapevano giocare a pallone. Era un caos indefinibile vederli giocare fra le stanze, scoprire che De Gregori poteva benissimo entrare in sintonia con Giacomo Puccini e servirgli un assist da campionato del mondo preciso sulla testa. E tutto sotto lo sferzante vento di libeccio che infuriava in tutta la casa.
Il mare si godeva le partite con un braccio sulla spalla di Ernesto, in totale stato confusionale.
Quando in casa entrò Wolfang Amadeus Mozart la casa scoppiò.
Ernesto lo trovarono sorridente fra le macerie. Lo videro togliersi i calcinacci dalle spalle, prendere un pallone e cominciare a palleggiare (un po’ impacciato a dire il vero).
Qualcuno giura di aver visto Lucio Battisti, con indosso una giacca di Ernesto, allontanarsi allegramente a braccetto con Giuseppe Verdi.
Il mare, un po’ invecchiato, respirava adagio sulla battigia.

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