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I’M A LOSER (Lennon – Mc Cartney)

I’M A LOSER (Lennon – Mc Cartney)

I’M A LOSER

(Lennon – McCartney)

McCartney: cori, basso – Lennon: voce, chitarra acustica ritmica, armonica a bocca – Harrison: chitarra solista – Starr:  batteria, tamburino

Registrazione: 14 agosto 1964
Produttore: George Martin – Fonico: Norman Smith
LP: Beatles for sale (1 dicembre 1964)

Il 23 marzo 1964 il giornalista inglese Kenneth Allsop intervistò John Lennon per lo spettacolo televisivo della BBC “Tonight”, in occasione dell’uscita del libro In His Own Write. Negli studi della BBC di Lime Grove, in attesa della messa in onda del programma, Allsop chiacchierò con Lennon e ne criticò i testi. In sostanza, come riferì poi John all’amico Elliot Mintz, Allsop sostenne che i testi delle canzoni di Lennon erano meno profondi e significativi rispetto ai brevi racconti in stile libero che costituivano il suo libro, e gli suggerì di scrivere testi più autobiografici, più fondati sulle sue esperienze personali. In quel periodo, fra l’altro, i Beatles erano freschi della scoperta di Bob Dylan. E non c’è commentatore che non sottolinei come I’m A Loser sia il frutto dell’influenza diretta dell’ascolto di Dylan.

 

Lennon: “Chiunque sia fra i migliori nel suo campo — e Dylan lo è — esercita un’influenza. Non sarei sorpreso se anche i Beatles influenzassero Dylan. I’m A Loser sono io nel mio periodo dylaniano, e infatti il testo contiene la parola ‘clown’. Ero sempre stato contrario all’utilizzo di quella parola nei testi, l’avevo sempre tro­vata pretenziosa e pseudoartistica, ma Dylan l’aveva usata, quindi pensai di poterlo fare anch’io; e poi mi era utile per la rima.”

Jackie De Shannon — la cantante statunitense di Needles And Pins e When You Walk In The Room (C’è una strana espressione nei tuoi occhi) — che era fra i nomi di sup­porto ai Beatles nel loro primo tour nordamericano (19 agosto – 20 settembre 1964) sostenne di essere stata testimone della composizione della canzone durante un trasferimento in aereo fra una città e l’altra.

McCartney: “A ripensarci ora, credo che canzoni come I’m A Loser e Nowhere Man fossero grida d’aiuto da parte di John. All’epoca ascoltavano molta roba country& western, e lì tutte le canzoni parlano di tristezza, ‘ho perso il mio camion’ e roba così, quindi cantare ‘sono un perdente’ era abbastanza accettabile. Comunque fu piuttosto coraggioso, da parte di John. La canzone è decisamente sua, io posso forse aver contribuito con un paio di cosette”.

Lennon: “Invece di immaginarmi in una situazione inventata, cercavo di esprime­re come mi sentivo. Penso che sia stato Dylan ad aiutarmi a farlo. Una parte di me so­spetta che io sia un perdente, un’altra parte pensa che io sia Dio Onnipotente”.

Fra le 19 e le 20, in apertura della seduta di registrazione del 14 agosto, i Beatles completarono I’m A Loser in otto takes: l’ottava fu quella buona, registrata pratica­mente dal vivo, e le vennero poi sovraincisi solo il tamburino e le seconde voci di John e Paul nei ritornelli.

I’m A Loser fu presentata, cantata dal vivo su base registrata, nello spettacolo te­levisivo americano “Shindig!”, ma il filmato — trasmesso il 7 ottobre 1964 — era stato girato a Londra.

 

Estratto da “Il libro bianco dei Beatles” di F. Zanetti – Ed. Giunti

Autore del Post

Ernesto Macchioni

Il mare in tempesta fu improvvisamente colpito ai fianchi da un milione di tonnellate di olio. Fu così che venne alla luce Ernesto Macchioni in un'inaspettata giornata d'estate in pieno novembre 1961. La finestra fu finalmente aperta, Ernesto si affacciò e venne invaso da un fiume di luce e salmastro. L'infanzia la passò a cercare di capire se era meglio saper giocare a pallone o ascoltare la musica. Scelse la seconda ipotesi, senza rendersi conto di quanto si sarebbe complicato la vita. Il mare lo guardava perplesso. Faceva le scuole medie quando imparò a suonare la chitarra. Divenne amico intimo di Francesco Guccini, Francesco De Gregori, Lucio Battisti, cercando di scacciare l'inopportuna presenza di Claudio Baglioni. Erano amici fidati, a loro non importava se non sapevi giocare a calcio. Il mare scuoteva la testa. Alle superiori si illuse che il mondo era facile e cambiò religione diventando comunista. Bussarono alla porta di casa gli Inti-illimani e li fece entrare. (Battisti lo nascose nell'armadio). Claudio Lolli chiese "permesso" e lo fece accomodare. Pink Floyd e Genesis erano degli abitué ormai da tempo. La casa era piena di gente. Sua madre offriva da bere a tutti (ma non riuscì mai a capire cosa ci faceva quel ragazzo riccioluto rintanato fra i vestiti). Il mare aspettava. Venne l'ora provvisoria del buon senso e del "mettisufamiglia". La chitarra si era nel frattempo trasformata in un pianoforte. La casa era grande adesso e, oltre ai figli, poteva contenere anche vecchi giganti come Chet Baker e Miles Davis, lo zio Keith Jarrett e il nipotino Pat Metheny. La moglie offriva da bere a tutti, compreso Lucio Battisti che si era da tempo tolto la polvere dell'armadio di dosso. Qualcuno aveva infranto i sogni e il muro di Berlino, scoprendo che era fatto di carta come loro. Il mare si fece invadente e, stanco di aspettare, entrava anche in casa nei momenti più inopportuni. Era una folla. Quando Ernesto decise di far entrare anche Giacomo Puccini, Giuseppe Verdi e Gabriel Fauré la situazione cominciò a farsi insostenibile. Soprattutto quando il nostro protagonista scoprì che tutti, ma proprio tutti, compreso Francesco Guccini, sapevano giocare a pallone. Era un caos indefinibile vederli giocare fra le stanze, scoprire che De Gregori poteva benissimo entrare in sintonia con Giacomo Puccini e servirgli un assist da campionato del mondo preciso sulla testa. E tutto sotto lo sferzante vento di libeccio che infuriava in tutta la casa. Il mare si godeva le partite con un braccio sulla spalla di Ernesto, in totale stato confusionale. Quando in casa entrò Wolfang Amadeus Mozart la casa scoppiò. Ernesto lo trovarono sorridente fra le macerie. Lo videro togliersi i calcinacci dalle spalle, prendere un pallone e cominciare a palleggiare (un po' impacciato a dire il vero). Qualcuno giura di aver visto Lucio Battisti, con indosso una giacca di Ernesto, allontanarsi allegramente a braccetto con Giuseppe Verdi. Il mare, un po' invecchiato, respirava adagio sulla battigia.

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