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NO REPLY (Lennon – Mc Cartney

NO REPLY

(Lennon – McCartney)

McCartney: cori, basso, battimani – Lennon: voce, chitarra acustica ritmica, battimani – Harrison: chitarra ritmica, battimani – Starr:  batteria, battimani

Registrazione: 30 settembre 1964
Produttore: George Martin – Fonico: Norman Smith
LP: Beatles for sale (1 dicembre 1964)

Probabilmente abbozzata da ]ohn durante la vacanza a Tahiti con Cynthia, George e Pattie Boyd, No Reply era stata, per dichiarazione del suo stesso autore, influenzata nella tematica da Silhouettes, un brano del 1957 dei Rays, un quartetto vocale doo-wop di New York (la canzone, di cui esistono più cover, fu fra l’altro eseguita dagli Sha Na Na a Woodstock nel 1969).

Di seguito potrete vedere una indimenticabile versione di Hat the hop degli Sha Na Na a Woodstock:

Lennon: “La canzone e‘ mia. Dick James, il nostro editore musicale, mi disse: ‘Questa è la prima canzone davvero completa che hai scritto, perche’ racconta una storia che ha un inizio e una fine. Era la mia versione di quella di Silhouettes; avevo questa immagine di me che cammino lungo una strada e vedo la sua ombra in una finestra, e di lei che non mi risponde al telefono, anche se per quanto mi riguarda non ho mai telefonato a una ragazza in vita mia, i telefoni non facevano parte della vita di un ragazzo inglese.”

La situazione sara’ ripresa, ma con esiti drammatici, da Barry Mason per il testo di Delilah di Tom ]ones (1968).

No Reply fu completata in otto takes in un paio d’ore, in chiusura della seduta di registrazione serale del 30 settembre (la seconda takee‘ inclusa in ANTHOLOGY I). Non fu mai più eseguita dai Beatles in nessuna occasione, benché a un certo punto fosse stata persino presa in considerazione come possibile 45 giri (prima che al suo posto venisse scelta I Feel Fine).

 

Estratto da “Il libro bianco dei Beatles” di F. Zanetti – Ed. Giunti

Autore del Post

Ernesto Macchioni

Il mare in tempesta fu improvvisamente colpito ai fianchi da un milione di tonnellate di olio. Fu così che venne alla luce Ernesto Macchioni in un'inaspettata giornata d'estate in pieno novembre 1961. La finestra fu finalmente aperta, Ernesto si affacciò e venne invaso da un fiume di luce e salmastro. L'infanzia la passò a cercare di capire se era meglio saper giocare a pallone o ascoltare la musica. Scelse la seconda ipotesi, senza rendersi conto di quanto si sarebbe complicato la vita. Il mare lo guardava perplesso. Faceva le scuole medie quando imparò a suonare la chitarra. Divenne amico intimo di Francesco Guccini, Francesco De Gregori, Lucio Battisti, cercando di scacciare l'inopportuna presenza di Claudio Baglioni. Erano amici fidati, a loro non importava se non sapevi giocare a calcio. Il mare scuoteva la testa. Alle superiori si illuse che il mondo era facile e cambiò religione diventando comunista. Bussarono alla porta di casa gli Inti-illimani e li fece entrare. (Battisti lo nascose nell'armadio). Claudio Lolli chiese "permesso" e lo fece accomodare. Pink Floyd e Genesis erano degli abitué ormai da tempo. La casa era piena di gente. Sua madre offriva da bere a tutti (ma non riuscì mai a capire cosa ci faceva quel ragazzo riccioluto rintanato fra i vestiti). Il mare aspettava. Venne l'ora provvisoria del buon senso e del "mettisufamiglia". La chitarra si era nel frattempo trasformata in un pianoforte. La casa era grande adesso e, oltre ai figli, poteva contenere anche vecchi giganti come Chet Baker e Miles Davis, lo zio Keith Jarrett e il nipotino Pat Metheny. La moglie offriva da bere a tutti, compreso Lucio Battisti che si era da tempo tolto la polvere dell'armadio di dosso. Qualcuno aveva infranto i sogni e il muro di Berlino, scoprendo che era fatto di carta come loro. Il mare si fece invadente e, stanco di aspettare, entrava anche in casa nei momenti più inopportuni. Era una folla. Quando Ernesto decise di far entrare anche Giacomo Puccini, Giuseppe Verdi e Gabriel Fauré la situazione cominciò a farsi insostenibile. Soprattutto quando il nostro protagonista scoprì che tutti, ma proprio tutti, compreso Francesco Guccini, sapevano giocare a pallone. Era un caos indefinibile vederli giocare fra le stanze, scoprire che De Gregori poteva benissimo entrare in sintonia con Giacomo Puccini e servirgli un assist da campionato del mondo preciso sulla testa. E tutto sotto lo sferzante vento di libeccio che infuriava in tutta la casa. Il mare si godeva le partite con un braccio sulla spalla di Ernesto, in totale stato confusionale. Quando in casa entrò Wolfang Amadeus Mozart la casa scoppiò. Ernesto lo trovarono sorridente fra le macerie. Lo videro togliersi i calcinacci dalle spalle, prendere un pallone e cominciare a palleggiare (un po' impacciato a dire il vero). Qualcuno giura di aver visto Lucio Battisti, con indosso una giacca di Ernesto, allontanarsi allegramente a braccetto con Giuseppe Verdi. Il mare, un po' invecchiato, respirava adagio sulla battigia.

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