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Vajont, la diga nella gola e la forza di chi resta

Vajont, la diga nella gola e la forza di chi resta

Lo scorso fine settimana l’ho passato in Friuli, con un gruppo di amici.
La mattina del secondo giorno decidiamo di visitare la diga del Vajont. Siamo partiti presto, il viaggio è piuttosto breve, parliamo del più e del meno, come una qualunque comitiva in gita.
Poi si arriva. Una volta lì, se ti sei documentato, se hai visto almeno una delle opere teatrali o cinematografiche prodotte in memoria del disastro, se hai cercato testimonianze sui libri o sulla rete, riconosci la gola che ti vede arrivare. Attraversi Longarone, una piana di case nuove, di strade pulite, un ruscello che ramifica tra la ghiaia bianca.
Poi si sale. La diga l’hai già vista passando e anche dall’alto, è proprio come la immaginavi: enorme, titanica, una lama che taglia la natura in due. Ci sono le prime persone a piedi, una galleria scavata nella roccia, un semaforo che scandisce il passaggio delle auto, in un senso e nell’altro.
Vajont, la diga nella golaC’è parecchia gente e non l’avresti detto, perché il disastro del Vajont è qualcosa che releghi nella memoria passata, non ti viene in mente che quanto è successo il 9 ottobre del 1963, susciti ancora nell’animo di chi è venuto dopo, curiosità mista a raccapriccio, paura anacronistica, non di cosa potrebbe essere, ma di quanto è stato, di come sia stato possibile, di quanto sia vicino, nelle dimensioni di tempo e di spazio. Sono passati decenni e sul Vajont è stato detto tutto quello che c’era da dire, da persone più preparate di me: una mano enorme, legata ai poteri del paese – una mano da riempire – che spazza via i diritti di una comunità, per fare posto ad altro. Questo è il Vajont.
La sua storia è uno strato geologico. È compressa tra altre porzioni di roccia, altri strati simili, ma si muove. Si muove quando qualcuno ne pronuncia il nome, si muove all’approssimarsi di un anniversario, si muove coi piedi di chi percorre la strada che costeggia il crepaccio, lo stesso che un tempo conteneva il lago. Si lascia la macchina due o trecento metri sopra la diga, poi si scende. C’è un attraversamento pedonale di ghiaia, si arriva a una casetta di legno. Lì dentro vendono i biglietti per le visite guidate: ti raccontano la vicenda, ti fanno passare sopra la diga. La passerella è fatta di grate, in certi punti cammini quasi sul vuoto.
Decidiamo di andare. L’uomo che ci farà da guida si chiama Giuseppe Vazza. Ha più di ottant’anni, ma ce lo dirà solo alla fine, al momento dei saluti e resteremo tutti a bocca aperta, perché non ne dimostra più di settanta. Glielo faremo presente e lui scherzerà, dirà che faceva il macellaio, che ha passato la vita tra le celle frigorifere, quindi si è conservato bene. A me invece passerà per la mente che ci sia altro: che il dolore, così come deteriora, in certi casi possa anche conservare per la volontà di restare indietro, di tenere un piede nel presente, nella vita, senza spostare l’altro dal passato. E questa volontà è tanto forte da trascinare il corpo in un processo di conservazione, da Vajont, la diga nella golarenderlo ponte per la memoria di chi verrà.
Giuseppe Vazza è un sopravvissuto. All’epoca del disastro del Vajont, aveva trent’anni, una moglie incinta, una madre che viveva con lui e un padre lontano per lavoro. Aveva la sua macelleria, riforniva la mensa degli operai del cantiere. Quella lama di ferro e cemento l’ha vista spuntare dal nulla, crescere nel tempo. Ce l’ha dentro, come tutti quelli che sono rimasti. Se ci affidiamo all’ipotesi che una comunità tanto unita e raccolta sia, per il posto che abita e per la natura circostante, una sorta di appendice, che faccia parte del terreno come gli alberi, i fili d’erba, gli insetti e i detriti di roccia, sarà facile pensare che, mentre sorgeva nella gola del Vajont, quella diga sia cresciuta anche nella gola dei suoi abitanti. Ce ne rendiamo conto quando Giuseppe comincia a raccontare. La prende larga, inizia dai fatti di cronaca. Seguiamo annuendo, perché sono cose che si sanno, perché ce le hanno raccontate, le abbiamo lette sui libri, seguite a teatro, in televisione. Cognomi come Semenza, Dal Piaz, Merlin, li conosciamo, su di essi abbiamo già ferma un’opinione. Anche il nome di Marco Paolini, che Giuseppe cita a un certo punto, lo conosciamo bene. Abbiamo visto lo spettacolo in cui racconta il disastro: ore di atrocità e bellezza, nulla di risparmiato, l’amarezza di una risata quando il racconto sfiora l’assurdo, un attimo prima di fare il giro e ricordarti che si parla di realtà, ogni cifra di quei metri cubi di roccia e d’acqua, buttata lì, ai piedi del pubblico. Viene fuori che, di quello spettacolo, fa parte anche Giuseppe. Non è un numero, non si limita a essere uno dei sopravvissuti. La sua è stata una delle voci cercate dall’autore per rimettere insieme la vicenda, desiderio nato dalla lettura del saggio Sulla pelle viva, col quale la giornalista bellunese Vajont, la diga nella golaTina Merlin tentò di restituire ai posteri la storia del Vajont, le sue lotte, la parte giusta, il tentativo di usare i media per salvare il popolo della valle e dei fianchi delle montagne.
Andiamo avanti. Lungo la strada, prima di raggiungere i cancelli, c’è un piccolo santuario, un monumento alle vittime. Ci fermiamo lì per qualche minuto e nella gola di Giuseppe si comincia a percepire la presenza della diga. La storia lascia la cronaca e lo afferra. Adesso ci parla di sé: aveva trent’anni, quella notte, guardava la partita in un bar. Da questo momento in poi ripeterà di continuo la parola vigliaccamente: ero vigliaccamente a guardare la partita. Vigliaccamente non ero con mia madre. Vigliaccamente mi ero preso una sera di svago con gli amici.
Guardo i miei, di amici, immagino si stiano facendo la domanda che mi faccio io: dove sta la vigliaccheria? Cosa c’è di vigliacco in un trentenne che va a vedersi la partita al bar? Perché questo bisogno di ripeterlo, più a se stesso che a noi? Ma ci vuole poco a capire che quel vigliaccamente è la parola che, da cinquantaquattro anni, Giuseppe usa per chiedere scusa ai familiari spazzati via dall’onda: a sua madre, mai ritrovata, al figlio che sua moglie ha perso, ai suoceri, in casa anch’essi, al momento del dramma. Vigliaccamente serve a Giuseppe per perdonare se stesso di essere stato altrove, nonostante la paura corresse da giorni nelle chiacchiere, nei bisbigli, nei tremori tra i rami degli alberi e nei lamenti della terra che scivolava lungo il fianco del monte Toc, verso il bacino idrico. A un passo dal male, dal nulla, dall’inferno. È il senso di colpa dei sopravvissuti, del ‘perché non a me’, di chi è costretto a proseguire sui resti – spesso mai rinvenuti – di coloro che non ci sono più, di chi ha fatto il possibile per intervenire, ma ha fallito per colpe comunque non sue. Proseguiamo verso la passerella e quel senso di colpa viene con noi, nelle parole di quest’uomo che è anziano senza sembrarlo. Ce lo racconta con un elemento in più, qualcosa a cui nessuno aveva pensato. La notte del disastro del Vajont, tra Erto, Casso, Longarone e gli altri comuni coinvolti, persero la vita più di 1900 persone, ma nei mesi successivi il numero delle vittime aumentò spaventosamente: suicidi, morti naturali, disperazione, crepacuore, senso di impotenza, depressione. Vittime non registrate, non considerate tali, sulle quali la storia ha Vajont, la diga nella golataciuto. Giuseppe, in qualche modo, ce l’ha fatta. È sopravvissuto al Vajont, ma anche a se stesso, al futuro. Ha tenuto tutto dentro per un po’, poi ha deciso di parlare. Noi siamo lì, guardiamo questi occhi su cui cinquantaquattro anni fa è passata l’acqua. Sono liquidi, hanno pianto, forse piangono ancora: si tratta di un esercizio quotidiano a cui quest’uomo è abituato. Ormai siamo sulle grate, gli sguardi dominano il burrone e la diga nella gola di Giuseppe è più che evidente: titanica, enorme, clone dell’altra e pertanto spaventosa. Divide le emozioni in due, scinde la sua voce in toni differenti: c’è il tono che ha voglia di proseguire e quello che ogni tanto si spezza, vinto da altro.
Si lascia l’intimità, si guarda alla cronaca. L’ultimo elemento che Giuseppe ci regala prima dei saluti, racconta di quanto sia stato presente nelle vicende del dopo. Passata l’acqua, passato il fango, fermi i detriti, restava da pulire, ma si preferì stendere un tappeto, una benda sporca che contribuì a peggiorare l’infezione: i sopravvissuti vennero divisi, trasferiti, allontanati. Vennero offerti loro indennizzi ridicoli in cambio delle vite. Il processo ai rappresentanti Vajont, la diga nella goladella SADE fu spostato a L’Aquila nel 1968, per evitare che, chiunque si fosse opposto a quella benda sporca, avesse modo di parteciparvi, di testimoniare. Vennero usati ricatti, regali, intimidazioni. Si attinse al bacino delle peggiori miserie umane, pur di mettere a tacere le persone e ce la fecero con il 94% della popolazione. Esausti, vennero presi per sfinimento. Rimase un 6% che non si arrese. Giuseppe è parte di quella percentuale minima e ha portato quella forza con sé. Oggi non la nomina, ma la percepisci lo stesso. Oggi la sua arma è la voce e il bisogno che domani nessuno dimentichi.
La nostra visita finisce, torniamo indietro. Dobbiamo salutarci, ma vorremmo non lasciarlo andare. Lui è generoso, resta ancora un po’, poi si allontana verso il gruppo successivo. Ci diciamo che è stata una fortuna, tra tante guide, incontrare proprio lui, avere così tanto da portarci dietro e a forza di dircelo, arriviamo alla macchina.
Guardo giù, dove una volta c’era il lago. Provo a sistemare, dov’erano, le case che sono andate, i nuclei che Giuseppe ha descritto. Uso i suoi racconti come una mappa antica, per immaginare che tutto sia lì dove il tempo l’aveva messo, ma la ferita sul dorso della montagna parla più forte. Così forte che immagino silenzioso il viaggio di ritorno. Resta il rumore dell’acqua, la stessa che scorreva nella gola tra le montagne, che si muove negli occhi e nella gola di chi è rimasto, sul punto in cui comincia la diga.

Autore del Post

Francesca Gaudenzi

Ho sempre preferito la parola scritta a qualsiasi altra forma di comunicazione. Se le altre bimbe deliziavano gli zii con canzoncine e racconti dettagliati di vita quotidiana, io piantavo il muso e cercavo le parole. Studiavo le reazioni della gente, ne osservavo i gesti, le espressioni del volto, associavo il tutto a un contesto e cercavo di dargli una forma, così, cercando cercando, le parole sono arrivate. Da sei anni curo una rubrica sulla rivista Strumenti Musicali in cui mi occupo di donne e musica, ho un blog personale e da quest’anno inizio la mia avventura con i ragazzi di WiP Radio.

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