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Notte degli Oscar: commento a freddo

Notte degli Oscar: commento a freddo

di Valentina D’Amico

Notte degli Oscar: commento a freddo

Partiamo dalla fine. L’ottantanovesima cerimonia di consegna degli Oscar si è conclusa con il fattaccio. Uno scambio di buste ha determinato uno degli errori più memorabili nella storia della manifestazione e proprio sul premio più importante, l’Oscar per il miglior film. Dopo essere salito sul palco e aver fatto i ringraziamenti di rito, con tanto di abracci e lacrime sullo sfondo, il team del favorito La La Land si è visto costretto a riconsegnare la statuetta al vero vincitore, Moonlight. Non ci interessa sapere di chi è la colpa o commentare il comportamento del Warren Beatty, che non solo non ha segnalato alla regia di avere in mano la busta sbagliata, ma preso dall’imbarazzo ha passato la busta incriminata all’impulsiva di Faye Dunaway scaricando su di lei l’improbo compito.

Il problema di ciò che è accaduto nel finale della Notte degli Oscar (in Italia erano quasi le sei del mattino), è che l’errore ha posto in una luce diversa la vittoria di Moonlight su La La Land. Il musical del trentaduenne Damien Chazelle, più giovane regista della storia premiato con l’Oscar per la Miglior Regia, era il grande favorito con quattordici nomination e probabilmente avrebbe meritato di vincere l’Oscar per il miglior film sia perché qualitativamente superiore sotto molti aspetti rispetto agli altri candidati sia per l’incredibile capacità di catalizzare l’attenzione del grande pubblico, anche quello che solitamente si disinteressa agli Oscar. Tanto più che il film appartiene a un genere, il musical, che in Italia non ha mai entusiasmato.

La La Land è un tripudio di virtuosismi tecnici, sapienza registica e omaggi alla storia del musical, è un inno a Hollywood, vista come fabbrica dei sogni, e all’amore, visto che racconta la storia di una coppia irresistibile composta da due attori giovani, belli e di talento, Emma Stone e Ryan Gosling. Se il film ha conquistato molti, ha però trovato anche una nutrita schiera di destrattori, i cosiddetti haters. Quale sarebbe la colpa del film di Chazelle? Quella di essere troppo “perfetto”, tanto da risultare artificiale, e di non impegnarsi direttamente nel discorso politico in un’annata in cui Hollywood e buona parte dell’America si schiera compatta contro il Presidente Donald Trump e le sue politiche razziste. In un altro momento La La Land sarebbe stato il vincitore perfetto di questa edizione, ma gli è stato preferito un film piccolo e low budget come Moonlight, che racconta l’infanzia e l’adolescenza di un giovane afroamericano omosessuale cresciuto nel ghetto di Miami. Quale pellicola migliore come manifesto anti-Trump?

In questa edizione sono molti i film che hanno trionfato proprio in quest’ottica, indipendentemente dalla loro effettiva qualità. Il Cliente di Asghar Farhadi è un film di indubbia qualità, ma Farhadi aveva già vinto l’Oscar nel 2012 per una separazione. Senza il Muslim Ban contro l’Iran e altri sei paesi islamici l’Oscar sarebbe finito nelle mani dell’altrettanto meritevole Ti presento Toni Erdmann della regista tedesca Maren Ade, scatenata tragicommedia familiare che ha entusiasmato molti spettatori. Dopo che Farhadi ha annunciato che non avrebbe partecipato agli Oscar in aperta protesta contro Trump, ecco che la povera Maren Ade si è vista sfilare di mano una statuetta che già sognava.

A parere di scrive, a livello qualitativo più di Moonlight, che ha conquistato tre Oscar molto importanti (oltre a Miglior Film, Miglior Attore non Protagonista e Miglior Sceneggiatura non Originale), avrebbe meritato qualcosa in più Arrival, pellicola fantascientifica dal sottotesto politico molto forte, ma ovviamente meno esplicito di Moonlight. La protagonista Amy Adams, a fronte di due bellissime performance in Arrival e Animali notturni, è stata penalizzata senza ricevere neppure una nomination e il film del canadese Denis Villeneuve, nuova scoperta di Hollywood con alle spalle un solidissimo curriculum in Quebec, deve accontentarsi dell’Oscar al montaggio sonoro.

Per quanto riguarda le categorie attoriali, il premio a Emma Stone è senza dubbio meritato. La sua performance in La La Land è nettamente superiore di quella del collega Ryan Gosling. A impensierirla poteva esserci solo la grandissima Isabelle Huppert il cui premio sarebbe stata una grande sorpresa visto che l’Academy non premia molto spesso attori non anglofoni. A darle del filo da torcere ci sarebbe potuta essere Amy Adams, per l’appunto, ma l’Academy ha preferito omaggiare Meryl Streep, altra vittima di “Donald Trump” con la ventesima nomination. Meryl grandissima come sempre, ma stavolta questa candidatura ha il sapore di un di più. Tra le attrice non protagoniste non avrebbe sfigurato un Oscar a Michelle Williams, straordinaria come sempre e ancora a bocca asciutta pure lei, ma con un colpo di mano Viola Davis è stata candidata come attrice non protagonista (pur avendo un ruolo di primo piano in Barriere) e ha fregato la povera Michelle vendicando la carenza di premi agli attori di colore della passata edizione. L’Academy deve aver ragionato nella stessa ottica con il premio a Mahershala Ali per Moonlight (per altro Ali è un grandissimo attore che sta emergendo proprio negli ultimi anni) preferendolo a Jeff Bridges che in Hell or High Water è fantastico, ma che un Oscar lo ha già avuto. Premio annunciato per Casey Affleck. Negli ultimi mesi l’attore ha fatto man bassa di riconoscimenti ma la vittoria non era scontata visti i contendenti. Denzel Washington in Barriere è straordinario, ma un Oscar Viggo Mortensen in Captain Fantastic sarebbe stato più che meritato vista la sua performance incredibile nei panni di eccentrico padre che in mezzo ai boschi cresce una famiglia numerosa secondo le regole umaniste e anticapitaliste di Noam Chomsky.

Contestatissimo il premio al make up di Suicide Squad. È vero, il film è davvero brutto, ma il trucco è superlativo e a ritirare l’Oscar sono due truccatori italiani, Alessandro Bertolazzi e Giorgio Gregorini e a noi va bene così. D’altronde il trucco di Star Trek Beyond non poteva competere con il look del Joker e di Harley Quinn. Purtroppo non ce l’ha fatta Gianfranco Rosi con il suo Fuocoammare. Non avendo visto gli altri documentari in cinquina non posso dire se fossero migliori o peggiori, ma il film di Rosi ha rappresentato degnamente l’Italia mostrando il dramma dei migranti, ma anche la generosità di quegli italiani che stanno cercando di far fronte a un’immensa tragedia umanitaria con il massimo impegno. Per quanto riguarda le musiche, gli Oscar a La La Land sono azzecatissimi visto che la colonna sonora al terzo ascolto non te la levi più dalla testa, ma un premio per la miglior canzone a Can’t Stop the Feeling! di Justin Timberlake non l’avrei disdegnato. Trolls è un film adorabile, molto più del classico cartoon Disney di Natale – in questo caso Oceania – e un premio gli avrebbe reso giustizia. Per fortuna l’Academy ha ignorato Oceania, sia la canzone che il film, scegliendo sempre la Disney, ma il più moderno e originale Zootropolis.

Autore del Post

Nicolò Bagnoli

Nasce nel 1986, nel 2010 ha l’idea di WiP Radio di cui è il direttore, è quasi alto come Berlusconi, davanti ad un microfono può starci ore. Parlando, ovviamente.

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