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ALL MY LOVING (Lennon – Mc Cartney)

ALL MY LOVING (Lennon – Mc Cartney)

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 (Lennon – Mc Cartney)

McCartney: cori, basso – Lennon: voce, chitarra ritmica – Harrison: cori, chitarra solista, – Starr: batteria.
Registrazione: 30 luglio 1963
Produttore: George Martin – Fonico: Norman Smith

 

Il 18 aprile del 1963 i Beatles si esibirono alla Royal Albert Hall di Londra in una serata organizzata dalla BBC. La serata, intitolata “Swinging sound 63”, vedeva in cartellone Del Shannon, gli Springfields, Rolf Harris, Kenny Lynch e George Melly. In quel frangente, una giornalista di nome Jane Asher intervistò i Beatles e passò il resto della serata con loro al Royal Court Hotel di Chelsea. Tutti e quattro fecero a gara per corteggiarla, ma ad avere la meglio fu Paul, che iniziò con lei un lungo fidanzamento ufficiale.

Jane Asher fu con ogni probabilità l’ispiratrice di All my loving. La canzone su messa su carta in autobus durante un tour da Paul Mc Cartney e fu ideata in forma di lettera.

Lennon: “All my loving è tutta di Paul, e mi dispiace ammetterlo perché è un gran pezzo. Ma io ci suono una chitarra bella cattiva” (presa probabilmente in prestito da Da Doo Ron Ron delle Crystals, in quel messe nella Top 10 britannica).

Registrata in tredici takes, di cui le ultime tre sono sovraincisioni, nelle ultime pre della seduta del 30 luglio, All my loving entrò stabilmente nel repertorio live dei Beatles.

Autore del Post

Ernesto Macchioni

Il mare in tempesta fu improvvisamente colpito ai fianchi da un milione di tonnellate di olio. Fu così che venne alla luce Ernesto Macchioni in un’inaspettata giornata d’estate in pieno novembre 1961. La finestra fu finalmente aperta, Ernesto si affacciò e venne invaso da un fiume di luce e salmastro.
L’infanzia la passò a cercare di capire se era meglio saper giocare a pallone o ascoltare la musica. Scelse la seconda ipotesi, senza rendersi conto di quanto si sarebbe complicato la vita.
Il mare lo guardava perplesso.
Faceva le scuole medie quando imparò a suonare la chitarra. Divenne amico intimo di Francesco Guccini, Francesco De Gregori, Lucio Battisti, cercando di scacciare l’inopportuna presenza di Claudio Baglioni. Erano amici fidati, a loro non importava se non sapevi giocare a calcio.
Il mare scuoteva la testa.
Alle superiori si illuse che il mondo era facile e cambiò religione diventando comunista. Bussarono alla porta di casa gli Inti-illimani e li fece entrare. (Battisti lo nascose nell’armadio). Claudio Lolli chiese “permesso” e lo fece accomodare. Pink Floyd e Genesis erano degli abitué ormai da tempo. La casa era piena di gente. Sua madre offriva da bere a tutti (ma non riuscì mai a capire cosa ci faceva quel ragazzo riccioluto rintanato fra i vestiti).
Il mare aspettava.
Venne l’ora provvisoria del buon senso e del “mettisufamiglia”. La chitarra si era nel frattempo trasformata in un pianoforte. La casa era grande adesso e, oltre ai figli, poteva contenere anche vecchi giganti come Chet Baker e Miles Davis, lo zio Keith Jarrett e il nipotino Pat Metheny. La moglie offriva da bere a tutti, compreso Lucio Battisti che si era da tempo tolto la polvere dell’armadio di dosso. Qualcuno aveva infranto i sogni e il muro di Berlino, scoprendo che era fatto di carta come loro.
Il mare si fece invadente e, stanco di aspettare, entrava anche in casa nei momenti più inopportuni.
Era una folla.
Quando Ernesto decise di far entrare anche Giacomo Puccini, Giuseppe Verdi e Gabriel Fauré la situazione cominciò a farsi insostenibile. Soprattutto quando il nostro protagonista scoprì che tutti, ma proprio tutti, compreso Francesco Guccini, sapevano giocare a pallone. Era un caos indefinibile vederli giocare fra le stanze, scoprire che De Gregori poteva benissimo entrare in sintonia con Giacomo Puccini e servirgli un assist da campionato del mondo preciso sulla testa. E tutto sotto lo sferzante vento di libeccio che infuriava in tutta la casa.
Il mare si godeva le partite con un braccio sulla spalla di Ernesto, in totale stato confusionale.
Quando in casa entrò Wolfang Amadeus Mozart la casa scoppiò.
Ernesto lo trovarono sorridente fra le macerie. Lo videro togliersi i calcinacci dalle spalle, prendere un pallone e cominciare a palleggiare (un po’ impacciato a dire il vero).
Qualcuno giura di aver visto Lucio Battisti, con indosso una giacca di Ernesto, allontanarsi allegramente a braccetto con Giuseppe Verdi.
Il mare, un po’ invecchiato, respirava adagio sulla battigia.

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